venerdì 19 agosto 2016

Le letture di Mamma Avvocato: "Balzac e la piccola sarta cinese" e non solo

D'estate, complici le serate più lunghe e minor lavoro, riesco a leggere di più. Ecco dunque le mie ultime letture.

"Balzac e la Piccola Sarta cinese" di Dai Sijie, ed. Adelphi, euro 7,00, pag. 176

Un romanzo breve (meno di 200 pagine) ma dalla forza evocativa e dal potere quasi ipnotico della narrazione che lo rendono un gioiellino.

E' capace di raccontare, in modo delicato e in qualche modo "leggero" una pagina buia e ignorata ai più della storia cinese: il periodo della dittatura comunista di Mao e la "rieducazione" forzata dei giovani e dei "nemici del popolo".

E' il 1921 e due ragazzi "di città" di 17 e 18 anni, vengono mandati in uno dei villaggi sperduti di una montagna chiamata "La fenice del cielo", per essere "rieducati", attraverso il lavoro nei campi e nelle miniere con i contadini, sorvegliati dal capo del villaggio.

A differenza della maggior parte dei loro coetanei di città e degli altri "figli di borghesi", tutti costretti a periodi di rieducazione in campagna o in montagna di circa due anni, i protagonisti hanno dinnanzi a se' la prospettiva di rimanere in quei luoghi per tutta la vita, con "tre possibilità su mille" di tornare a casa prima, e ciò solo perché sono figli di due importanti medici, un dentista ed uno pneumologo, considerati "nemici del popolo" per aver manifestato idee contrarie al regime e perché loro stessi hanno ricevuto una istruzione "borghese", che poi nel loro caso si è fermata alla licenza media.

Eppure, si sa, la cultura e' nemica delle dittature, in specie quelle comuniste.

La vita angosciosa dei due ragazzi tra le montagne cambia però improvvisamente quando scoprono che il ragazzo "in rieducazione" di un altro villaggio, possiede una valigia di "libri proibiti", ossia romanzi, per di più i classici (almeno per noi) di autori stranieri, tra cui molti romanzi di Balzac.

Saranno quei libri a insegnare ai ragazzi cosa sia la libertà, la spinta individualistica al progresso, l'amore, il sesso, la gestione del potere e la sfida, fino a coinvolgerli in una "missione" che vede coinvolta la bellissima, ma ignorante, piccola sarta cinese, di cui entrambi finiranno per innamorarsi.

Non posso svelare di più ma devo ammettere che il finale, amaro come lo spaccato di regime che racconta, mi ha sorpreso.

N.B. Facendo una piccola ricerca on-line, pare che i "Campi di rieducazione", di cui parla anche Terzani in un suo romanzo, siano ancora una realtà attuale, in Cina, seppure nascosta. Infatti, nessuno sa con precisione quanti siano ancora attivi ma si parla di migliaia, con reclusioni che possono durare anche tutta la vita e questo per reati "minori" e politici.

***

"55 vasche. Le guerre, il cancro al quella forza dentro" di Mimmo Candito, ed. Rizzoli, 2016, euro 17,59, pag. 225

L'autore, Mimmo Candito, e' giornalista, scrittore e docente universitario di Linguaggio giornalistico, firma de "La Stampa" dal 1970, corrispondente di guerra in Iraq, Medio Oriente, Asia Africa e Sudamerica, Libia.

In questo libro, che mi ha attirata dal titolo, che rimanda al nuoto che amo, racconta la sua guerra contro un cancro, intrecciandolo con l'evocazione di alcuni episodi vissuti come corrispondente di guerra, parlando dell'amicizia con un gruppo di colleghi, con il quale condivide una sorta di cameratismo cementato da finalità simili, creatosi in mesi e mesi vissuti in angoli pericolosi del pianeta, a raccontare (e un po' sfidare) la morte.

Il messaggio dell'autore emerge in modo da molto chiaro (anzi, forse è ripetuto fin troppe volte): la voglia di vivere, il dominio della mente sul corpo e la capacità di accettare il pericolo eppure lottare strenuamente, possono fare la differenza anche con una diagnosi di cancro.

Infatti l'autore, a cui trovano un tumore grosso e collocato in zona "impossibile" da operare, ha, secondo il suo oncologo: "zero virgola zero probabilità di sopravvivere".

