Quella di ieri è stata una giornata intensa, stancante ma molto emozionante. L'Alpmarito ed io abbiamo portato ad arrampicare due dei nostro nipotini e due cuginette, oltre al nano, naturalmente (il quale, a dire il vero, ha apprezzato di più la compagnia, il grande prato in cui ha corso e giocato a palla e la sabbia del campo da beach-volley, ma per ora va benissimo così!).
L'entusiasmo dei bambini, la loro curiosità nel capire come e perchè ci si doveva legare, nell'ascoltare i consigli sui movimenti più opportuni e sulle prese migliori, la loro attenzione nel controllare di aver indossato il caschetto, la loro felicità nel riuscire, la loro determinazione, il gioco del confronto, la voglia di salire ancora e ancora, che cresceva di pari passo con la nostra stanchezza, ci hanno ripagato da tutto il tempo e l'attenzione dedicati a loro e, naturalmente, dalla fatica (fisica e mentale!).
Questo è quello che noi crediamo sia insegnare al nano (ma non solo) ad aver cura di sè.
Cura del proprio corpo, inteso non tanto nella sua estetica, soprattutto per un bambino, quanto nella sua funzionalità e potenzialità espressiva, nella sua "fisicità".
E della propria mente, perchè nulla è più vero, secondo noi, dell'antico detto "mens sana in corpore sano".
Mi permetto di parlare al plurale perchè so che questa è una delle convinzioni che io e l'Alpmarito condividiamo: lo sport, il movimento, il gioco fisico come palestra di vita e "cura" per il corpo e la mente.
Non solo. Come espressione di sè, momento di formazione e crescita della propria personalità e del proprio carattere.
Perchè prendersi cura di sè vuol dire anche confrontarsi con il propri limiti mentali e fisici, sforzarsi di superarli, spingersi al miglioramento.
Comprendere che la pazienza e la tenacia danno sempre risultati, avere coraggio, lottare per divertirsi e amare il nostro corpo non per come appare ma per ciò che ci permette di fare, per la gioia che ci consente di trarre dal movimento, che si esplichi in una passeggiata, in una corsa, in una scalata, in una nuotata, nel giocare a pallone e così via.
E poi prendersi cura di sè significa anche dedicare del tempo a ciò che ci rende felici e a trasmettere questa felicità, o almeno provarci, a chi amiamo.
E' questo che cerchiamo di insegnare al nano, ovviamente con l'esempio, perchè in questo campo le parole possono poco.
E l'igiene, cosa c'entra,starete pensando?
Ecco, in fondo il termine "igiene" (di origine greca), significa proprio "sano, salutare, curativo".
Cosa c'è di più igienico dello sport e del movimento, per cui, in fondo, siamo tutti dotati?
Quanto alle pratiche di prevenzione delle malattie, cui l'igiene rimanda, devo dire che i comportamenti che adottiamo con il nano sono gli stessi che adottavamo prima di diventare genitori ORA.
Specifico ora perchè, quando il nano era piccolino, mi sono ritrovata a sterilizzare a ciclo continuo biberon (rigorosamente di vetro, perchè delle reazioni di certe plastiche al calore non c'è da fidarsi), tettarelle (rigorosamente in silicone, che non si deforma con il calore, a differenza del caucciù) e ciucci (anch'essi di silicone), facendoli bollire in un grande pentolone d'acqua calda per dieci minuti ogni volta.
Per il resto, però, devo dire che ho usato additivi o disinfettanti per la lavatrice per un periodo molto limitato, convinta dall'Alpmarito e dall'osservazione pratica della realtà, della loro inutilità, e ho lavato casa quasi come prima (cucina a parte, che era ed è sempre un disastro e quindi necessità di più cura) e non ho mai lavato a 90 gradi vestiti o accessori.
Il primo vero bagnetto, poi, glielo abbimo fatto a due mesi di vita, per timore di indebolire la sua fragile pelle (e su consiglio della pediatra) e anche oggi, ci limitiamo a quando è necessario (tipo d'estate se suda molto o quando gioca con terra, sabbia & co, il che avviene spesso).
Quanto il nano ha imparato a spostarsi e ad afferare gli oggetti, poi, confesso di aver smesso di sterilizzare: impossibile stargli dietro!!!
