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lunedì 3 dicembre 2018

Caccia al tesoro per bambini di 5-8 anni (con pdf scaricabili)

Il settimo compleanno del ricciolino è stato nuovamente con gli amichetti, anzichè con la sola cerchia familiare e, come due anni fa, abbiamo scelto di non chiamare animatori/trucca bimbi ecc. ma di lasciare i bambini giocare da soli.
Per cercare di coinvolgere tutti, però, visto il successo del 2016 (qui trovate la caccia al tesoro per bambini di 4-6 anni, con pdf scaricabili gratuitamente), ho organizzato una nuova caccia la tesoro, pensata per bambini di 5 - 8 anni (l'età prevalente), che comunque è piaciuta anche alla cuginetta quindicenne ed ai cuginetti di 10 anni, che hanno aiutato i più piccoli.

L'idea originale era quella di fare solo i bigliettini - prova e collocarli in luoghi prestabiliti e disegnare una mappa del tesoro per guidare i bambini da un nascondiglio all'altro, oppure, senza mappa, di fare prove che contenessero nella soluzione l'indizio per trovare il bigliettino successivo.
Il tempo però era incerto dunque non ho saputo fino al mattino della festa se avrei potuto nascondere le prove all'aperto (parco giochi) o avrei dovuto organizzare la caccia al chiuso, nel salone scelto.
Era dunque escluso che potessi utilizzare uno dei due metodi sopra indicati.
Per tale motivo ho pensato ad una caccia al tesoro che si potesse fare ovunque e adattare a qualunque situazione.
Volendo, può anche essere usata come serie di giochi - quiz per intrattenere i bimbi, senza neppure farli spostare da un luogo all'altro a cercare le prove e dunque senza bigliettini - indizio, semplicemente proponendo loro i vari giochi.


PREPARAZIONE E ORGANIZZAZIONE 
 
Ho preparato il gioco in questo modo:

- due squadre, distinte da due colori (arancio e verde);
- undici bigliettini-prova per squadra, con giochi-prova diversi ma dello stesso tip e consegnati in ordine differente;
- undici bigliettini-indizio per squadra;
- matite colorate (da far usare per i giochi);
- due scatole di scarpe, nel mio caso piccole, da bambino, ricoperte di carta argentata (per il tesoro della squadra seconda classificata) e di carta da pacchi dorata (da usare come scrigno del tesoro della squadra che concluderà per prima la caccia) oppure colorare di argento e d'oro con i pennarelli;
- cioccolatini a forma di monete (per la scatola d'oro) e altri formati (ad esempio ovetti, per la scatola d'argento), oppure altri cioccolatini, caramelle o oggettini a vostra scelta, che costituiranno il tesoro.


Preparati in anticipo i bigliettini- prova, piegateli e numerateli, usando due colori diversi per le due squadre.
Quando andate ad allestire il locale (la casa per la festa o quando volete voi), scegliete dove collocare i bigliettini - prova e fatevi un elenco per squadra, con indicata la successione delle prove e i luoghi in cui sono nascosti i bigliettini - prova.
Tornerà utile per nascondere i biglietti - prova senza sbagliare e nel caso non si trovi qualche bigliettino indizio o bigliettino - prova.

Poi preparate (a mano o al pc, a seconda del tempo che avete) i bigliettini - indizi, numerandoli con 1bis, 2bis ecc. i bigliettini-indizio, per non sbagliare: in essi andrete ad indicare dove trovare il bigliettino - prova successivo.

Poi nascondete i bigliettini -prova in unidici posti diversi, seguendo l'ordine dei bigliettini-indizio, ovvero del vostro foglio guida.
Tenete voi, in due buste o cartellette trasparenti (una per squadra), gli undici bigliettini - indizi ed il foglio guida.

Per ultimo nascondete le due scatole del tesoro.


SVOLGIMENTO
Al momento di giocare,
- create le squadre o lasciate che i bimbi si dividano in due squadre, se sono già grandicelli;
- scegliete un adulto per squadra (uno potete essere voi), che consegni i bigliettini- prova e guidi i bambini alla fine nel gioco finale di ricerca del tesoro; 
- l'adulto capo squadra consegna il bigliettino - indizio n. 1bis ad ogni squadra;
- l'adulto verificache la squadra trovi nel luogo indicato il bigliettino - prova corrispondente (n. 1 , n. 2 ecc.)
- superata ciascuna prova, l'adulto consegna a ciascuna squadra il bigliettino- indizio successivo, da seguire per trovare il secondo bigliettino-prova e così via, fino all'ultimo bigliettino-inidizio, nel quale vi è l'invito a superare l'ultima prova e poi giocare  con l'adulto di riferimento della squadra a cercare il tesoro, con acqua, fuoco, fuochino ecc.

In alternativa, superata l'ultima prova potete consegnare ai bambini una mappa per squadra da interpretare per trovare il nascondiglio del tesoro, ovviamente preparando in anticipo tale mappa.

In pratica, ad ogni prova superata viene consegnato un bigliettino - indizio sul luogo in cui era nascosta la prova successiva e così via, fino alla mappa.       