Invece lui sopravvive e non sono alla prima massa tumorale, ma anche alla seconda, quando la bestia si ripresenta dopo quasi dieci anni.

Perché "55 vasche"? Perché è facendole, spinto dalla sola voglia di vincere il male, che l'autore comprende quanto forte possa essere la forza che si può attingere dentro di se' e dalle proprie esperienze di vita, per non soccombere.

Il giornalista e' altresì costretto a prendere coscienza che quel cancro e' frutto delle polveri metalliche e dei gas che ha respirato svolgendo il suo lavoro di reporter di guerra e dunque racconta di una tragedia che non termina quando le luci dei riflettori si spengono sullo Stato o sul dramma della popolazione bombardata, non finisce con una tregua, un convergono di transizione o l'arrivo delle forze di pace, ma perdura per generazioni, nel DNA dei nuovi nati e nei polmoni, bronchi, gole e sistemi digestivi di tutti coloro che in quei luoghi hanno combattuto, raccontato o, ancor di più, rimarranno a vivere.

Eppure l'autore afferma di non nutrire dubbi: la sua vita è valsa mille vite e ne valeva comunque la pena.

Un libro che si legge scorrevolmente, interessante e non banale, capace di affrontare con un messaggio di speranza e ottimismo un male purtroppo presente ormai quasi in ogni famiglia.


Unici difetti, secondo me: il messaggio ripetuto forse troppe volte e alcune espressioni abbondantemente utilizzate che a me hanno insegnato essere colloquiali, adatte al linguaggio parlato o alla classica "lettera ad un amico" ma non ad essere traspose su carta. Insomma, espressioni da "giornalisti", non proprio corrette, a causa delle quali non nutro grande stima delle capacità di scrittura della categoria.

***

"La classe" di Francois Begadeau, ed. Mondadori, 2009, pag. 223


Il racconto di un'anno di scuola in una media della periferia di Parigi, scritto da un insegnante che non ha ancora perso del tutto la speranza che l'istruzione possa fare la differenza ma si confronta tutti i giorni con una realtà sconfortante, sia dal punto di vista degli studenti, in una classe alquanto multietnica in cui la religione è spesso un pretesto per saltare giorni di scuola, che da quello degli insegnanti.

Dal libro e' stato tratto anche un film che ha vinto alcuni riconoscimenti. In effetti, la scrittura e' più simile ad una scenografia che ad un romanzo, poiché è una successione di rapidi dialoghi di classe.

Francamente, non mi è piaciuto particolarmente, sia per lo stile, che si avvicina al modo di parlare degli studenti, sia per le figure degli insegnanti, tutti svogliati, assonnati e pronti alla lamentela (e ne conosco moltissimi così, ahimè!), mentre lo scrittore, che pur se ne differenzia, non mi ha ispirato simpatia.

Secondo me, però, merita una lettura per coloro che nel mondo della scuola ci lavorano.

 

Con questi tre suggerimenti di lettura (o meglio, due suggerimenti) partecipo come di consueto all'appuntamento con il venerdì del libro di Paola.

 

mercoledì 17 agosto 2016

12 "cose" che odio dell'estate


12 "cose" che odio dell'estate:




1. Il caldo, che fiacca il corpo e l'animo, mozza il respiro e brucia la pelle. Lo attendi tutto l'inverno, lo saluti con gioia in primavera, lo sogni nei giorni di pioggia e poi, quando splende nel cielo azzurro senza nuvole, lo rifuggi e maledici, almeno una volta (due, tre, venti), anche se ti eri ripromessa di non farlo mai più;

2. Le creme e quel senso di "sempre unto", creme da spalmare, da spalmarsi e da lavare via. Quella solare, perchè non bisogna scottarsi e bisogna proteggere e proteggersi, quella idratante o doposole per la pellw seccata dal sole e dal vento, quella per viso e collo, che deve essere meno unta e pesante ma altrettanto utile a respingere i raggi dannosi, quella antistaminica per le irritazioni cutanee, quella cortisonica per le punture di insetto o le reazioni allergiche più forti, quella lenitiva quando la pella è arrossata e bruciante....una farmacia ambulante, in pratica.
Quella solare, inoltre, avanza sempre nel tubetto e dicono che d'inverno dovresti usarla come idratante, perchè poi per l'estate dopo non sarà più efficace ma in realtà, finita l'estate, solo a sentirne l'odore ti vengono insieme nausea e nostalgia e rimane lì, per l'anno dopo, alla faccia di tutte le date di scadenza e le raccomandazioni degli "esperti"; 

