venerdì 31 maggio 2013

Biberon al piombo




“Biberon al pimbo” di Maria Cristina Saccuman, Sironi Editore 


Un saggio breve (190 pag.) ma denso: di informazioni, suggerimenti, dati, spiegazioni scientifiche, eventi reali, storie vere.
Non posso che condividere le conclusioni dell’autrice: una volta che si sa, è impossibile fingere ignorare.
E questo libro insegna molto, troppo per essere riassunto in poche righe.
Eppure vorrei che lo leggeste, che tutti lo leggessero, genitori e non, nonni e non, per proteggere proprio i più deboli e indifesi, i bambini, i figli nostri e altrui, e le donne in gravidanza.
Perchè, come scrive la Dott.ssa Saccuman a pag. 188: “E’ impossibile separare la loro salute da quella dell’ambiente che li circonda. Impossibile isolarli in una zona protetta. Non ci si salva da soli, e non si salva solo il proprio bambino”.

Il saggio è diviso in capitoli, dedicati ognuno ad una fonte di inquinamento: il piombo, l’argento liquido, gli organici persistenti (POP e PCB), particolato, carbonio e e ozono,  DDT e pesticidi, le plastiche.
Sostanze a cui possiamo cercare di sfuggire, che possiamo ridurre, che possiamo neutralizzare parzialmente, ma non evitare, perchè sono ovunque intorno a noi.
E leggendo ho avuto la possibilità di conoscerle e conoscere qualcosa dei loro effetti, incredibilmente devastanti, sullo sviluppo dei bambini.

Il bello di questo libro è che aiuta a far luce su episodi di inquinamento accaduti molto vicino a noi, nel tempo e nello spazio, come quello creato da una nota azienda di Brescia, che fa sì che dal 2002 ogni sei mesi il Comune di Brescia ordini alla popolazione di evitare “ogni operazione che comporti il contatto con il terreno o l’inalazione di polveri da esso provenienti”, con conseguente divieto di toccare la terra, scavare, giocare, calciare un pallone, anche nei parchi pubblici; o l’Ilva di Taranto, con gli effetti riscontrati nel latte materno delle donne del posto; l’esplosione dell’ICMSE di Meda nel luglio del 1976, con rilascio di diossina che esplica i suoi effeti sul funzionamento della tiroide di figli di quelle che all’epoca erano solo bambine, partoriti anche trent’anni dopo l’esposizione; i cetacei arenatisi nella spiaggia di Foce Varano, nel Gargano, il 10.12.2009, morti per inquinamento da POP e PCB; la SLOI di Trento, una fabbrica ormai chiusa da 30 anni ma di cui rimangono 24 ettari contaminati dal piombo e 180 tonnellate di teatrile disperse nel terreno; senza tralasciare i casi esteri, europei e non.
La parte che mi ha colpito di più, devo dire, forse perchè mamma da poco, è quella relativa all’inquinamento riscontrato nel latte materno e l’esposizione al piombo derivante da vernici sgretolate, magari di vecchi giochi o vecchie case, per non tacere dei giocattoli al piombo ritirati dal mercato nell’agosto del 2007, dopo che un numero imprecisato di esemplari era già stato venduto (e si parla di sottomarini Elmo, macchinine Cars, bambole di Dora l’esploratrice con marchi Mattel e Fisher Price, che denunciarono immediatamente l’accaduto).

Alla fine, però, le conclusioni dell’autrice sono meno allarmistiche di quanto ci si potrebbe aspettare: non solo il mondo, o meglio, parte di esso, sta diventando più sicuro e la salute ambientale sta diventando un tema “caldo” e attuale, con la promozione di un’approccio “d’insieme” alle problematiche, ma si può fare molto, come singoli esoprattutto, con azioni globali.
E quando ci si muove, gli effetti benefici sono immediati.

Il compito degli adulti? “Cercare le informazioni, discriminare, spingere perchè si agisca nella giusta direzione. Ci tocca anche mantenere il senso delle proporzioni: ricordare che la povertà può essere potente come il piombo, che ai bambini servono cose interessanti da fare, da vedere e di cui parlare, e qualcuno che li ami abbastanza e possa condividere un pò del loro mondo.” (pag. 190, ultimo capoverso).
Leggendo, infatti, si scopre che stimoli adeguati sono in grado di contrastare l’effetto delle sostenze inquinanti sullo sviluppo del cervello fetale e neonatale, riducendo l’impatto sul QI, la memoria e le altre funzioni, e che i benefici del latte materno superano quasi sempre gli effetti negativi della contaminazione.

Io, da parte mia, cerco di fare la mia parte consigliando questo saggio, che ho letto e riletto, dopo averlo trovato per caso sullo scaffale di un supermercato.
Tornerò a parlarne.