Ciò che mi ha sempre infastidito era ed è soltanto vedere amici, conoscenti o parenti che toccano il mio nano senza che avere le mani pulite...grrrr.
Lavarsi le mani, questo sì che lo facciamo spesso e a lungo e insistiamo tanto con il nano: libero di sporcarsi ma poi obbligato a lavarsi manine, faccino ed all'occorenza piedini!
La mia fissa: i vestiti macchiati..non li sopporto, nè addosso a lui nè a me, lo cambio e basta (sforzandomi di non drigli che non deve sporcarsi e non lamentarmi, anche se ogni tanto mi scappa qualche sospiro di troppo), anche se dopo mezza giornata siamo a punto e capo!
Questo post partecipa al tema del mese del Blogstorming di Genitori Crescono: "Igiene e cura di sè", http://genitoricrescono.com/tema-mese-igiene-cura/
http://genitoricrescono.com/blogstorming/cosa-e-il-blogstorming
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lunedì 23 settembre 2013
domenica 23 giugno 2013
Fare gruppo, appartenere:anche no, grazie.
L'uomo e' un animale sociale. Non sarò certo io a negarlo, anzi, sono profondamente convinta che le emozioni, le esperienze, i viaggi più belli, si vivano in compagnia, condivedendoli. Non sentirsi soli e' ancora più importante nei momenti difficili o quando si devono affrontare sfide o sostenere pesi che sono troppo, per una persona senza supporti.
Come si partecipa | genitoricrescono.com
Mi piace il confronto, il dialogo, lo scontro, anche. Non per niente ho aperto un blog!
Eppure non sono d'accordo con questa convinzione diffusa che sia così indispensabile "fare gruppo", "lavorare in team" e via dicendo.
Io do il massimo quando lavoro da sola, quando faccio sport da sola, quando devo cavarmela da sola. È non voglio spingere mio figlio a fare parte di nessun gruppo, senza, ovviamente, volerlo isolare.
Credo che coltivare le proprie idee, le proprie opinioni, rispettare i propri gusti ed i propri valori, inseguire i propri sogni, sia infinitamente più importante che essere parte di un gruppo, anche se dovesse significare sentirsi isolati.
Non voglio appartenere a nulla o nessuno che non sia a me congeniale, che mi richieda uno sforzo che vada oltre l'adattamento e somigli all'omologazione.
Certo, nell'adolescenza era diverso, ma ora so che uguaglianza e rispetto non coincidono con "omologazione", con l'essere "tutti uguali".
Anzi, ho timore delle divise, dei grembiuli identici, del vestirsi troppo alla moda, della negazione cieca della diversità, quando non scelti, quando imposti.
Sarò esagerata ma, per me, hanno il sapore del totalitarismo.
La diversità non è un limite, e' una ricchezza, per ciascuno di noi e per la società in generale: che mondo sarebbe se tutti la pensassimo allo stesso modo, se tutti ci vestissimo in modo identico, avessimo la stessa casa, svolgessimo lo stesso mestiere? Un mondo triste e monotono, annientante.
La diversità e' libertà di essere se stessi.
Mi piacerebbe insegnare questo, a mio figlio.
E anche che non si può essere sempre parte del gruppo, che certe volte e' meglio essere esclusi, che non tutti i gruppi sono uguali e che si può vivere anche nuotando contro corrente, purché non si rifugga dagli altri, purché non si nasconda la paura di legarsi ad altri dietro la scusa di non voler essere al servizio di nessuno.
Perché "chi fa da se' fa per tre" e' una verità, in questo mondo, ed è inutile negarlo, ma darsi una mano gli uni con gli altri e' un imperativo morale e così rispettare delle regole comuni: senza, c'è anarchia e privazione della libertà individuale.
Il che non significa menefreghismo, indifferenza o intolleranza. Significa star bene con se stessi, per saper stare bene anche con gli altri.
Forse la penso così perché sono stata cresciuta come un' individualista, anche se da genitori generosi e solidali con gli altri; forse perché mi viene più facile creare un gruppo a mia immagine o stare da sola, che piegarmi alla volontà ed alle scelte altrui, se non le condivido pienamente.