3. Le mani sempre bagnate tra lavandini, lavatoi e stendini, perchè è tutto un lavare e stendere costumi, asciugamani, magliette e pantaloncini e reggiseni ecc. ecc., senza sosta, con la lavatrice che fa gli straordinari e grida "pietà"!!! 
E che sia mare, montagna o città poco importa: la mole di panni da lavare, stendere e stirare sembra triplicarsi con l'arrivo del caldo;

4. Le macchie difficili, perchè tra melone, pesche, more, lamponi, gelato al cioccolato (che cavolo ha il gelato al cioccolato????), l'erba e il fango è tutta una macchia che non va mai via al primo lavaggio e spesso neppure al quinto e allora vai di lavaggio a mano strofinando e strofinando, di limone, aceto, bicarbonato, candeggina e qualunque altro rimedio astruso suggerito dalla nonna o dal vicino di ombrellone o chalet, ovviamente dopo che il preammollo con smacchiatori di ogni marca non ha funzionato.
E se ci sono dei bambini e se, in più, passano le giornate ai giardinetti o al centro estivo, il gioco delle macchie si fa duro davvero e i cambi si moltiplicano, tra un cappellino dimenticato al lago e una maglia sparita al centro estivo.

5. I programmi tv, tra tg che parlano di gente che si butta nelle fontane e raccomandano di andare nei luoghi con aria condizionata e un servizio sulle spiagge prese d'assalto, sempre le stesse parole ogni estate, spesso anche sempre le stesse immagini, una tiritera che chiamare telegiornale o giornalismo è un insulto. 
E ancora, repliche di film dell'anteguerra, serie tv sospese e palinsesti vuoti. Più le serate si allungano, più i programmi latitano. Per forza che leggo di più, d'estate! E meno male che ci sono i gelati con gli amici e le passeggiate serali!
Perchè anche i cinema, ad agosto, chiudono.

6. L'umidità che a volte persiste nell'aria e ti fa sentire sempre bagnato e sudato e ti entra nelle ossa come neppure a novembre.

7. Le grandinate o i nubifragi improvvisi o le "tempeste di fulmini", perchè sembra che in estate non piova, no, quando il cielo si arrabbia, son dolori.

8. Le previsioni del tempo: "Si preannunncia un fine settimana bellissimo, caldo e soleggiato, tranne al Nord, sulle Alpi dove saranno possibili isolati temporali/rovesci sparsi." E io penso, ma vaffa...., lo capisci o no giornalista dei miei stivali che non tutti gli italiani vivono o vanno in vacanza al mare o al Sud???? Ma la smetti di dire: "Bel tempo su tutta l'Italia, tranne qualche nuvola la Nord" come se non te ne fregasse un fico secco di chi ci vive, al Nord o sulle Alpi??? Grrrr...!
E se fa brutto, è sempre nel fine settimana o in quei sette giorni che fai di ferie, garantito. 

9. I titoloni dei giornali sulla montagna che miete molte vittime e giù di discussioni sui pericoli della quota e sulla stupidità di veri o sedicenti alpinisti, quando le statistiche vere parlano chiaro: si muore molto di più al mare/lago che in montagna e comunque, a me dispiace per chi muore e non me ne frega niente che sia colpa della sua avventatezza o del caso, che sia sulle autostrade, annegato o in un crepaccio. 

10. Le tentazioni culinarie, tra salsiccia e polenta in montagna, focacce e pizzette in ogni dove e gelati in città ed al lago. Resistere è dura, soprattutto quando il gelato diventa il pretesto per trovarsi e chiaccherare...altro che "prova costume"!

11.  Le domande sulle tue vacanze: "E tu (o la variante "Scusi, ma Lei"), non vai in vacanza?", "Io sono stato /andrò a...e tu/Lei?", "Quando parti, quando torni, quando resti?", "Hai già prenotato? No?!? Non troverai posto", "Hai già prenotato? Si??? Oh, che esagerata, con così tanto anticipo, tanto non c'è mica il pienone!", "E perchè non vai da nessuna parte?" , " Perchè il mare/la montagna" ecc. ecc. 
Farsi i fatti propri, mai? E poi, vabbè, alla fine le faccio pure io (giuro che è una sorta di malattia!)