Questo post partecipa all’inizativa di Home Made Mamma, il Venerdì del libro: http://www.homemademamma.com/2013/05/31/venerdi-del-libro-stuart-little/

giovedì 30 maggio 2013

Giorni difficili

Sono giorni difficili.
Di delusioni, stanchezza, conferma, riserve e lavoro.
Sono giorni in cui il tempo con il nano è risicato e temo si senta un pò un pacchettino postale, smistato tra nido, nonni paterni e nonni materni.
Non che sia triste, anzi, viene coccolato e viziato e assistito nel gioco, spesso con la compagnia degli amati cuginetti.
La sera e la mattina, però, viviamo momenti difficili.
Vuole addormentarsi in braccio a mamma o papà, fa i capriccetti, non vuole smettere di giocare, non vuole svegliarsi, non vuole vestirsi, non vuole mettere la giacca e uscire di casa e piagnucola al momento del commiato quotidiano.
Ripete come un mantra: "Mamma dopo tonna (= torna)", "Papà dopo tonna".
Eh sì, perchè questa settimana ha compiuto il fondamentale passaggio dalle parole alle prime frasi (e ce ne siamo accorti, nonostante tutto!).
Nel frattempo, sia lui che io e l'Alpmarito siamo malaticci e consumiamo fazzoletti di carta alla velocità della luce.
Fa freddo, piove ad intermittenza, nevica appena un pò più in quota ed il cambio di stagione.....neanche a parlarne.
E poi le elezioni, Consiglio regionale e Governatore nella nostra Regione, comunali nel mio paese di origine.
Siamo stati ai seggi entrambi a lavorare, costretti da un fastidioso senso del dovere civico, perchè ovviamente avremmo avuto di meglio da fare (poteva piovere domenica? No, UNICA domenica di sole da un pò di tempo a questa parte!)
Alle comunali, sono arrivati al 58 % di votanti, alle regionali, oltre il 70%, ma qui si sa, le cose sono diverse.
La delusione però, è tanta.
Non tanto per i risultati, non entro nel merito, ma per lo sconforto e la rassegnazione che si leggeva sui visi dei cittadini alle urne, per l'insofferenza (non voglio pensare sia indifferenza, non con questi numeri, non ci credo) di chi non è venuto.
Non cambia mai nulla.
Qualunque cavolata, qualunque errore, sono sempre lì, sempre loro e non si può, mi spiace non si può, dire che la maggioranza li ha voluti.
Perchè il 48% di voti del 58 % di votanti significa UNO SU QUATTRO, non la metà più uno degli elettori.
E' vero, non è colpa degli eletti se un elettore su due o quasi non è andato alle urne. 
Anzi sì, è anche colpa loro.
Come di quelli che, in Parlamento, lasciano le aule vuote, come di quelli che ieri, mentre alcuni parlamenti esprimevano la propria opinione e spigavano le ragioni del loro voto, chiaccheravano e ridevano in gruppetti o sonnecchiavano sulle poltroncinie invece di ascoltare, quando erano lì, ovviamente (diretta RAI 2, era in discussione il progetto di riforma della legge elettorale e se non interessa loro neanche quello...)
Ed è anche colpa mia, nostra.
Perchè temo che tra tutti quelli NON seduti in Parlamento o assenti di fatti, ci sia anche qualcuno che, malauguratamente, devo aver votato, magari in passato o solo una volta nella vita, ma comunque...datemi una botta in testa, alle prossime elezioni, per favore.
L'immobilismo di questo Paese e l'apatia e rassegnazione dei cittadini mi fa paura.

Poi guardo il nano, nel suo pigiamino arancione invernale (ancora!) che tutto concentrato costruisce torri più alte di lui con il Lego Duplo, leggo insieme a lui, che sfoglia un libretto dopo l'altro e commenta felice le illustrazioni, canticchiamo "il leone si è addormentato e più non ruggirà, aiummauè, aiummauè..." (mi salvo da Peppa Pig, per ora, ma non da questo) e...
torno a sorridere e sperare,
torno a cercare di crescere un uomo,
sforzandomi con tutta me stessa di renderlo diverso da quei politici, locali e non, di cui sopra.
L'opposto andrebbe bene.

venerdì 24 maggio 2013

Conciliazione lavoro - famiglia: un libro per fare il punto



Venerdì del libro e conciliazione: “O i figli o il lavoro” di Chiara Valentini (Serie Bianca Feltrinelli, 16 Euro).

Al centro di questo libro c’è la conciliazione lavoro – famiglia o meglio, l’aspirazione alla conciliazione e alla possibilità di scelta, temi mai abbastanza dibattuti e sempre ignorati dalla scena politica.
Aperta parentesi: non venite a dirmi che l’introduzione di un giorno (UNO!) di congedo di paternità obbligatorio e due giorni (DUE!) facoltativi, questi ultimi peraltro da scalarsi dal periodo di congedo della madre, sono un modo serio di affrontare la questione. Per me, sono una goccia nel mare e non cambiano nulla, nè la mentalità degli italiani nè la convenienza per i datori di lavoro nell’assumere uomini anzichè donne. Chiusa parentesi.

Il libro è una lucida analisi, completa di fonti, dati statistici e storie vere, della situazione lavorativa femminile in Italia.
L’impronta politica è spesso evidente ma il puntuale riferimento dell’autrice alle sue fonti ed a dati obiettivi, rende facile leggerlo con spirito critico (come credo si dovrebbe leggere qualunque libro, peraltro) ed apprezzarlo.