Forse perché, anche se ormai ho superato i trent'anni (ma di poco), non ho ancora imparato a mediare e continuo a vedere il mondo in bianco e nero. Troppo trasversale negli interessi per essere a lungo parte di un solo gruppo, migro da uno all'altro e mi sta bene così, in fondo, anche se non mi spiacerebbe chiacchierare con qualche altra mamma ai giardinetti.
Spero solo che il nano dimostri di avere un carattere sufficientemente forte da non soffrire troppo, da non sentirsi inadeguato o solo quando, inevitabilmente, si troverà ad essere un pesce fuor d'acqua in qualche gruppo. O, in alternativa, che riesca con facilità a sentirsi parte di qualunque aggregazione gli interessi, che vi trovi se stesso.
Questo post partecipa al blogstorming di http://genitoricrescono.com/ , tema del mese: fare gruppo, appartenere.

martedì 21 maggio 2013
Tempo...ma esiste davvero?
Tempo.
Quante
volte al giorno mi sono detta o ho esclamato ad alta voce: NON HO TEMPO!
A
volte, raramente, è una scusa, come quando dovresti fare quella telefonata che
non hai propria voglia di fare e rimandi all’infinito, fino a che un colloquio
che ti fa un pò paura o ti crea imbarazzo diventa un vero incubo..
La
mancanza di tempo spesso è il sintomo di un problema organizzativo, di confusione
nella scala delle priorità.
Il
più delle volte, però, mi pare che il tempo sia davvero il grande assente della
giornata.
Tempo
per assaporare la vita.
Tempo
per giocare con il nano.
Tempo
per prendermi cura di me stessa.
Tempo
per ascoltare gli amici e i famigliari.
Tempo
per ridere, scherzare, abbracciarsi.
Tempo
per lavorare.
Tempo
per scrivere.
Tempo
per leggere.
Tempo
per riflettere.
Tempo
per dedicarmi alle mie passioni.
Tempo
per aiutare i famigliari e gli amici.
Tempo
per stare con la mia nonnina, con le mie nipoti, con le persone a me più care.
Tempo
per correre, nuotare, arrampicare.
Tempo
per approfondire, studiare le questioni giuridiche e non.
Tempo
per essere presente nei momenti importanti della vita degli altri.
Tempo
per dormire.
Tempo
per mettermi una crema idratante.
Tempo
per prenotare una vacanza.
Tempo
per incontri e conferenze.
Vorrei
tempo per tutte queste cose e per molte altre,
per oziare magari.
Vorrei
certo, ma il tempo è quello che è: 24 ore.
A
volte sembrano infinite, altre volano.
Cerco
di riempirle, di non sprecarle ma spesso alla fine il danno è maggiore del
beneficio.
Come
ieri mattina, tanto per dire.
Mentre
il nano stava giocando un momento tranquillo, già vestito e pronto sulla porta
di casa, ho “approfittato” della ricerca del suo doudou e del ciuccio per
andare a caricare e far partire la lavatrice.
Risultato?
Neppure cinque minuti ed il nano aveva aperto la stufa - spenta, anche se in
questi giorni starebbe bene accesa!- preso la paletta metallica, tirato
palettate di cenere su tutto il tappeto antico, per poi finire con lo sedersi proprio
in mezzo, allegro e concentrato come non mai.
Non
ci credete? Giuro, neppure cinque minuti.
Alla
fine, di minuti ne ho impiegati venti per passare l’aspirapolvere, pulirla,
cambiare il nano, cambiare me stessa (ero vestita di nero, ovviamente) e
sgridare il monello.
Bilancio:
15 minuti di tempo “perso”.
Da
sempre, nelle orecchie, mi risuona la voce della mia nonnina che mi dice: “Chi aspetta tempo non perda tempo” e,
soprattutto, “non rimandare a domani
quello che puoi fare oggi”.
E’
sempre stato il suo motto, lo stile di vita della mia incredibile nonnina
formato mignon ma con la velocità e l’efficienza di un fulmine.
Un
pò è anche la mia aspirazione.
Il
motto dell’Alpmarito, invece è: “Vite fais, bien fais” - “Fatto veloce, fatto
bene”.
Due
stili diversi, eh?
La
verità, però, è che quando avevo tempo, non me ne accorgevo e quindi non lo
sfruttavo abbastanza, non lo assaporavo abbastanza.