12. La difficoltà di trovare il momento giusto per una corsa o un giro in bicicletta. In pausa pranzo è un suicidio, la sera il caldo sale dall'asfalto fino a ben oltre il tramonto, oltre il tramonto c'è il bimbo a casa da (giustamente) guardare e la cena da preparare, la mattina presto (ma presto presto, perchè il sole sorge, eh?), se il marito non c'è cinque giorni su sette come a casa mia, nessuno che possa stare con il bambino che (giustamente) dorme. 
E allora una corsa la rubi implorando la nonna perché "tanto hai da portare a spasso il cane di E. presto, che ne dici subito dopo di venire mezz'ora a casa nostra?", un'altra la incastri appena prima di cena, facendoti divorare dalle zanzare con lo spray che ti cola negli occhi insieme al sudore e il caldo che ti soffoca, un'altra ancora la tenti dopo cena, con il bimbo in bicicletta, finchè i moscerini non ti entrano negli occhi e in bocca e lui si lancia nelle pozzanghere come se non si fosse appena fatto la doccia...insomma, l'inferno della mamma (che prova a fare la) runner! 

E voi, anche voi trovate che l'estate abbia dei risvolti odiosi? Se sì, ditemi pure quali, che ridiamo in compagnia!

giovedì 11 agosto 2016

I momenti piu' belli

I momenti piu' belli, a volte, giungono inaspettati
I momenti piu' belli, a volte, sgorgano da idee nate per caso
I momenti piu' belli, a volte, sono i piu' semplici,
i piu' spontanei, i piu' "normali".
I momenti piu' belli, quasi sempre, sono insieme.
 Insieme a te.


Come dipingere sotto il sole, in giardino, a torso nudo, pantaloncini strappati e strapazzati, i colori a dita e piena libertà.

Espressione, scoperta, esperimenti cromatici, risate, arte allo stato grezzo, libertà di sporcarsi..







Piedini e manine, piedoni e manone, di bimbo, di mamma, di cuginetti...e un grande foglio steso al sole, mentre la bocca si riempie di more mature appena colte...

..e allora si puo' lasciare spazio alla fantasia, vestire i panni del supereroe, ridendo mentre le dita dipingono il pancino...


Come tuffarsi nelle acque verde e scure del lago, tenendo per la prima volta li' le sue manine nelle tue, vederlo agitare le gambe, prendere confidenza e vincere la paura, con un giubbotto salvagente piu' grande di lui ma dalla perfetta tenuta...perchè sulla sicurezza non si scherza..


...e poi, finlamente, lo scivolo giallo che lancia nel lago...un attimo senza respiro e poi una risata liberatoria...e ancora e ancora..



un momento in acqua, un momento in sabbiera, un momento in pedalo'...



E non essere al mare ma ancora in città, perde completamente di importanza.

Come i giri in bicicletta nel verde, con mamma e papà, sfidando il vento e guardando l'orizzonte..




...perchè i momenti piu' belli sono energia pura. Sempre.



mercoledì 10 agosto 2016

Apprendere con i cartoni: "Il viaggio di Arlo"

Nell'inverno appena trascorso abbiamo portato al cinema il ricciolino biondo per la prima volta, a guardare due cartoni: "Il viaggio di Arlo" ed "Il piccolo principe".

Il primo era certamente più adatto alla sua età (quattro anni e mezzo) del secondo ma devo dire che li ha apprezzati tantissimo entrambi e, nonostante con "Il viaggio di Arlo" l'emozione della prima volta e l'eccitazione della scoperta fosse elevatissima, ha poi sentenziato di aver comunque preferito "Il piccolo principe".

In ogni caso, io dalla visione ho capito che i cartoni possono essere un valido strumento educativo, oltre che fonte di intrattenimento.

Questo purché, ovviamente, siano ben fatti e i due sovra citati lo sono senz'altro.