 I BIGLIETTINI - PROVA, ovvero LE PROVE 

Le undici prove che ho scelto (ma potete anche inserirne di più o di meno, se temete che i bambini si annoino) erano varie:  
1 - un piccolo puzzle stampato su carta e ritagliato,  da comporre (ed eventualmente far anche colorare), chiuso in una busta da lettere.
Quelli che ho usato io provengono dal sito "Pianetabambini": ce ne sono tantissimi e sono scaricabili gratuitamente.
2 - labirinti (2 per squadra, uno facile e uno difficile, da consegnare entrambi ai bambini della squadra, cosicchè i piccoli possano fare quello facile ed i grandi il difficile).
Anche questi li ho stampati dal sito "Pianetabambini", ove sono scaricabili gratuitamente e divisi per livello di difficoltà;
3 - un cruciverba, uguale per le due squadre. 
 Io l'ho trovato sul sito Giocamania, da cui è liberamente scaricabile;
4 -  due semplici quiz a tempo per squadra (30 secondi per rispondere).
I quesiti che ho inventato si riferiscono alla realtà locale ma potete inventarne di nuovi in base al territorio o conoscenze dei bambini;
5 - l'impiccato per i grandi (da me pensato e disegnato) ed  il gioco "trova l'intruso" e sue varianti per i piccoli (che nella caccia al tesoro del 2016 avevo inventato, li trovate qui, e invece questa volta ho tratto da una vecchia rivista per bambini molto amata dal ricciolino negli anni scorsi, "La Pimpa"  ed. Franco Panini Ragazzi, n. 109 del settembre n. 9/96;
6 - prove di abilità motoria, da me ideate
7 - unisci i puntini, anche essi trovati su "Pianetabambini";
8 - tre domande per squadra, da me inventate, a tema sport e cartoni, "Dimmi dimmi bel bambino..";
9 -il cerca oggetti, ovvero "trova e porta all'adulto" una serie di oggetti, distinti, per una squadra, in base alla forma, per l'altra, in base al colore;
10 -  6 operazioni matematiche
(nel mio caso solo addizioni e sottrazioni, vista l'età prevalente dei bambini) per squadra;
11 - indovinello. 
Io ne ho scelti due tratti da un mio libro d'infanzia: "Il pianeta Acca Zeta" di Gianni Rodari, ed. Giunti  Marzocco.


Superata l'ultima prova, come indicato nell'ultimo bigliettino - indizio (n. 11 bis), ho guidato la mia squadra a suon di oceano, acqua profonda, acqua, acquina, fuocherello, fuoco...fino al tesoro!
***

Ecco otto delle undici prove delle due squadre con il foglio guida in pdf delle prove, da scaricare gratuitamente.
Vi chiedo solo una cortesia: se li scaricate o pensate di farlo, lasciate un commento per farmi sapere se vi piacciono. Una piccola gratificazione personale per l'aiuto che spero di darvi!


Labirinti, puzzle e "unisci i puntini" potete invece trovarli sul sito da cui li ho tratti, sovra indicato.
 




I bigliettini-indizi, invece, vanno ovviamente personalizzati in base al luogo dove nasconderete i biglietti prova.
Per darvi un'idea, ecco una foto di quelli che ho scritto io:



Qui trovate invece la caccia al tesoro per bambini di 4-6 anni, con pdf scaricabili gratuitamente.


mercoledì 21 novembre 2018

Tra svezzamento "tradizionale" e "auto svezzamento": la mia esperienza con il primogenito ed i gemelli

Premessa: questo post non costituisce e non vuole costituire un consiglio medico o nutrizionale, che peraltro non potrei fornire, non avendone le competenze. Si tratta unicamente del racconto di una esperienza personale. Rivolgetevi al pediatra per ogni vostro dubbio o per consigli.

La fase dello svezzamento è molto temuta dalle mamme, sia al primo figlio che ai successivi, anche se, per quanto mi riguarda, per ragioni in parte diverse.


In primo luogo, lo svezzamento costituisce un primo "allontanamento" del bebè dalla mamma, sia quando il bimbo è allattato al seno, sia quando beve dal biberon latte artificiale o materno.
E non sempre mamma e bambino sono pronti ad affrontare questa tappa, anche se lo svezzamento è sempre un percorso graduale, che non esclude allattamento o biberon complementari.

Per questo, sarebbe meglio aspettare che i bambini dimostrino interesse per il cibo, più che attenersi solo a tabelle o indicazioni del pediatra (queste ultime comunque imprescindibili).

Al primo figlio, per me l'idea dello svezzamento evocava scenari apocalittici di soffocamento, ustioni, dimagrimento ma rappresentava anche il primo passo verso pasti condivisi in famiglia, uscite facilitate da casa anche durante l'orario dei pasti ed una maggiore autonomia del ricciolino.
Solo che non immaginavo quanto sarebbe stato lungo il cammino, nè che cullarlo in braccio dandogli il biberon mi sarebbe mancato tantissimo e tanto meno sapevo quanto il mio adorabile mangione avrebbe sporcato ad ogni pasto, dallo svezzamento in poi (e no, non mica ancora finita con questo aspetto).
Con i gemelli, memore di ciò e molto meno in ansia per la sopravvivenza dei bambini, avrei aspettato ben oltre i sei mesi, se Orsetto non avesse avuto un arresto di crescita e non avesse continuato a rigurgitare e soffrire di reflusso ad ogni poppata, senza che nulla potessero appositi sciroppi o latte con formulazioni specifiche.

A quattro mesi il primo mio figlio scalpitava per assaggiare e i biberon strapieni, sembravano non bastare a saziarlo.
Perciò ho iniziato con frutta omogeneizzata a merenda, in aggiunta al latte, per poi ottenere il via libera della pediatra con i primi brodini vegetali a pranzo ancora prima del sesto mese.
L'idea era quella di procedere come da tabella fornitami, iniziando con il brodo, proseguendo con creme di riso, cereali senza glutine ecc., poi introdurre la prima carne omogeneizzata nei brodi, poi il pesce ecc. ecc., passare le verdure ed infine arrivare ai pezzetti di cibo, introducendo un alimento alla volta per almeno 15 giorni prima di proseguire e tenendo lontani dalla tavola alcuni alimenti fino a dopo i due anni o, alcuni, all'anno.
Insomma, lo "svezzamento tradizionale" (che poi tanto tradizionale forse non è).

Inutile dire che pur con tutti i miei sforzi, di regole ne ho rispettate poche, sentendomi ogni volta maledettamente in colpa.