Non ci sono consigli o facili suggerimenti ma solo la descrizione di una realtà desolante e la totale assenza di strumenti di protezione delle donne che siano davvero efficaci, soprattutto in questo periodo in cui, con la complicità e spesso la scusa della crisi, è proprio il c.d. “sesso debole” a pagare il prezzo più alto, adeguandosi a qualunque condizione lavorativa pur di percepire un minimo di stipendio.
Intendiamoci: vi sono intere categorie di lavoratori che non hanno ferie pagate, non hanno mutua nè la possibilità di assentarsi per malattia o per maternità, che lavorano anche 10 ore al giorno, fine settimana compresi e, se non ci sono, nessuno li paga.
Ad esempio, i liberi professionisti e, soprattutto, i c.d. “praticanti” o “apprendisti” professionisti.
Un conto però è sapere che un certo cammino professionale avrà questi risvolti negativi e SCEGLIERE di intraprenderlo comunque, mettendo sul piatto della bilancia anche molte soddisfazioni, autonomia organizzativa ecc., un conto è ESSERE COSTRETTE a lavorare così per altri, senza aver nessun beneficio in cambio.

L’autrice non dimentica di riportare anche i casi di donne che hanno abusato dei loro diritti, così danneggiando l’intero sesso femminile (esistono anche questi casi ed è giusto parlarne e farsi degli esami di coscienza), oltre che frequenti paralleli con la legislazione di altri Sati europei.
Giustissimo, secondo me, quanto scritto alla pagina 72 e seguenti:
“Il latte della mamma non si scorda mai” era il titolo insolitamente sbarazzino scelto per un’inziativa ambiziosa: convincere le donne italiane, in particolare quelle del Mezzogiorno, che era un loro dovere allattare al seno i bambini. L’allattamento naturale come compito praticamente ineludibile della buona madre è un tormentone che attraversa da anni l’Europa, seppure con grandi differenza da paese a paese......Solleva qualche preoccupazione l’integralismo che accompagna questo ritorno. .Il precedente Ministero della Salute non solo aveva prescritto quasi come un dovere l’allattamento al seno nei primi sei mesi di vita del bambino, ma aveva anche diffuso il messaggio che l’allattamento dovrebbe continuare per due anni e oltre “secondo il desiderio della mamma e del bambino”, raccomandando di allattarlo a richiesta, senza seguire orari regolari.
Questo però significa propagandare una figura di madre a disposisione notte e giorno, addirittura per anni, in aspro contrasto con la realtà di oggi. E non è tutto. Come già segnalano alcuni psicologi infantili, che stanno aprendo un confronto con i pediatri, non è detto che l’allattamento ad oltranza assicuri al piccolo un equilibrio migliore.
La psicoterapeuta dell’età evolutiava Mercedes Lugones sostiene che l’allattamento è il primo esercizio per trasmettere a un neonato il senso del limite e delle regole, facendogli capire per esempio la differenza tra il giorno e la notte......” (leggete il resto, ne vale la pena, ve l’assicuro).
Il mio pensiero in merito, l’ho già espresso qui, proprio prendendo spunto da questo libro:

Alla fine della lettura, sono tanti gli interrogativi aperti: da dove e da chi dovrebbe partire il cambiamento? Dalla mente e dal cuore di uomini e imprenditori? Dalla politica? Dala discesa in piazza delle donne?
Se è così, tempo che tra 20 anni non sarà cambiato nulla, non in meglio, almeno.
Nella mia – limitata – esperienza (perchè si tratta di temi di cui si discute anche con amiche, colleghe e conoscenti, per fortuna) ho osservato che anche negli uomini più “moderni” dopo il matrimonio e la nascita di un figlio sembrano desiderare, ad un certo punto, una moglie e madre tutta casa, bambini e fornelli, da aiutare nella gestione quotidiana quel poco che basta per placarsi la coscienza e nulla più.
Con una enorme differenza rispetto al passato.
Che in qualche modo, questi uomini vorrebbero che, nel frattempo, la compagna di vita guadagnasse anche. D’altro canto, il doppio stipendio è ormai quasi sempre una necessità e le donne, giustamente, vorrebbero realizzarsi sia in casa che fuori, come gli uomini.
Il libro sembra confermarlo, ancora una volta dati alla mano, (pag. 124 – 125), oltre ad esprimere questa situazione con illuminante chiarezza.
Uin estratto: “Ma come immaginare che quel compgano così emozionato e amorevole, che ha assistito al parto senza un segno di cedimento e che fin dalle prime ore ha impugnato il telefonino per fissare ogni cambio d’espressione della nuova creatura, non sarà poi pronto a condividere fatiche e notti insonni? Secondo molte giovani mamme, questo succede solo nei primi giorni di vita, nel migliore dei casi nelle prime settimane, ma poi la vita riprende il suo corso.
Lui potrà anche rinunciare a qualche impegno di contorno, l’apertivo con gli amici o la partita di calcetto, ma non limiterà il “suo” lavoro, che spesso è determinante per mandare avanti la famiglia.
Lei, se non lo aveva già concordato, si attacca al telefono per chiedere ai “suoi” datori di lavoro almeno qualche mese di congedo parentale o per strappare un part time. Le è bastato poco per convincersi che l’impresa di gestire un neonato, per tradizione e per consuetudine, le spetta.”

Forse sembro un pò troppo pessimista ma i recenti fatti di cronaca, con quotidiani episodi di violenza di ogni tipo contro le donne, non mettono certo di buon umore anzi, stimolano la mia rabbia e la mia indignazione.
Nel libro, comunque, vi sono anche spunti per sperare in un futuro migliore: riferimenti ai cambiamenti positivi della legislazione e della società e, soprattutto, esempi di donne impegnate a favore di altre donne.
Eppure, rimane l’amaro in bocca.
Perchè leggerlo allora? Perchè ignorare i problemi e la realtà NON E’ un buon putno di partenza per iniziare a cambiarla.