Andavo
al liceo e mi sembrava che i pomeriggi non bastassero per tutto ciò che volevo
fare: studio, musica, scherma e amici.
Sono
andata all’Università e mi sembrava che ci fossero troppe poche ore per
lezioni, studio, Alpmarito, musica, amici, nuoto, arrampicata, musei e libri.
Ho
iniziato a lavorare e convivere e mi sono accorta di dover incastrare anche la
cura della casa, la spesa, le visite ai famigliari, in mezzo a 9/10 ore di
lavoro, più pausa pranzo dedicata allo sport e serate in palestra o con gli
amici.
Pensavo
di non aver più tempo libero.
Poi
è arrivato il nano e ho capito che di tempo “libero” prima, ne avevo davvero
tanto.
Che
poi non ho mai capito cosa sia questo fantomatico “tempo libero”.
I
primi giorni e mesi con il nano, il tempo mi sembrava non passare mai, dormiva
sempre troppo poco, piangeva sempre troppo, 24 ore erano eterne e sempre
uguali, eppure non riuscivo a fare nulla!
E
ora sono mamma e lavoratrice: il tempo è diventato come un mostro da
combattere, da sconfiggere, per strappare alle sue grinfie azioni, fatti,
persone.
Ed è
triste.
E
penso che non so quanto altro tempo avrò ancora e non posso, non posso,
perdermi dietro inutili convenzioni, riti, parole o incontri, che per me non
significano nulla, che non mi arricchiscono di nulla.
A
volte rinuncio a riti e convenzioni, altre volte no, quando capisco che per gli
altri sono veramente importanti o la forza della massa è più forte della mia
volontà.
Spesso,
durante la settimana mi sembra di vivere in apnea, in attesa di mettere la
testa fuori dall’acqua il sabato e prendere fiato, salvo poi arrivare la
domenica sera è pensare che non ho preso fiato, anzi, sono ancora in apnea
aspettando il lunedì.
Ogni
tanto, poi, mi fermo e capisco che il tempo è come scegliamo di viverlo, non
un’entità a se stante e fuori dal nostro controllo.
E’
come un raggio di sole in una giornata novembrina di maggio, che scompare subito,
veloce come è apparso.
Eppure
per ciò che mi rende davvero felice il tempo lo trovo ancora, anche se meno di
prima.
Per
il nano è tutto diverso e guardarlo è come bere un sorso di limonata fresca
l’ultima sera di vacanza, quando hai già nostalgia dell’estate.
Per
lui, il tempo non esiste.
Esistono
bisogni, necessità: mangiare, dormire.
Esiste
la voglia di correre, giocare, stare con la mamma, il papà, i nonni, gli amici
dell’asilo.
Senza
limiti, senza costrizioni, senza schemi orari prefissati.
A
lui non interessa se è mattina, sera o pomeriggio, a lui interessa poter fare
ciò che ha voglia di fare.
Corre
quando vuole correre, cammina e si ferma a riflettere o osservare un sassolino,
i fiori, i passanti, le auto, come e quando vuole.
Ritardi,
obblighi, orari di ingresso e uscita, chiusure/aperture, giorno o notte,
convenzioni, abitudini: non credo abbia ancora capito.
Ed
io mi sento in colpa quando lo incalzo: “Su,
veloce, vestiti, che siamo in ritardo!”; “No, dai, andiamo, ora non c’è tempo”; “uffi, è tardi”, “devi.vestirti/mangiare/metere
in ordine i giochi...” e via così.
Purtroppo,
il nostro mondo quotidiano non viaggia al ritmo dei bambini e forse, aver
accellerato il tempo fino a non lasciarci più neanche la possibilità di
scrivere per intero le parole nei messaggini e nelle mail, è il più grande
sbaglio dell’era moderna.
Risparmiare
tempo, accumulare tempo, far render il tempo.....son tutte false illusioni e i
bambini sembrano saperlo dalla nascita.
Se
trovate il modo per vivere bene al LORO ritmo senza andare su Marte o su un’isola
deserta, vi prego, rendetemi partecipi del vostro segreto perchè io sono ancora
alla ricerca di una soluzione o, almeno, di un quilibrio.