Ho introdotto un alimento per volta, questo sì, osservando eventuali reazioni allergiche o difficioltà digestive, vista la familiarità con allergie anche alimentari e ho anche sottoposto il ricciolino ha specifiche analisi consigliate dallo specialista, scoprendo in effetti che dovevo introdurre con molta cautela alcuni alimenti (sotto il controllo di allergologa e pediatra).
Anche sul sale e i dolci sono stata molto attenta: niente zuccheri, neanche succhi di frutta, e niente sale aggiunto agli alimenti, fino a dopo i due anni.
Quanto al sale, ancora oggi ne usiamo poco, mentre per gli zuccheri ho ceduto con il tempo ma concedo con parsimonia.

Però ho anche scoperto presto che brodini e creme non facevano per mio figlio: lui voleva cibi di

consistenza più solida, voleva masticare pur non avendo denti! Altrimenti piuttosto non mangiava.
Così io e mio marito ci siamo ridotti quasi subito a mangiare pasta scotta e riso stracotto, carne super cotta e ridotta a pezzettini o passate di verdure "corpose", verdure bollitea pezzi e pesce al vapore, il tutto senza sale, per mangiare con lui.
Solo che, per arrivarci, siamo passati attraverso rifiuti del cibo e, per quel che mi riguarda, preoccupazioni e frustrazione.
Niente di drammatico ma comunque non piacevole.

A ripensarci ora, mi sembra che il percorso fino ad un pasto come quello degli adulti o simile, con il ricciolino sia stato straordinariamente breve, complice anche l'asilo nido e l'imitazione dei bimbi più grandi.
L'Alpmarito, invece, lo ricorda come una lunga faticaccia (LUI!!!!), segno che forse io ho semplicemente rimosso.

Con i gemelli, memore di tale esperienza frustrante, ho deciso di studiarmi per tempo l'affascinante teoria dell'autosvezzamento, leggendo anche uno dei libri che viene considerato la pietra miliare di questo approccio: 
"Io mi svezzo da solo. Dialoghi sullo svezzamento" del pediatra Lucio Piermarini.

Un inno alla spontaneità, alla fiducia nel proprio bambino e nelle sue capacità.
Uno stimolo ad attendere i tempi del bambino ed a mangiare insieme in modo (più) sano per tutti, controllando e correggendo le abitudini alimentari di tutta la famiglia.
Un invito a bandire le paranoie sul fatto che il bambino "non mangi abbastanza" perchè le quantità ci sembrano ridotte rispetto a quelle di un adulto o di un coetaneo.

In questo, io ho l'esempio in casa:
Principessa mangia come non ci fosse un domani ad ogni occasione ma da dopo l'anno rifiuta completamente il latte.
Orsetto spilucca quantitativi sempre inferiori rispetto alla sorella e solo se è cibo di suo gradimento (con gusti che variano dalla sera alla mattina), però in compenso integra con mega biberon a colazione e prima di andare a dormire, ancora adesso che ha 17 mesi.

Insomma, poche semplici regole (ad esempio banditi zucchero e sale aggiunto fino all'anno o anche ai due anni) e spazio ai bambini.
Infatti la filosofia di base, per quel che ho capito io, è che non ci sono alimenti di per sè da bandire fino a momenti predefiniti dello sviluppo perchè altrimenti aumenterebbe il rischio di reazioni allergiche (anche se è sempre preferibile introdurre un alimento nuovo per volta per alcuni giorni  permonitorare eventuali reazioni), poiché non ci sarebbero evidenze scientifiche che lo giustifichino.
Ne' è necessario attenersi a quantitativi predefiniti o a tabelle standard di alimenti, perché le esigenze di ciascun bambino sono diverse e variabili ed è il bambino a dover esprimere i suoi bisogni nutrizionali (ovviamente in modo non verbale), non l'adulto.
Dunque bisogna lasciare che sia il bambino a chiedere cibo e ad assaggiare ed i genitori devono assecondarlo in qualunque occasione, senza insistere se invece smette o non vuole.
L'esempio, ovvero lo stare a tavola con i genitori, è fondamentale.
L'allattamento può proseguire fino a che vogliono mamma e bambino.

Riguardo a quando iniziare, Piermarini suggerisce di aspettare i sei mesi circa e comunque quando il  bambino è incuriosito e dimostra di voler assaggiare il cibo degli adulti e purchè sia pronto per alimenti solidi.
Secondo le varie indicazioni trovate sui libri e confermate dalla pediatra, è arrivato il momento se il bimbo:
1 - sa stare seduto sul seggiolone con la testa e la schiena dritta e non ciondola a destra o sinistra o in avanti;
2 - sa afferrare i pezzetti di alimenti con le mani e cerca di portarseli alla bocca (anche se magari non centra spesso il bersaglio!);
3 - sa deglutire  e non si limita a sputare il cibo o a spingero in fuori con la lingua come se succhiasse.
 Naturalmente, è opportuno sentire prima il parere del pediatra di riferimento.

Detto così suona facile e liberatorio ma, secondo il mio parere, non lo è del tutto.

Perché?  
- lasciare che il bambino decida cosa mangiare e quando è pronto a farlo, significa offrirli una discreta varietà di pietanze sane ad ogni pasto, tra cui possa scegliere e con cui possa sperimentare, stimolando il proprio gusto ed appetito ed abituandosi alle diverse consistenze ed ai diversi sapori.
In altre parole, significa doversi assumere una maggiore responsabilità educativa, scegliendo da soli e con consapevolezza cosa portare in tavola e quando;

- significa anche cucinare, dedicando tempo ed attenzione alla spesa ed alla preparazione dei pasti, rendendoli adatti ai bambini, come consistenza e salubrità, anzichè comprare pastine, creme pronte, omogeneizzati, merende ecc.
Con il rischio, peraltro, di cadere nell'errore di pensare che ciò che è preparato inc asa sia per forza più sano, anche se compriamo materie prime di dubbia origine;

- richiede la collaborazione della cerchia familiare, della baby sitter o del nido che si occupa del bambino al posto dei genitori o con i genitori e che deve adottare lo stesso approccio.
E non è sempre facile. Spesso sono i parenti, educati allo svezzamento "tradizionale" ad opporre più resistenza, mentre paradossalmente il nido, se ha la cucina interna e flessibilità organizzativa, può aiutare.