Questo post partecipa all’iniziativa: “Il venerdì del libro” di Homemademamma, che trovate qui:



 

martedì 21 maggio 2013

Tempo...ma esiste davvero?



Tempo.
Quante volte al giorno mi sono detta o ho esclamato ad alta voce: NON HO TEMPO!
A volte, raramente, è una scusa, come quando dovresti fare quella telefonata che non hai propria voglia di fare e rimandi all’infinito, fino a che un colloquio che ti fa un pò paura o ti crea imbarazzo diventa un vero incubo..
La mancanza di tempo spesso è il sintomo di un problema organizzativo, di confusione nella scala delle priorità.
Il più delle volte, però, mi pare che il tempo sia davvero il grande assente della giornata.

Tempo per assaporare la vita.
Tempo per giocare con il nano.
Tempo per prendermi cura di me stessa.
Tempo per ascoltare gli amici e i famigliari.
Tempo per ridere, scherzare, abbracciarsi.
Tempo per lavorare.
Tempo per scrivere.
Tempo per leggere.
Tempo per riflettere.
Tempo per dedicarmi alle mie passioni.
Tempo per aiutare i famigliari e gli amici.
Tempo per stare con la mia nonnina, con le mie nipoti, con le persone a me più care.
Tempo per correre, nuotare, arrampicare.
Tempo per approfondire, studiare le questioni giuridiche e non.
Tempo per essere presente nei momenti importanti della vita degli altri.
Tempo per dormire.
Tempo per mettermi una crema idratante.
Tempo per prenotare una vacanza.
Tempo per incontri e conferenze.

Vorrei tempo per tutte queste cose e per molte altre,  per oziare magari.

Vorrei certo, ma il tempo è quello che è: 24 ore.
A volte sembrano infinite, altre volano.
Cerco di riempirle, di non sprecarle ma spesso alla fine il danno è maggiore del beneficio.
Come ieri mattina, tanto per dire.
Mentre il nano stava giocando un momento tranquillo, già vestito e pronto sulla porta di casa, ho “approfittato” della ricerca del suo doudou e del ciuccio per andare a caricare e far partire la lavatrice.
Risultato? Neppure cinque minuti ed il nano aveva aperto la stufa - spenta, anche se in questi giorni starebbe bene accesa!- preso la paletta metallica, tirato palettate di cenere su tutto il tappeto antico, per poi finire con lo sedersi proprio in mezzo, allegro e concentrato come non mai.
Non ci credete? Giuro, neppure cinque minuti.
Alla fine, di minuti ne ho impiegati venti per passare l’aspirapolvere, pulirla, cambiare il nano, cambiare me stessa (ero vestita di nero, ovviamente) e sgridare il monello.
Bilancio: 15 minuti di tempo “perso”.

Da sempre, nelle orecchie, mi risuona la voce della mia nonnina che mi dice: “Chi aspetta tempo non perda tempo” e, soprattutto, “non rimandare a domani quello che puoi fare oggi”.
E’ sempre stato il suo motto, lo stile di vita della mia incredibile nonnina formato mignon ma con la velocità e l’efficienza di un fulmine.
Un pò è anche la mia aspirazione.
Il motto dell’Alpmarito, invece è: “Vite fais, bien fais” - “Fatto veloce, fatto bene”.
Due stili diversi, eh?

La verità, però, è che quando avevo tempo, non me ne accorgevo e quindi non lo sfruttavo abbastanza, non lo assaporavo abbastanza.
Andavo al liceo e mi sembrava che i pomeriggi non bastassero per tutto ciò che volevo fare: studio, musica, scherma e amici.
Sono andata all’Università e mi sembrava che ci fossero troppe poche ore per lezioni, studio, Alpmarito, musica, amici, nuoto, arrampicata, musei e libri.
Ho iniziato a lavorare e convivere e mi sono accorta di dover incastrare anche la cura della casa, la spesa, le visite ai famigliari, in mezzo a 9/10 ore di lavoro, più pausa pranzo dedicata allo sport e serate in palestra o con gli amici.
Pensavo di non aver più tempo libero.
Poi è arrivato il nano e ho capito che di tempo “libero” prima, ne avevo davvero tanto.
Che poi non ho mai capito cosa sia questo fantomatico “tempo libero”.
I primi giorni e mesi con il nano, il tempo mi sembrava non passare mai, dormiva sempre troppo poco, piangeva sempre troppo, 24 ore erano eterne e sempre uguali, eppure non riuscivo a fare nulla!
E ora sono mamma e lavoratrice: il tempo è diventato come un mostro da combattere, da sconfiggere, per strappare alle sue grinfie azioni, fatti, persone.
Ed è triste.
E penso che non so quanto altro tempo avrò ancora e non posso, non posso, perdermi dietro inutili convenzioni, riti, parole o incontri, che per me non significano nulla, che non mi arricchiscono di nulla.
A volte rinuncio a riti e convenzioni, altre volte no, quando capisco che per gli altri sono veramente importanti o la forza della massa è più forte della mia volontà.
Spesso, durante la settimana mi sembra di vivere in apnea, in attesa di mettere la testa fuori dall’acqua il sabato e prendere fiato, salvo poi arrivare la domenica sera è pensare che non ho preso fiato, anzi, sono ancora in apnea aspettando il lunedì.