Ecco perché mi è piaciuto

"Il viaggio di Arlo" ("The good Dinosaur")

1. Innanzi tutto la colonna sonora: è strepitosa. Ho fatto qualche ricerca e scoperto che è del compositore canadese Mychael Danna. Nella versione italiana, nei titoli di coda c'è anche un brano di Lorenzo Fragola, (che io non avevo mai sentito nominare ma pare abbia vinto l'ottava edizione di "X Factor ") "La nostra vita e' oggi". Come canzone non mi fa impazzire però il suo messaggio secondo me è ottimo.

Ascoltare buona musica fa sempre bene, sfido chiunque a negarlo e inoltre sono stati usati anche strumenti antichi ed esotici, per aumentare l'effetto "primitivo" della musica;

https://m.youtube.com/watch?v=_LUr9bAzFpQ

2. Le immagini, comprese quelle dei titoli di coda, sono magnifiche. Pare che i paesaggi preistorici siano anche realistici, poiché gli animatori avrebbero riprodotti fedelmente il deserto rosso del Wyoming, le praterie del Montana, i geyser e le cascate di Yellowstone. Quel che è certo è che non lasciano indifferenti neppure i bambini, mostrando tutta la meravigliosa grandiosità della natura;

3. Consente di guardare al passato con uno sguardo nuovo, ribaltando i ruoli e rimettendo in discussione la presunta superiorità degli esseri umani. Nel cartone, ad essere "evoluti" sono infatti i dinosauri. I brontosauri, erbivori, sono ritratti come contadini; i tirannosauri, carnivori, come allevatori, ed il selvaggio e' il piccolo Spot, un bambino di sei/ sette anni rimasti solo. Una bella doccia di umiltà non fa mai male, ne' agli adulti ne' ai bambini;

4. Trasmette valori: l'importanza dell'aiuto reciproco, del "fare gruppo" (Arlo e Spot si aiutano a vicenda è solo così sopravvivono, per poi essere aiutati dai tirannosauri e aiutarli a loro volta, formando squadre sempre vincenti, contro la sopraffazione e la violenza), l'amicizia e l'affetto veri, quelli che ti spingono a mettere il bene dell'altro dinnanzi al tuo e che non si esaurisce nel possesso, in quel possesso malato che spesso è la molla di molti fatti di cronaca nera e che anche quando non è patologico, come per i genitori nei confronti dei figli, e' comunque difficile da affrontare e superare, aiutando i figli a lasciare il nido.

Arlo lo capisce ed è per questo che incita il piccolo Spot ha tornare dalla sua famiglia, distaccandosi da lui, lottando contro l'egoistico ma naturale desiderio di tenerlo con se'.

5. Aiuta a superare la naturale diffidenza verso "il diverso" e a comprendere che "famiglia" non è solo quella in cui nasci, ma anche quella che ti crei, quella che ti ama;

6. Affronta il tema della paura e del distacco, sempre attuale e universale, con sguardo intelligente e molta sensibilità : come insegnano Papo Henry (il papà di Arlo) con il suo esempio e il papà Tirannosauro- cowboy, la paura non è un sentimento da cui fuggire ma una forma di protezione naturale che ti consente spesso di salvarti la vita e che si può e si deve affrontare a testa alta; quanto al distacco, la scena in cui il papà di Arlo lo aiuta in sogna a superare un momento drammatico mostra chiaramente ai bambini che le persone care non ci abbandonano per davvero mai, perché portiamo il loro ricordo e i loro insegnamenti nel cuore.

E che si cresce attraverso le prove della vita.

7. Infine, come molti cartoni Disney (oggi Disney-Pixar), attraverso le situazioni tragiche che rappresenta, ha un effetto catartico, un po' come le tragedie del teatro greco. Senza contare che, per una volta, a morire non è la mamma, di solito la prima ad essere sacrificata, ma il papà !

E poi, ovviamente, è anche molto divertente!!!!

Io, alla prima visione, ho riso molto ed alla fine avevo le lacrime agli occhi per la commozione e pure il ricciolino biondo è stato molto coinvolto emotivamente, uscendo però dalla sala cinematografica sereno.

E voi, avete visto questo cartone? Vi è piaciuto? La pensate come me?