Il mio primo dubbio, perciò, ha riguardato questi aspetti:
1) come fare a mettere in tavola abbastanza varietà per lasciare che sia il bambino a guidare? E' davvero possibile farlo? Quanto e cosa offrire?
2) dove trovare il tempo e le energie per fare la spesa di prodotti freschi spesso e cucinare tutto o quasi in casa ?
3) al nido o dai nonni come sarebbe andata ?

Ho quindi optato per una via di mezzo tra lo svezzamento tradizionale e l'autosvezzamento, decidendo con il papà di mettere sempre i bimbi a tavola nel seggiolone con noi e lasciare che chiedessero e assaggiassero praticamente di tutto, ridotto a pezzettini ma non passato.
Proporre piatti il più simile possibile ai nostri il prima possibile, osservando le reazioni e naturalmente, sforzandoci di migliorare di nuovo le nostre abitudini a tavola: meno sale, cibi più freschi possibili, mmeno alimenti precotti, preparazioni semplici (ma in questo eravamo già abituati), tanta frutta e verdura ad ogni pasto, ricerca della varietà.

Nello stesso tempo, però, davamo anche da mangiare ai bambini le creme e gli omegeniezzati già pronti, nonchè i vari omogeneizzati di frutta, evitando sempre quelli al formaggio o di verdure, facili da sostituire con preparazioni casalinghe, salvo casi particolari.
Per poi passare a frutta a pezzi, micro bocconi di carne e pesce e pastasciutta appena spuntati i primi dentini o comunque rinforzate le gengive e visto che riuscivano a deglutirli.
Anche perchè portarsi le pappine nelle gite in montagna di questa estate o in spiaggia, non sarebbe stato affatto comodo!!!
Al nido, abbiamo lasciato praticamente carta bianca alle maestre, fidandoci di loro e della cucina.

Sicuramente, però, a me non mi è ancora passata l'ansia del "non mangia abbastanza" ,quando si parla di Orsetto, perchè oggettivamente fatica a prendere peso pur crescendo in salute e il confronto con quanto mangia sua sorella viene inevitabile, cosicchè finisco per insistere sempre troppo, con lui.
E quando salta quasi il pasto perchè non c'è nulla che gli piaccia, mi preoccupo seppur meno di quanto  facessi con il primogenito e meno dei primi mesi di svezzamento.
D'altra parte, nessuno è perfetto, no?!?

Insomma, una applicazione non rigida (e con qualche errore) ci è sembrato un discreto compromesso tra praticità ed autonomia, organizzazione e spontaneità.
L'unica soluzione,d'altronde,  che mi è sembrata praticabile con tre figli, di cui due gemelli da svezzare insieme!

Per dare un'idea dei tempi: entrambi i gemelli hanno iniziato ad assaggiare la frutta, mentre noi mangiavamo, pochi giorni dopo i quattro mesi, semplicemnete succiando spicchi di mela e banane.
Orsetto ha iniziato con la crema di riso (i brodi vegetali non li ho proprio considerati, con i gemelli!) a cinque mesi e mezzo, Principessa non è stata pronta (e non c'erano particolari problemi come con Orsetto per spingerla) fino ai sei mesi e mezzo.
D'altro canto, i primi dentini le sono spuntati quasi due mesi dopo il fratello e con il latte di mamma prima e le aggiunte dopo, cresceva molto bene.
Dagli 11 mesi e mezzo, Principessa mangia da sola con le mani e le posatine (queste ultime senza tanta efficacia) nel piatto e beve dal bicchiere con il beccuccio ma, se aiutata, anche da quello normale.
Non ha mai particolarmente gradito i passati e le creme, come il ricciolino.
Orsetto  è arrivato a mangiare da solo con le manine e bere dal bicchiere con beccuccio a 13 mesi ma al nido, fino ad un mesetto fa, preferiva ancora vellutate, passate o comunque cibo quasi liquido, rifiutando i pezzetti ed i bocconi. Non disdegna comunque il biberon mattino e sera.

Quanto al disastro in cucina, a tavola ed addosso ai bambini ad ogni pasto.....stendiamo un velo pietoso!!!




giovedì 8 novembre 2018

Culla n. 7

Culla n. 7

La tua, quando sei nato. 3290 gr per 51 cm, una tutina taglia 0 color perla e un cappellino di cotone in testa.
Prima a righe verdi, bianche e azzurre, poi, quando ti hanno riportato in camera dopo il bagnetto, rosa e con la scritta “Born in 2011”.

Ti ricordo così, nei nostri primi momenti insieme.
Ti ricordo accoccolato come un ragnetto a me, pancia contro pancia, la tua testolina con il cappellino sul mio petto, pelle a pelle sotto una coperta ruvida come quelle dei rifugi o delle caserme, in una stanza in penombra accanto alla sala parto. E io incredula che ti guardavo e non ci credevo.

Ti sei pesato, l’altro ieri, e il nonno, come ogni anno, oggi ti misurerà, aggiungendo una tacca al muro.

I numeri sono così importanti, quando si parla di bambini.

Culla n. 7.

7 , come gli anni che compi oggi.

E come sette anni fa, io ti guardo dormire, con i tuoi boccoli biondi sparsi sul cuscino, la bocca un po’ aperta, il nasino a patata e la pelle del viso ancora così morbida, e sono incredula.

Perché è difficile credere di essere in parte artefice di tanta meraviglia. Perché è difficile immaginare che l’amore possa continuare ad espandersi ed aumentare, quando già mi sembra di scoppiare d’amore per te.  
Eppure succede.
Perché è difficile accettare che lo scorrere del tempo sembri a volte così monotono e faticoso e tiranno, giorno dopo giorno, e poi accorgersi che è passato in un lampo, trascinando nella sua corsa la tua crescita, con una scia di ricordi e un po'  di malinconia.