Ogni tanto, poi, mi fermo e capisco che il tempo è come scegliamo di viverlo, non un’entità a se stante e fuori dal nostro controllo.
E’ come un raggio di sole in una giornata novembrina di maggio, che scompare subito, veloce come è apparso.
Eppure per ciò che mi rende davvero felice il tempo lo trovo ancora, anche se meno di prima.

Per il nano è tutto diverso e guardarlo è come bere un sorso di limonata fresca l’ultima sera di vacanza, quando hai già nostalgia dell’estate.
Per lui, il tempo non esiste.
Esistono bisogni, necessità: mangiare, dormire.
Esiste la voglia di correre, giocare, stare con la mamma, il papà, i nonni, gli amici dell’asilo.
Senza limiti, senza costrizioni, senza schemi orari prefissati.
A lui non interessa se è mattina, sera o pomeriggio, a lui interessa poter fare ciò che ha voglia di fare.
Corre quando vuole correre, cammina e si ferma a riflettere o osservare un sassolino, i fiori, i passanti, le auto, come e quando vuole.
Ritardi, obblighi, orari di ingresso e uscita, chiusure/aperture, giorno o notte, convenzioni, abitudini: non credo abbia ancora capito.
Ed io mi sento in colpa quando lo incalzo: “Su, veloce, vestiti, che siamo in ritardo!”; “No, dai, andiamo, ora non c’è tempo”; “uffi, è tardi”,devi.vestirti/mangiare/metere in ordine i giochi...” e via così.

Purtroppo, il nostro mondo quotidiano non viaggia al ritmo dei bambini e forse, aver accellerato il tempo fino a non lasciarci più neanche la possibilità di scrivere per intero le parole nei messaggini e nelle mail, è il più grande sbaglio dell’era moderna.
Risparmiare tempo, accumulare tempo, far render il tempo.....son tutte false illusioni e i bambini sembrano saperlo dalla nascita.
Se trovate il modo per vivere bene al LORO ritmo senza andare su Marte o su un’isola deserta, vi prego, rendetemi partecipi del vostro segreto perchè io sono ancora alla ricerca di una soluzione o, almeno, di un quilibrio.

Vorrei poter tornare indietro, ai tempi dell’Università e del liceo ma probabilmente, anzi di sicuro, non cambierebbe nulla.

Questo post partecipa al blogstorming di genitori crescono: http://genitoricrescono.com/tema-mese-tempo/
Tema del mese? Credo lo abbiate già intuito!

lunedì 20 maggio 2013

Viaggiando con la mente...verso il mare e nei ricordi

Riproduzione vietata.

GRADO, l'Isola del sole, provincia di Gorizia.
Più precisamente, Grado Pineta fuori stagione.
Questa foto è stata scattata in un momento malinconico, in occasione di una visita improvvisa, l'ultima in cui abbiamo visto una persona cara. E' quindi un ricordo dolce e amaro allo stesso tempo.

Ho voglia di mare, anche se dovesse piovere e fare freddo.
E' insolito per me, ma ho propio voglia di mare, si spazio, di sabbia tra le dita, di acqua calda e di letture spensiera, di estate, magari.
Questa foto è stata scattata in un momento malinconico, in occasione di una visita improvvisa a parenti lontani solo fisicamente, l'ultima volta in cui abbiamo visto una persona cara. E' quindi un ricordo dolce e amaro allo stesso tempo.
La stagione dei monsoni del Nord Italia, avrà mai fine?

Questo post partecipa al Fotoviaggiando del lunedì di Francesca, http://patatofriendly.blogspot.it/2013/05/fotoviaggiando-la-danimarca-e-i.html , perchè anche è bello viaggiare anche in Italia, ogni tanto.

Anche noi...viaggiamo sicuri


 Aderisco volentieri alla iniziativa NOI VIAGGIAMO SICURI di: http://appuntamenticreattivi.blogspot.it/2013/05/noi-viaggiamo-sicuri.html
perchè il tema mi è molto caro, tanto che pochi giorni fa ne ho parlato in un post che è un pò recensione, un pò invito alla riflessione.
Eccolo, ve lo ripropongo:
http://www.mammavvocato.blogspot.it/2013/05/la-difficile-scelta-del-seggiolino-per.html

Per non dimenticare quali sono le cose davvero importanti..