 

N.b. Post non sponsorizzato

 

martedì 9 agosto 2016

#Scintille di gioia 09.08.2016






Oggi, anche se in ritardo, vorrei raccontarvi le mie "scintille di gioia", momenti felici vissuti la settimana precedente.
Ne ho bisogno perchè ieri "ho vinto un altro giro di antibiotici".
Eh sì, l'08 agosto sono riuscita a prendermi l'ennesima tonsillite.
Avendo da lavorare e ricevere, ieri ho retto in ufficio tutto il giorno, ritrovandomi la sera con 39 di febbre e dovendo stare a letto oggi, mentre mio figlio è al lago con la nonna (per fortuna per lui).

 
Ripensare ai momenti felici trascorsi nell'ultima settimana è quindi la migliore medicina:
 
1. l'arrampicata. Siamo stati ad arrampicare una sera dopo l'uscita dal centro estivo del ricciolino biondo, l'unico giorno in cui c'era anche l'Alpmarito ed è stata una bellissima serata di svago estiva, che ha reso una giornata "ordinaria" speciale, per noi e per il ricciolino stesso. E poi ci siamo stati di domenica, approfittandone per stare con i nostri amici e fare un pic-nic in loro compagnia, lasciando giocare i bimbi;
 

 
2.  Le feste di compleanno. Abbiamo festeggiato due compleanni, quello di mia madre e quello di un amichetto del ricciolino dai tempi del nido. Nel primo caso, siamo stati a cena da lei, finalmente, dopo tanto tempo, tutti e tre noi fratelli insieme; nel secondo, c'è stata una allegra festa al giardinetto pubblico, con tiro alla fune, ruba bandiera e corse...semplicissimo, all'aria aperta e per questo divertentissimo per i bambini. Per noi è stato piacevole poter chiaccherare con genitori con cui ormai c'è una bella sintonia;

3. La gita a Leolandia. Siamo stati a Leolandia, per accontentare il ricciolino biondo che lo ciedeva dalla scorsa estate: entrati alle 10, siamo usciti alle 19.30, esausti ma felici. 
La gioia del ricciolino penso sia facile da immaginare, anche perchè questa  era anche in compagnia di una sua amichetta, cosa che ha consentito a noi di stare con i suoi genitori, con i quali andiamo molto d'accordo, trascorrendo una bellissima giornata.
In questa occasione, poi, a differenza della precedente (di cui ho raccontato qui), abbiamo visto anche acquario e rettilario e lo spettacolo di Masha e Orso (che però ha un pò deluso i bimbi, forse a quattro anni troppo grandi per il tipo di spettacolino).
Per la gioia di mio figlio, avendo ormai superato i 105 cm di altezza (105,5 senza scarpe), ha potuto fare TUTTE le attrazioni del parco, tranne tre (che richiedono i 120 cm) e quindi anche tutte quelle che la volta precedente gli erano precluse (comunque poche rispetto al numero totale). Ne era soddisfattissimo perche si è sentito "grande"!
 




Purtroppo, però, credo sia stato il continuo bagnarsi e asciugarsi, sole e acqua di Leolandia ad avermi dato il colpo di grazia.
O forse è solo la stanchezza accumulata!
 
"Scintille di gioia" è una bella iniziativa di Silvia, del blog "Scintille di gioia", appunto.
 
Se volete partecipare, le regole del gioco sono queste:
Come fare?
1- utilizzando l'hastag #scintilledigioia condividete con una foto su Instagram, Facebook, Twitter e/o un post sul blog tre momenti felici vissuti la settimana precedente;
2-nominate il mio blog e date le istruzioni su come partecipare;
3- invitate chi volete a partecipare a questo bellissimo gioco;
4- inviatemi i vostri momenti felici alla mail fiorellinosn@gmail.com mettendo come oggetto "Scintille di Gioia", in modo che io non me ne perda nemmeno uno!

venerdì 5 agosto 2016

Le letture di Mamma Avvocato: Daniel Glattauer e John Green

Le due settimane appena trascorse sono state molto proficue sul fronte letture: ho dormito poco per via del caldo e della solitudine ma ciò mi ha permesso di leggere anche molto.

Quali libri?

Tre romanzi. Niente di pesante, perché gli orari di lettura non lo avrebbero consentito e perché, in fondo, e' iniziato agosto e siamo in pieno clima vacanziero anche se non siamo partiti ne' siamo in procinto di farlo.

"Il teorema Catherine" di John Green, ed. Rizzoli, pag. 334, Euro 14,00

 

Dell'autore, John Grenn, avevo già letto "Colpa delle stelle" che, come vi avevo raccontato, mi ha colpito al cuore.