Non sono una madre perfetta. 
Non sono proprio la madre che vorrei essere.
Non sono forse la madre che meriteresti.

Quel che è certo, però, è che tu per me sei il figlio perfetto, 
proprio il figlio che avrei voluto avere, quello che forse non merito.

Sì anche quando ti sgrido e rimprovero e perdo la pazienza.
Perché sono umana e molto stanca ma il mio amore per te è sovra umano e di stanchezza non ne conosce.
E questo non devi dimenticarlo mai.

Culla n. 7

7, come gli anni che compi oggi,
7, come il mio numero preferito.

Auguri, bimbo mio.
Auguri a te, che ogni giorno cambi e sei più autonomo, eppure chiedi, ancora e sempre, coccole, baci e abbracci;
auguri a te, che hai la camera piena di giochi, dal Lego alle macchinine, alle spade di legno, ai giochi di società, eppure non perdi occasione per salire sul cavalcabile dei tuoi fratelli, infilarti nel tunnel di stoffa dell’Ikea o giocare con la mini palla dei piccoli, perché piccolo lo sei ancora anche tu, nonostante ormai tu sia un fratello maggiore e, vicino ai gemelli, tu possa sembrarmi già grande;
auguri a te, che un momento fai ragionamenti da adulto e domande che dimostrano maturità ed un altro piagnucoli come un neonato stanco o agisci senza pensare alle conseguenze, come tutti i bambini, come sei anche tu;
auguri a te, che sei il mio consulente di immagine e scegli con cura come vestirti ogni giorno ma che, giustamente, hai uno stile tutto tuo.
A te, che vorresti riavere la mamma ed il papà tutti per te e reclami attenzioni, eppure non dimentichi mai di salutare con un bacino i tuoi fratellini al nido, di coccolarli appena svegli, di salutarli con il sorriso all'uscita da scuola, di tenerli per mano al primo accenno di pericolo e di augurare loro la buonanotte, abbracciandoli stretti a te.

Auguri, bimbo mio.
Cresci, cambia, diventa chi vuoi essere.
Però, per favore, rimani anche, almeno un po' , come sei ora!


domenica 3 giugno 2018

Di teatro per bambini, di combattimenti di spada medioevali, di libri non compresi, di stanchezza, di eventi a pagamento, di bibliotecari volenterosi: insomma, di tutto !

Il tempo mi manca sempre.
Sempre.

Di mille cose da fare per forza ed altre mille che vorrei fare, solo la metà delle prime trovano spazio.
Arrivo al fine settimana spompa, arrivo alle sei di sera, ogni giorno, sognando che siano già le dieci, per avere tutti a nanna. E magari crollare pure io.

La verità è che sono organizzata. Organizzatissima.
Eppure non basta mai.

La stanchezza, lo sconforto, hanno il sopravvento nove volte su dieci. Non posso crollare, eppure dentro spesso e volentieri crollo, emotivamente stravolta, quasi vuota.

In testa scrivo centinaia di post. Poi non trovo modo di scriverne davvero neppure uno, il tempo passa e quando ci ripenso, appaiono fuori luogo, superati. Anche per me.
E rinuncio.
A volte sono avvenimenti che vorrei mettere nero su bianco per ricordare, altre riflessioni che vorrei condividere, altri ancora consigli o sconsigli. 
È frustrante lasciarli andare, per quanto a posteriori possano apparire insignificanti o lo siano davvero per chi legge (ditemi di no, vi prego!)

In questi giorni, ad esempio, ad Ivrea è in programma “La grande invasione”, una manifestazione letteraria con eventi per grandi e piccoli, incontri con scrittori, laboratori, letture ad alta voce.
Sono anni che si svolge e con il ricciolino, una cara amica e i suoi figli, ci siamo stati spesso, divertendoci.
Questa volta, però, il programma è solo on- line, gli eventi sono praticamente tutti su prenotazione e si deve pure pagare, 2 euro a bimbo per ciascuno.
Non è tanto. Però io mi sono anche stufata di pagare sempre tutto in più, a parte.
Oltre alle tasse.
Nonostante siano eventi culturali, nonostante si usino spazi pubblici, nonostante il grosso del lavoro lo facciano volontari, nonostante lo scopo ultimo sia anche vendere (e infatti finisci per comprare libri, se non subito, qualche giorno dopo) e far consumare (gelati, bibite, acqua ecc.) e infatti consumi.
Ecco. 
Tutto si paga in più, a parte, oltre.
E a fine mese si fa sempre più fatica.

Peraltro, lo dico anche se non piacerà a molti leggerlo, in una città rossa da sempre, dove tutti si sentono tanto democratici, progressisti, aperti e acculturati. 
Dove si professa solidarietà e inclusione. E poi pagano pure i bambini, per stare in uno spazio pubblico a sentire parlare di libri o leggere. Vabbè.

Per contro (pane al pane e vino al vino), quest’anno siamo stati a teatro, sempre ad Ivrea, ad una bella rassegna pensata apposta per i bambini. 
Non gratuita ma, visto l’uso del teatro e la bravura delle compagnie coinvolte, decisamente ad un prezzo onesto.







La rassegna (cinque spettacoli per bimbi dai 3 ai 7 anni) e tre per i ragazzini (dai 7 anni), diluiti in sei mesi, avrebbe potuto essere gestita meglio a livello di vendite dei biglietti e degli abbonamenti (concentrata in un pomeriggio, solo in contanti, con fila di ore che si è gentilmente sciroppata la mia amica- grazie!- e con pagamento in contanti), però il livello degli spettacoli è stato eccellente, per varietà e bravura degli attori.

C’e’ stato Pinocchio, in una rappresentazione modernizzata ma fedele nelle scene all’originale, in cui tre giovani attori, con materiale di uso comune, hanno realizzato uno spettacolo veramente bello e coinvolgente.

Poi un cantafavole, che ha suonato, recitato e raccontato tre storie diverse, a sfondo natalizio, tenendo incollati alle sedie bambini (compatibilmente con l’età ) e adulti, da solo, per l’intera ora dello spettacolo.