giovedì 16 maggio 2013

Violenza gratuita, anche se su piccola scala

Ieri all'asilo, il nano è stato oggetto di aggressione immotivata da parte di un altro bimbo, che lo ha graffiato sul naso e sulla guancia (un graffio profondo, che gli ha aperto una brutta ferita neanche tanto piccola sullo zigomo), con relativo ematoma.
Nnn gli rimarranno i segni della varicella, ma rischia di portarsi dietro quelli che gli ha fatto  questo compagno.
Di nuovo.
E di nuovo le maestre non hanno voluto dirmi il nome del bambino, anche se il nano un nome lo ha fatto ed era convinto, ma non so quanto sia attendibile.
Sospetto che sia lo stesso bimbo che già due volte lo ha morso e un'altra volta graffiato proprio vicino agli occhietti.
Così arriviamo a quota quattro e io inizio ad essere stufa.
Cosa devo insegnare a mio figlio? A reagire, a spintonare? A subire e basta?
Non lo so. Non vorrei insegnarli la violenza neppure come difesa e reazione, però è troppo piccolo per discorsi e ragionamenti e poi la vita mi ha insegnato che con bimbi che agiscono così, non serve.
Serve mostrarsi sicuri e più forti, ma il nano è ancora così piccolo e indifeso.
Sono un pò arrabbiata con le maestre, con il nido e con la società, anche.
Perchè un solo bambino deve scatenare la paura negli altri, perchè trenta devono subire per non emarginare uno?
Ecco, visto che non è la prima volta e si è già comportato così con altri bimbi, mi piacerebbe che le maestre dessero un ultimatum ai genitori: o la smette o è fuori.
Non è una scuola dell'obbligo, è un nido.
E forse è brutto per questo bambino, che evidentemente qualche problema lo ha, visto che non fa male mentre sta giocando o per sbaglio ma improvvisamente e "volontariamente" (anche se certo non per cattiveria, non dico questo, ha solo poco più di due anni).
Però mi so un pò stufata del "buonismo", del "bisogna capire" una situazione difficile, un carattere difficile ecc.
Ho sentito questi discorsi per troppo tempo prima, da studente, ora non voglio sentirli da mamma.
Avrei voluto parlarne direttamente con i genitori del bambino, ma non mi è concesso e, comunque, se è chi dici il nano, dubito che parlare con loro servirebbero. Ho visto come si comportano.
Mi sento arrabbiata ed impotente.
Voi, cosa fareste?

mercoledì 15 maggio 2013

Sabato

Sabato.







Il fatto che mi trovi a scrivere di sabato il mercoledì successivo, la dice lunga su come sono messa questa settimana, tra rientri all'asilo, visita dal pediatra, impegni lavorativi urgenti, ricerca casa e famiglia.
Tuttavia, non potevo non parlarne.
Perchè sabato pomeriggio c'è stata la prima "gara sociale" della palestra di arrampicata che frequentiamo da  anni io e l'Alpmarito. Una gara di buolder, che in realtà io non amo molto, ma non importa.
Valeva la pena esserci.
Per stare insieme.
Per praticare sport insieme.
Per mangiare costine, insieme.
Per ridere, chiaccherare, confrontarsi, condividere una passione.
Perchè la palestra è diventata un bel luogo di aggregazionem anche per bambini e ragazzi, ed è bellissimo.
Perchè lo sport è uno stile di vita, soprattutto quando si tratta dell'arrampiacata.
Perchè fare sport significa vivere (un pò più) sano.
E  c'erano famiglie, bimbi anche piccoli, come il nano, che si è divertito come un matto fuori, a giocare con il triciclo e la palla, mentre altri bimbi giravano in bicicletta o si lavano i piedi!
C'erano  mamme orgogliose dei figli in gara, padri e madri che arrampicavano tra un giro in altalena e una discesa in scivolo, come noi, c'erano single, ragazzine e ragazzini, uomini e donne, tutti insieme.
E c'era il sole.
E non è poco.
E sono pure arrivata in finale, anche se poi non mi sono quasi alzata da terra.
E va bè, l'altra mamma in finale (arrivata poi prima) aveva una bimba di più di tre anni, quindi io ancora ho tempo per recuperare gradi (= difficoltà di salita) e forma fisica,  vero? VERO?



venerdì 10 maggio 2013

Libro-terapia: "Non buttiamoci giù"



Nick Hornby
Non buttiamoci giù


Vorrei saper scrivere una recensione che sia insieme sintetica ed incisiva, che sappia trasmettere tutta la bellezza di questo libro ed il mio entusiasmo per la sua scoperta.
Vorrei essere capace di spingervi a uscire di casa, recarvi nella prima libreria che incontrerete sul vostro cammino e comprarlo, per poi tornare a casa, sedervi su un divano con una tazza di thè o caffè e leggerlo d’un fiato.
Vorrei, ma non trovo le parole.
Qusto romanzo mi ha lasciato letteralmente senza parole, ieri sera, quando l’ho finito (dopo tre sere di seguito in cui faticavo a staccarmi), esattamente come nel 2005, la prima volta che l’ho letto.
Perchè? Perchè è un concentrato di saggezza e divertimento, umorismo, ironia e tragicità.
Perchè è scritto a quattro voci, quelle dei quattro protagonisti, spesso in forma volutamente sgrammatica e con tante espressioni di dubbia finezza (tradotto: è piano di parolacce) ma è vero e sincero, frasco e rivelatore.
Sembra di esserci davvero, al bar con quei quattro.
E’ la storia di quattro aspiranti suicidi, che nulla hanno in comune se non l’aver avuto l’idea di suicidarci, tutti e quanti contemporaneamente e nello stesso modo.
Non temete: non vi deprimerete, semmai il contrario.
Perchè non c’è nulla di scontato nei dialoghi e nelle riflessioni dei protagonisti, nulla di scontato nella trama della storia.
Perchè immedesimarsi nella altrui infelicità, spesso è la migliore delle terapie.
Secondo me, è il libro perfetto per quei giorni, quei momenti, in cui l’umore è a terra o non riuscite a dormire per le preoccupazioni (non pensate, però, che vi aiuti a prendere sonno!).


“Fino ad allora, buttarsi era sempre stata una scelta teorica, una via di fuga, il gruzzoletto in banca nel caso di vacche magre. E poi all’imporovviso, il gruzzolo è sparito...o meglio, non l’avevamo mai avuto.” (pag. 211).