Era da tempo, perciò, che programmavo di cercare un altro suo romanzo e la scorsa settimana, in biblioteca, ho trovato questo.

Colin, diciassettenne ex bambino prodigio, e' appena stato lasciato dalla sua ragazza, la XIX, di nome Catherine come le precedenti XVIII.

Si sente inutile, poco importante, triste e si lascia convincere dal suo amico Hassan, un mussulmano "non terrorista", come si definisce lui stesso, che passa le sue giornate a guardare la TV, a partire per un viaggio on the road estivo, l'uno per dimenticare l'ennesimo fallimento amoroso, l'altro per non prendere nessuna decisione sul suo futuro e guadagnare tempo.

Ben presto però si fermeranno a Gutshot, nel Tenessee. E lì troveranno amore, amicizia, solidarietà, lavoro e, soprattutto, la voglia di conoscere un futuro non prevedibile, che sfugge a qualunque formula matematica.

Grazie ad una ragazza, Lindsey, ad una improbabile tomba dell'Arciduca Franz Ferdinand pubblicizzata in mezzo alla steppa, alla signora Hollis ed ai vecchietti del paese, infatti, Hassan troverà il coraggio di dare un indirizzo al suo futuro e Colin capirà che l'unica notorietà che vale la pena raggiungere e' nel campo che è importante per se stesso, quale che sia, e ci sono molti modi per essere "speciali".

Un romanzo che si legge bene, che mi è piaciuto per i suoi personaggi, adolescenti apparentemente normali che, visti dall'esterno, potrebbero apparire superficiali ma che poi, leggendo, si rivelano semplicemente alla ricerca di un senso.

La storia non mi ha colpito quanto "Colpa delle stelle" e penso che non sia alla stessa altezza, però sicuramente è una buona lettura per l'estate.

***

"Le ho mai raccontato del vento del Nord" di Daniel Glattauer, ed. Canguri Feltrinelli, 2011, pag. 118

e

"La settima onda" di Daniel Glattauer, ed. Canguri Feltrinelli, 2010, pag. 189, Euro 16,00

 

Ho scaricato il primo in formato eBook dopo aver letto la recensione entusiasta di Stefania e l'ho letteralmente divorato, a spese dei miei occhi (non avendo un eBook reader uso il tablet).

Si tratta di un romanzo epistolare moderno, in cui al posto delle lettere i protagonisti, Emma e Leo, si scambiano e-mail anziché lettere, prima per puro caso e poi per un interesse che da "platonico" si fa sempre più fisico, fino a spingere i due a programmare un incontro "dal vivo", che si concluderà in modo per me inaspettato.

Impossibile dire di più senza raccontare tutto perché si tratta di un libro costruito sullo scambio di emozioni, fatto praticamente solo di dialoghi.

Io l'ho trovato appassionante e originale. Una romantica lettura estiva! Non a caso in Germania, paese dell'autore, è stato un caso editoriale, con un milione di copie vendute, per poi essere tradotto in trentatré lingue.

A quel punto, non potevo che cercare il seguito, che ho trovato in biblioteca in formato cartaceo, per fortuna.

Come Stefania, non mi aspettavo la conclusione riservata alla storia (che comunque ho apprezzato) e non posso raccontarvi molto perché il romanzo continua come scambio epistolare, praticamente senza azioni ma con tantissimi sentimenti che è impossibile descrivere senza guastare il piacere di una lettura che scorre veloce e appassionante, anche se non quanto nel primo capitolo della storia.

Posso però dirvi che vi consiglio entrambi per questo venerdì del libro, soprattutto per le insonnie serali o per rilassarsi al mare o in montagna (ma leggeteli senza troppe interruzioni, per mantenere la sensazione di "flusso epistolare").

Buon venerdì di letture!

 

mercoledì 3 agosto 2016

Sulle tracce dei Walser ad Alpenzu'

Domenica scorsa siamo stati nuovamente in montagna con il ricciolino biondo, nonostante le previsioni del tempo non fossero ottime (ed infatti in discesa abbiamo preso un bell'acquazzone!)
 Ci tenevo, pero', a fare una di quelle che è da sempre una delle mie passeggiate preferite, che si trova (guarda caso) in Valle di Gressoney (AO) ed è corta, a prova di bimbo.