La durata, infatti, di max un’ora senza pause, per ogni incontro, è  stata pensata per i bambini e ha funzionato.

Uno spettacolo di animazione su nero (ovvero in pratica senza fondale) che ha raccontato la storia vera di Becco Di Rame, un’oca da guardia coraggiosa che ha appassionato e colpito i bambini (e non solo), messa in scena in modo molto particolare da due bravissimi attori, senza che neppure comparissero in scena (se ben ricordo).


E poi Lulu’, teatro di narrazione e figura, anche esso senza sfondo e fondale, eppure d’effetto.
Infine “Un amico accanto”.

La storia di un dragone messa in scena da due donne. Brave. Davvero.
Solo che lo spettacolo ci ha intristito, letteralmente.
Poiché è stato tratto liberamente da un racconto per bambini, siamo andati a cercare il libro di biblioteca.
Questo.




L’autore è famoso soprattutto per “Capitan Mutanda”.
Attenzione, ora vi racconterò la storia di un “Amico accanto”, per dirvi perché non l’ho capita.
Siete avvertiti.

Un draghetto solo al mondo, stufo di stare solo, per l’appunto, parte alla ricerca di un amico. 
Non solo non lo trova, ma un serpente dispettoso gli fa credere che una mela sappia parlare e voglia essere sua amica.
Solo che un tricheco monello, a cui il draghetto l’aveva affidata nella sala d’aspetto del dottore, mentre andava in bagno, chiedendogli di averne cura un momento, se la mangia, lasciando solo il torsolo.

La mela è dunque morta, viene seppellita dal draghetto, di nuovo solo e molto triste, nel giardino.
Qualche anno dopo, è cresciuto un albero di mele ed il draghetto ha finalmente di nuovo delle amiche.
Mele. 
Silenziose.
Stagionali.
Destinate a essere mangiate o a marcire.

Niente. A me è venuto da piangere per la cattiveria del serpente e del tricheco, per la solitudine del draghetto e per la sua disperazione. Così come per il finale.
Idem per il ricciolino.

Voi che morale ci trovate? Oppure, semplicemente, cosa ne pensate?
Aiutatemi a trovare motivo di letizia nella storia, per favore.

Comunque il prossimo anno io e la mia amica speriamo di riuscire a riprendere l’abbonamento per la rassegna teatrale.
Perché per i bambini sono state bellissime esperienze e per noi, al piacere degli spettacoli, si è aggiunto quello di avere un appuntamento fisso in cui incontrarci.
Infatti non ne abbiamo perso uno, ci sono andata anche con la gamba immobilizzata dal tutore, mentre la strada, ovviamente acciottolata, era gelata per il freddo e la pioggia, e pur dovendo saltellare su una gamba sola per arrivarci.

Un’altra bella iniziativa a cui abbiamo partecipato io ed il ricciolino, è stata organizzata dalla biblioteca del paesello e consiste in letture ad alta voce gratuite (con burattini, scenette, il teatro delle ombre e altri “stili” sempre diversi), un pomeriggio al mese, seguiti da piccoli laboratori.

Ecco. Queste per me sono iniziative culturali lodevoli, che regalano intrattenimento di valore, sviluppano la creatività e fanno stare bene insieme. Perciò, agli organizzatori di “Bambini a teatro” ad Ivrea e ai bibliotecari della Valle D'Aosta, io dico grazie, anche a nome di mio figlio.

P.s. Cosa abbiamo fatto al posto di andare alla “Grande invasione”? Siamo stati per un pomeriggio, per la prima volta, alle “Ferie medioevali” di Pavone Canavese (TO), a vedere, (gratuitamente il sabato, la domenica gli adulti avrebbero pagato tre euro), bravissimi schermidori combattere alla moda del Medioevo all’ombra del Castello (con scenografiche e pesantissime armature, cotte di maglia ed elmi e spade da 1,5 kg l’una), guardare abili giocolieri e giocoliere che hanno divertito tutti, ammirare aquile, falconi, poiane e gufi con i loro bravi falconieri, mangiare il gelato e passeggiare tra persone in costume.
Una manifestazione piccola ma davvero molto carina  che, ovviamente, ha conquistato il ricciolino, tornato a casa con una spada di legno in più, un’idea per il suo compleanno e il progetto dello scudo che vuole fabbricarmi nei prossimi giorni con l’aiuto di suo padre.

Insomma, abbiamo fatto centro!





martedì 6 marzo 2018

La TIN: un'esperienza indimenticabile


La TIN: una esperienza che lascia il segno.


I miei gemellini sono nati a 35 settimane + 3 giorni, a causa di un arresto di crescita del maschietto.
Sono dunque dei bimbi prematuri anche se, per fortuna, con una prematurita’ lieve poiché, avendo superato l’importante traguardo delle 35 settimane di gestazione (con la terapia cortisonica a 34 settimane, quando minacciavano di nascere),  e non avendo altre patologie, sono nati con piena autonomia respiratoria.
Non hanno dunque avuto bisogno di ossigeno e, pur essendo entrambi piccolini (2200 gr  la mia bimba,1670 gr. il mio bimbo), la femminuccia ha trascorso solo una notte (immediatamente dopo la sua nascita) in culla termica, mentre il maschietto ha trascorso due giorni in incubatrice, restando per in TIN qualche giorno.

Poter abbracciare un figlio subito dopo il parto sembra scontato, naturale. 
Così mi era sembrato con il ricciolino.
Con i gemellini, ho scoperto che,invece, è un dono immenso.
Li ho visti e salutati subito ma solo per un istante.