“E’ forse per la prima volta negli ultimi mesi ho ammesso giustamente una cosa, una cosa che sapevo che era nascosta proprio giù, nei miei visceri, o in un angolo del cervello....insomma, dentro a un posto dove potevo ignorarla. Quello che ho ammesso era: non avevo voglia di suicidarmi perchè odiavo la vita, ma perchè l’amavo. E il nocciolo della questione, per me, è che questo è il sentimento di un sacco di gente che pensa di uccidersi: credo che anche Maureen e Jess e Martin si sentano così. Loro amano la vita, ma gli è andato tutto a culo completo, ed è per quello che li ho incontrati, ed è per quello che non ci siamo ancora divisi. Siamo andati sul tetto perchè non trovavamo anocra la via per tornarci, nella vita, e  ritrovarsi tagliati furoi così...bè, cazzo, capo, è roba che ti distrugge. Quindi non è tanto un gesto di nichilismo, quanto di disperazione. E’ eutanasia, non omicio.” (pag. 264/265).

mercoledì 8 maggio 2013

18 mesi fa, una vita fa



18 mesi fa, mio piccolo dolce nanetto, a quest’ora eravamo già in tre e la mia, la nostra vita, era già radicalmente cambiata, anche se ancora non credo io avessi capito quanto.
Tutto quello che mi avevano raccontato, non mi aveva preparato a quello che è accaduto e che sta ancora accadendo.
E non parlo del parto, di quella esperienza estrame, insieme fisica ed emotiva, che vale una vita intera ma in fondo dura poche ore.
Io parlo del diventare mamma, genitore.
Prima, mi preoccupavo per la mia famiglia, per il mio fratellino piccolo, per la mia nonnina, per l’Apmarito (lui sì, ha già cercato di farmi morire di infarto!), ma non sempre.
Ora invece, una parte di me è sempre in allarme.
Prima, io e l’Alpmarito decidevamo, da un giorno all’altro, da un’ora all’altra, cosa fare e dove andare.
Ora, lo facciamo lo stesso. Però poi arriviamo in ritardo o rinunciamo all’ultimo.
Prima, per spostarci ci bastavano uno zaino o un bagaglio a mano, ora, su uno zaino ci sei tu, un altro serve per le tue cose, l’ultimo per far fronte agli imprevisti.
Prima, il nostro tempo libero ed i nostri fine settimana erano dedicati all’arrampicata, all’alpinismo, alle escursioni, alla bicicletta, agli amici, a noi due.
Ora, sono dedicati alle incombenze domestiche (aumentate) e a te.
Prima, ogni tanto vedevamo un film intero.
Ora, vediamo le sigle (leggiamo ancora, però!).
Non abbiamo smesso di coltivare le nostre passioni, tranne la bicicletta, che giace in garage, ma il tempo che dedichiamo loro è marginale, rubato e risicato. 
Se fossero piante, direi che prima le concimavamo ed innaffiavamo regolarmente, ora riusciamo a stento a dargli l’acqua sufficiente a non farle appassire.
Prima, ogni tanto si poteva dormire un pò di più.
Ora abbiamo un orologio svizzero nel lettino della stanza accanto.
Prima, avevo un armadio quattro stagioni e una cassettiera solo per i miei vestiti.
Ora, ho un terzo di quello stesso armadio e metà di quella cassettiera.
E nonbasta. Non basta per te, mica per me.
Prima, mangiavamo la prima cosa che trovavamo in frigo.
Ora anche ,ma più raramente e ci sforziamo di offrire a te un pò di varietà e cibi “sani”.

Eppure.
Prima ero felice ma mi mancava qualche cosa.
Ora sono felice e non mi manca nulla.
E oggi, che non è il tuo compleanno, nè primo, nè secondo o altro.
Oggi, in cui non cade nessuna ricorrenza o festa “ufficiale”, ho comunque voglia di festeggiare.
Anche se hai la varicella, anche se mi hai rivoluzionato la settimana, anche se non potrò andare alla gara di boulder sabato, anche se sono indietro con il lavoro.
Perchè hai 18 mesi e non so quello che ci aspetta domani, non so quali difficoltà e sorprese ci riserverai, ma so che siamo usciti dal tunnel dell’allattamento al seno, delle aggiunte, del pentolone perennemente sul fuoco per bollire biberon rigorosamente di vetro, tettarelle rigorosamente in silicone  e ciucci, pure quelli in silicone.
So che è finito il tempo dello svezzamento, dei brodini insipidi (che infatti non mangiavi), delle creme di cereali, degli alimenti “proibiti”, della cacca liquida (salvo ricadute per malattia), delle coliche, degli spuntini notturni, dei pianti per non so bene cosa.
Ci siamo lasciati alle spalle la maggior parte dei vaccini, il tempo senza asilo nido, l’inserimento (che a dire il vero con te è stata una passeggiata), il non saper camminare, il rischio sindorme della morte in culla (o almeno, il rischio si è di molto ridotto).
La fatica e la stanchezza ci sono ancora, i disastri che combini sono persino aumentati, i pericoli in cui poteresti incorrere pure.
Ora, però, c’è l’asilo nido al mattino, ci sono i giochi al parco ed in giardino, il triciclo, il trattorino, la macchinina, le torri da costruire, le tue paroline, le facce buffe, i sorrisi, le risate, il solletico e le nostre “torture cinesi”, i tuoi riccioli biondi, il tuo mangiare di tutto e con gusto (e buttare tuttocon altrettanto gusto, per terra).
Ci sono corse, saltelli, gelati, sorrisi alla macchina fotografica, libri da sfogliare e leggere insieme, i bagnetti e i giochi in piscina.
C’è il tuo corrermi incontro gridando felice “Mamma !”.
E forse, dico forse, è anche arrivata questa benedetta primavera (seppur con le allergie, ahimè!)
C’è che inizio a vedere con maggiore lucidità e distacco i primi giorni, i primi mesi con te e capire che il mio sentirmi stanca e inadeguata, era normale.
C’è che vorrei dire a tutte le neomamme che poi i primi mesi passano e si finisce per rimpiangerli, un pò (solo un pò, eh), che è tutto un cambiamento e una scoperta e forse aumentano le responsabilità e i pericoli ma di sicuro aumenta anche il divertimento, la gioia, la soddisfazione di vederlo crescere e l’orgoglio di essere la sua mamma.
Cresce l’amore, anche se non sembra possibile.
E non vedo l’ora di scoprirlo, il futuro, quale che sia.
Perchè 18 mesi tu fa non c’eri.
Ora sì, mio piccolo nanetto biondo.