Corta ma molto molto suggestiva.





Da Gressoney Sain Jean (fraz. Chemonal, o Tschemenoal, che si incontra sulla sinistra, proseguendo sull'unica strada principale dopo aver superato il capoluogo,  verso Gressoney La Trinitè), a circa 1400 mt. di altezza, si imbocca il sentiero n. 6, ottimamente segnalato che, in un'ora scarsa (con il ricciolino biondo - 30 minuti solo adulti un po' allenati), conduce ad un paesino antico, fondato dal popolo Walser intorno al 1200 e con le attuali abitazioni (i tipici stadel, con la base in pietra e la parte soprastante in legno, che vedete spesso nelle mie foto) risalenti alla seconda metà del 1600: è Alpenzu' Grande, 1779 mt.




I Walser sono una popolazione di origine germanica che, nel 1200, dall'alto Vallese si diffusero in diverse regioni alpine attorno al massiccio del Monte Rosa, ove si trovano tutt'ora molti loro insediamenti e ove abitano i loro discendenti, che  parlano ancora un dialetto chiamato "Titsch".
 La passeggiata è particolarmente bella perchè si tratta di un largo e comodo sentiero che parte da una cascata che io amo molto (che d'inverno, quando gela, viene spesso scalata) e, seppur ripido, rimane per metà ombreggiato nel bosco, regalando scorci paesaggistici sull'abitato di Gressoney Saint-Jean, per poi sbucare in ripidi prati che conducono al villaggio, arrocato sulla cima, con la sua candida chiesetta.




Non mancano neppure cappelle votive, fiori ed alberi secolari.



Giunti al villaggio, la vista è magnifica: da una parte il massiccio del Monte Rosa, dall'altra Gressoney Saint-Jean in mezzo alla vallata.


E poi stadel, un rifugio e una comoda fontana, un grande prato, una roccia che tutti i bambini scalano per gioco e...altri sentieri!





Eh si', perchè la maggior parte degli escursionisti, dopo aver sostato ad Alpenzu' o gustato polenta e spezzatino al rifugio, scende per lo stesso sentiero dell'andata ma, credetemi, è un errore. Perchè? 
Perchè cosi' si perdono l'altrettanto suggestivo villaggetto di Alpenzu' Piccolo!


Infatti, se dal prato antistante il rifugio si imbocca il sentiero n. 7A o alta via walser n. 1 (indicato anche come GSW), si giunge, con una mezz'oretta di cammino pressochè in piano, ad un altro abitato walser altrettanto bello, Alpenzu' "Piccolo" appunto (mt. 1800)...



...e poi si scende  piu' dolcemente fino al Comune di Gressoney La Trinitè (ci sono vari bivi dopo il villaggio di Alpenzu' Piccolo, di cui due che consentono di scendere direttamente sulla strada asfaltata a metà tra Gressoney Saint-Jean e Gressoney La Trinité, pero' io consiglio di proseguire fino a quest'ultimo Comune, dove si trovano bar, ristoranti, fermata del bus e parco giochi).

Da li' si puo' prendere la navetta (che passa piu' o meno ogni ora, a pagamento ma al prezzo di un autobus di città) per tornare alla partenza in pochi minuti oppure attraversare il torrente e scendere, lungo il sentiero che corre sul versante opposto della montagna da quello di Alpenzu', sempre a piedi, con un passeggiata carina e priva di rischi (con i bimbi contate un'ora da Alpenzu' Grande a Trinitè e un'altra da Trinitè a Saint-Jean), compiendo cosi' un bel giro ad anello non particolarmente faticoso.

Ovviamente, se preferite una salita piu' lunga ma meno ripida ed una discesa corta ed intensa, potete anche partire da Gressoney La Trinitè (nel pratone che si trova sulla sinistra salendo, appena prima di entrare in paese), per poi scendere a Saint-Jean, compiendo il percorso al contrario rispetto a quanto da me indicato.

ps. Nel tratto che collega Alpenzu' Grande a quello Piccolo, in alcuni punti il sentiero è piu' stretto e i prati sottostanti molto ripidi, dunque tenete d'occhio i bambini affinchè non scivolino!

Che dite, vi ispira? Conoscete i Walser e la Valle di Gressoney?