Quando mi sono risvegliata dall’anestesia ho dovuto rimanere immobile a letto e ho potuto tenere in braccio la mia bambina solo una decina di ore dopo.
Ore annebbiate e stanche ma anche lunghissime.
Il mio piccolino, invece, ho potuto rivederlo solo il giorno ancora successivo, in terapia intensiva neonatale, dopo aver guardato in lacrime due foto sul cellulare.
La prima volta che sono potuta andare da l'io ho solo pianto, non osando neppure aprire lo sportellino per toccarlo.
Quando, finalmente, mi hanno invitato a farlo e, dopo poche ore, a tenerlo in braccio e dargli il latte, un po’ con il biberon ed un po' con il sondino, è stata una emozione incredibile.
Ogni volta che accedevo al reparto, lo vedevo così piccolo e fragile (con il calo fisiologico dei primi giorni, più importante nei prematuri, era sceso a 1500 gr): stava a pancia in su nella sua culletta, in tutine taglia 00 comunque enormi per lui e avvolto dalle copertine come in un bozzolo, gli occhietti i primi giorni quasi sempre chiusi.
Mi sentivo impotente, incapace, impaurita.
La sua crescita, la sua cura, non dipendevano da me.
È stato il personale della terapia intensiva neonatale di Torino, la TINO, che mi ha fatto comprendere quanto la presenza mia e del papà fosse preziosa per lui, quanto lui avesse bisogno di noi e del mio latte, se e nella quantità in cui fossi riuscita a produrlo.

Il mio bimbo ha trascorso in TIN solo 13 giorni.


Nulla, rispetto ai mesi di ricovero che vi trascorrono i neonati gravemente prematuri o malati ed i loro genitori.
Nulla, rispetto all’arco di una vita o, anche solo, alla prima infanzia di un bambino.
Una eternità, nella percezione mia e del suo papà.
13 giorni, di cui sette trascorsi ricoverata due piani più sotto, con la piccolina ma lontano dal mio bimbo “grande”, gli altri lontana da lui, ad andare e venire per stare insieme almeno un paio d’ore, lasciando fratellone e sorellina a casa con la nonna.

Quei giorni di TIN hanno lasciato il segno, su di me come, ne sono certa, su tutti i genitori che hanno varcato le porte di un reparto di terapia intensiva neonatale, per una manciata di giorni come per lunghi mesi.

L’esperienza della TIN è difficile da spiegare, impossibile descrivere efficacemente le sensazioni e le emozioni, positive e negative, che si provano.
È come entrare in un’altra dimensione, dove paura, dolore, speranza e gioia, convivono e si alternano continuamente.

Il suono dei tanti monitor di controllo dei bimbi, gli schermi che mostrano i parametri vitali, i genitori dagli occhi stanchi eppure pieni di vita e di speranza che siedono accanto a culle ed incubatrici, o camminano per i corridoi.
Il silenzio e, contemporaneamente, il rumore continuo.
Le mamme che tirano il latte nelle apposite stanze, contrassegnando il botticino con il nome del loro bambino, gli incontri con i medici e gli specialisti, 
le foto nella saletta per i genitori..
Foto di creaturine piccolissime, così fragili eppure così forti e combattive, a fianco di quelle degli stessi bimbi, diventati “grandi” come i loro coetanei non prematuri. Foto accompagnate da biglietti di ringraziamento.
Quelle foto mi hanno rincuorato, come i sorrisi di incoraggiamento e gli sguardi di comprensione di tutte le mamme ed i papà incrociati in quei giorni in reparto e le parole misurate e competenti dello staff dei medici e delle infermiere.

Ho imparato molto da questa esperienza: l’aiuto prezioso di due chiacchiere o anche solo dello sguardo di una persona che ha vissuto una esperienza simile, la differenza quasi miracolosa che può fare un giorno in più nella pancia della mamma, l’importanza di poche gocce di latte o della capacità di 
suzione autonoma, la straordinaria spinta alla vita che la presenza della mamma o del papà rappresenta per un bambino, il conforto profondo del contatto pelle a pelle e della voce “di casa”.
Ho capito la forza ed il coraggio di genitori alle prese con problemi gravissimi o situazioni fragilissime, ben lontane dalla nostra, eppure capaci di sorridere ai loro bimbi e lottare con loro, trovando anche il tempo per incoraggiare altri genitori smarriti.

Prima, quando mi raccontavano di neonati prematuri, annuivo e cercavo di immaginare, ma non comprendevo davvero cosa provassero i loro genitori.
Ora so di non sapere cosa significhi avere un figlio nato troppo presto, prestissimo, trascorrere mesi in TIN, magari portarlo a casa attaccato all’ossigeno e poi alle visite di follow up.
Ho provato, però, cosa significa avere paura per il proprio figlio prima ancora che nasca, perché qualcosa non quadra, perché è troppo presto e le incognite sono tante.
So cosa significa entrare in TIN, sedersi accanto ad una incubatrice senza poter abbracciare il proprio figlio e attendere la notizia che ha assunto, in un modo o nell’altro 10 ml di latte o guadagnato 10 gr di peso, esultando per tali traguardi come se avessi vinto alla lotteria.
Seppure, fortunatamente, solo per pochi giorni.

Pochi giorni di vita sospesa.
Quando niente di quello che accade fuori dal reparto è importante.

So cosa significa vederlo imparare a che cucciare dal biberon, prendere peso e finalmente, un giorno, sentirsi annunciare che può tornare a casa.
Che è pronto.

Non lo dimenticherò mai, così come ricorderò con gratitudine il TINO ed il suo personale.

lunedì 26 febbraio 2018

Scuola primaria: le mie prime impressioni

Scuola primaria: le mie prime impressioni



La pagella del primo quadrimestre della scuola primaria, la prima per il ricciolino, è stata consegnata ed è ora di un primo, provvisorio bilancio.

Il cambio di scuola e dunque i compagni quasi integralmente nuovi (solo una bambina già amica), non sembra aver pesato più di tanto sul ricciolino, che va a scuola abbastanza volentieri e non si lamenta, neppure quando all’orario ordinario aggiungiamo il doposcuola.
La classe è poco numerosa, gli alunni ben seguiti, le aule di grandezza adeguata, la palestra presente e gli insegnanti sembrano nel complesso volenterosi.