martedì 7 maggio 2013

La difficile scelta del seggiolino per auto

Ogni anno 5000 bambini in Europa perdono la vita a causa di incidenti d’auto ma solo 4 bambini su 10 viaggiano regolarmente con il seggiolino, con minore frequenza d’uso nei tragitti urbani e sulle strade extraurbane, in cui però si concentrano la maggior parte degli incidenti (circa il 40 % degli incidenti mortali che coinvolgono i bambini piccoli si verifica in percorsi inferiori a 3 km).
Chi di noi non ha mai sentito dire a nonni (che non usavano, ai loro tempi, i seggiolini) o ad altre mamme: “ma vado solo lì davanti”? “E’ un tragitto brevissimo”?
Eppure i bambini (da 0 a 14 anni) feriti in incidenti in Italia sono circa 11.000 all'anno, di cui circa 130-150 decessi (dati ISTAT)
Basti pensare che in un impatto a 56 km/h, un bambino che pesa 15 kg sprigiona una forza d’urto di 225 kg: impossibile da trattenere a braccia, anche per supergenitori!
L’uso corretto dei seggiolini e degli altri dispositivi di sicurezza, invece, riduce il rischio di lesioni gravi o mortali del 90 %.
Quindi, uno degli acquisti più importanti che devono fare i genitori è quello del seggiolino auto......



Malattie..di ogni stagione ( = quando arriva arriva) !

Varicella.
Il verdetto è di quelli che, di lunedì mattina, ti cambiano le sorti della settimana.
Urge una riprogrammazione urgente, telefonate ai nonni per capire la loro disponibilità, al pediatra per i consigli del caso, all'asilo per informare, alla cognata per avvisare che il nano potrebbe aver contagiato la nipotina.
E poi, agenda alla mano, bisogna capire quali scadenze sono importanti, quali appuntamenti si possono rimandare e quali no, quando si potrà stare con lui e quando sarà necessario chiedere aiuto.
E forse è questa la cosa che mi pesa di più, dover dipendere dagli altri, dover sempre chiedere favori.
Non posso che ringraziare i nonni (immensa fortuna e prezioso sostegno pratico), in questo frangente come in altri simili, ma un pò mi dispiace, ecco.
E ci sono i consigli da arginar (anche dagli stessi nonni, eh) e le critiche da assorbire: deve stare al caldo, non deve uscire al sole, ma sì può andare a passeggio, il mattino presto e la sera no, di pomeriggio sì che il sole è caldo, però attenta che non sudi, dagli le goccine antistaminiche del pediatra subito che se si gratta gli rimangono i segni, non dargliele che non va bene dare troppi farmaci e la malattia si deve "sfogare fuori" e passa da sè, guarda che ha la febbre, no non ha la febbre, ora mangia ma poi non mangierà... e via di questo passo.
Eppure, il nano è allegro, felice e vuole stare fuori, in casa si annoia e non ha febbre e per ora ha appetito e ha dormito tranquillo, salvo un breve risveglio.
Quindi, c'è di peggio.
Tipo che finalmente c'è il sole e dovrei, forse, farlo stare chiuso in casa.
Tipo che bisogna lavorare e magari anche stirare.
Tipo che ieri sera si sono rotte la pirofila in vetro ed entrmabi i manici della pentola per la pasta, guarda caso le due cose che usiamo di più.
Tipo che tutta l'acqua bollente e la pasta sono finite in terra, mentre il nano girdava "pappa pappa" sbattendo forchetta e piattino (nessuno si è ustionato, però, per fortuna e per i pronti riflessi dell'Alpmarito).
Tipo che la lavastoviglie ha interrotto il lavaggio a metà e non si sa il perchè.

Tipo che la mia macchina ne ha sempre una.
Tipo che anche io non è che stia benissimo.
Tipo che vorrei avere il tempo per tante cose e invece mi scivola tra le dita come sabbia fine.
Tipo che mi è arrivato l'invito per un matrimonio e il mio nome era associato al cognome di mio marito, del mio neanche l'ombra. Ed è un retaggio maschilista del passato che non riesco a digerire e un pò, solo in pò, mi fa sentire vecchia, come i capelli grigi che si stanno moltiplicando.
E soprattutto, ho passato i trent'anni, ho un figlio e a guardarmi in faccia mi dareste dell'adolescente (e non in senso buono)...sembra abbia anche io la varicella....eppure non si fa due volte, vero, VERO??????