Il cambio del “servizio mensa”, invece, ha avuto effetti negativi: se prima era un momento di nutrizione e socialità che apprezzava e non chiedeva mai di saltare, ora lo eviterebbe sempre.
La ragione è  presto detta e duplice: la gestione per mezzo di una cooperativa, con inservienti che non sono le sue maestre, non amano particolarmente i bambini e, in mancanza di autorevolezza, usano la sottrazione di minuti di intervallo post pasto come arma di ricatto per ottenere il silenzio, peraltro senza andar troppo per il sottile (vi basti sapere che sono i bambini più grandi, a turno, a “segnare” gli altri che parlano e questo compito viene assegnato come se fosse un “premio” - secondo me un sistema diseducativo e sadico); una stanza “mensa” di dimensioni non adeguate al numero dei bambini e dall’acustica disastrosa, che rende effettivamente molto rumoroso il pasto, disturbando le inservienti (e gli stessi alunni).

Una combinazione disastrosa. È davvero un peccato, perché noi crediamo molto nel pasto come momento di socializzazione, scoperta di sapori e, anche, sano sfogo dopo ore di lezione ed immobilità faticose.

Quanto alla didattica, ci lascia alquanto perplessi che si sia ancora allo stampatello maiuscolo ed a “decine ed unità” , però confido (mio marito no, 
non posso parlare al plurale) che le insegnanti sappiano il fatto loro e che siano, semplicemente, cambiati i metodi che erano stati usati quando noi eravamo bambini.

Cosa non ci piace della realtà della primaria? Purtroppo tanto.
1- i compiti a casa;
io sono sempre stata favorevole, in linea di principio. 
Immaginavo, però, compiti alla portata dei bambini, ovvero che potessero eseguire da soli (con controllo finale del genitore e eventuale intervento per spiegare quanto nonno compreso), e commisurati al periodo festivo. 
Invece…. filastrocche da imparare a memoria tutte le settimane (che ovviamente il genitore deve leggere e memorizzare per poterla insegnare e chiedere ripetutamente), esercizi con “consegne” scritte in stampatello minuscolo (non ancora studiato a scuola) e termini troppo complessi ecc. 
Questi sono compiti per i genitori, non per gli alunni !
Non discuto la quantità, per ora mai eccessiva, ma il tipo di compiti sì, dunque.
Ed il momento in cui sono dati.
Mi sta bene durante le feste, già meno durante il fine settimana, decisamente troppo breve per tutti, bambini in primis.
Li disapprovo totalmente durante la settimana o “ come recupero”.


Non solo. 
Continuo a chiedermi perché insegnanti, che hanno una settimana lavorativa di 24 ore e ampi periodi di ferie, estive e invernali, abbiano giustamente  il diritto di dichiararsi stanchi e di riposare nel fine settimana e durante le feste, come qualunque altro adulto lavoratore, mentre ai bambini sia imposto di esercitarsi non stop, dopo aver trascorso a scuola più di otto ore al giorno per cinque giorni la settimana e in età in cui non vi è oggettivamente necessità di apprendere mnemonicamente un gran numero di nozioni varie.
Un aspetto purtroppo tipico del nostro sistema scolastico che gli insegnanti pare non intendano  proprio a modificare.

2- gli intervalli sempre all’interno dell’edificio, a meno che non si verifichi la combinazione magica: sole, caldo non eccessivo (altrimenti sudano troppo!), assenza di vento.
Stiamo parlando della Valle d’Aosta, non della Sicilia (a proposito, se qualcuno che legge ha figli che frequentano scuole nel Sud Italia, come va dalle vostre parti? meglio su questo fronte?), dunque la suddetta combinazione è praticamente inarrivabile.
Eppure pare che la popolazione abbia resistito e si sia moltiplicata nei secoli…strano vero?
Niente,siamo fermi alla tanto radicata quanto errata equazione: freddo/pioggia/vento = malanno del povero pupo.
Così i bambini rimangono nei corridoi, a sentirsi sgridare perché “corrono” o sono “troppo vivaci”. Gravissimi difetti per bambini di 6/10 anni, vero?!?
Ed alla fine, ovviamente, i bambini si ammalano lo stesso.
Non c’e peggior sordo di chi non vuol sentire

3 - scioperi e assemblee sindacali in orario scolastico, con conseguente “sospensione delle lezioni”. 
Sei mesi scarsi di scuola e ne abbiamo già collezionati alcuni.
Evidentemente il diritto allo sciopero degli insegnanti è prioritario rispetto al diritto alla istruzione dei nostri figli (che però, per quelli stessi insegnanti, devono svolgere i compiti a casa proprio in nome di irrinunciabili “esigenze didattiche” e per il bene della loro istruzione), nonché prioritario rispetto al diritto al lavoro dei genitori.
Inutile discutere con insegnanti chiaramente schierate (peraltro a favore della stessa forza politica contro cui scioperano e di cui discutono le scelte nelle assemblee) e con alcune mamme compiacenti.
Anche in questo caso, non c’e peggior sordo di chi non vuol sentire.

4 - le sostituzioni numerose di insegnanti. In questo caso non ci sono colpe, solo una serie di sfortunati e fortunati eventi: una maternità, un infortunio, un master e qualche problema familiare. Nulla di grave, i bambini sono andati avanti comunque e immagino che i prossimi anni andrà meglio.
Tuttavia, un po’ di dispiacere e disorientamento a sentire il ricciolino ed i suoi compagni, c’è.

Non vi ho parlato del “gruppo WhatsApp” , semplicemente perché ho inserito l’Alpmarito, non avendo io l’applicazione.
Tra mamme, sul web e non,  circolano storie terribili al riguardo.
Nel nostro caso, per il momento  è uno strumento ben gestito e nessuno ne abusa.

E voi, come procede l’esperienza della primaria con i vostri figli?
Che dite, andrà migliorando o peggiorando?