Vorrei
poter tornare indietro, ai tempi dell’Università e del liceo ma probabilmente,
anzi di sicuro, non cambierebbe nulla.
Questo
post partecipa al blogstorming di genitori crescono: http://genitoricrescono.com/tema-mese-tempo/
Tema
del mese? Credo lo abbiate già intuito!
mercoledì 20 marzo 2013
Sfide quotidiane e strategie di sopravvivenza
Questo post partecipa al blogstorming di genitoricrescono: http://genitoricrescono.com/sfide-quotidiane-strategie-sopravvivenza/
Il tema di questo mese mi ha portato indietro nel tempo, e poi costretto all'autocritica.
Il tema di questo mese mi ha portato indietro nel tempo, e poi costretto all'autocritica.
Mio padre aveva adottato la tecnica del "conto fino a tre e poi le prendi" (tranquilli, non c'è bisogno del telefono azzurro): quando stavamo esagerando e non c'era più spazio per trattative, partiva l'avvertimento e poi iniziava a contare.
In certi casi, il tre si dilatava all'infinito (uno, uno e un quarto, uno e mezzo, uno e tre quarti, due ecc.), ed era quando noi iniziavamo ad obbedire ma non avremmo mai potuto concludere in tempo (ad es. riordinare il caos della nostra cameretta o finire gli spinaci nel piatto o prepararci per andare a letto). In questi casi, se persisteva la disobbedienza, semplicemente ci sollevava di peso e ci aiutava fisicamente a fare ciò che dovevamo (di "darle" davvero, neanche il gesto).
In altri ancora, il tre era davvero tre e se non si obbediva, scattava la punizione, sotto forma di sottrazione del giocattolo oggetto di litigio, dipartita prematura dalla festa ecc.: niente di grave ma efficace, anche perchè poi difficilmente tornavano sulle loro decisioni (di solito si trattava di casi in cui questo tipo di conteggio lo usava la mamma).
Poi c'erano i fatti gravi, quelle disobbedienze che provocavano danni fisici al fratello /sorella, episodi di malaeducazione non tollerabile (es., parolaccia a mamma o papà), rottura di oggetti di valore o, gravissimi, comportavano il mettersi in situazioni di pericolo (almeno ad insindacabile giudizio dei genitori!): correre sul marciapiede, uscire dalla porta senza la mano, affacciarsi al balcono ecc.
Lì, il tre era un limite invalicabile. Dopo, se lo si ignorava, pacca sulle mani/sberla sul sedere o ceffone.
Io, da mio padre, ricordo una sola sberla. Da mia madre forse un paio (anche se facevano meno male).
Evidentemente, non ne abusavano. Anche perchè lo scopo non era fare male.
Non serviva: bastava sentire il tono e guardarli per capire che sarebbero stati guai.
Ora, il nano è ancora piccolo e per ora mi sono limitata a qualche lieve pacca sulle mani e basta, dubito che saprei arrivare allo schiaffo e non ho nessuna intenzione di farlo. Però in un paio di occasioni ho contato fino a tre e poi gli ho tolto il gioco.
Piange, certo, ma capisce. Io, invece, rimango con il magone a lungo, anche se dopo ci coccoliamo.
Quando si lancia in capricci (per fortuna raramente), lo lascio sfogare, se riesco tenendolo in braccio. Poi gli passa da sè.
Le sfide quitidiane, comunque, sono altre, come far quadrare tutti gli impegni, riuscire a lavorare e stare con lui senza trascurare troppo il marito ecc.
In qualche modo per ora siamo sopravvissuti, anche se ho avuto qualche crisi isterica di cui mi pento ma è così, quando ci vuole ci vuole.
E poi lavoro.
Andare in ufficio o lavorare da casa, ma lavorare, mi fa sentire utile, mi appaga, mi ricorda che sono anche una professionista, che esiste ancora quella parte di me.
E poi, lo sport.
Di solito una sera a settimana io, l'Alpmarito andiamo in palestra ad arrampicare DA SOLI e qualche sabato o domenica mattina siamo andati a sciare o a fare scialpinismo, anche solo per tre ore, da soli di solito o con amici. Perchè ora siamo genitori, ma rimaniamo persone con interessi e passioni e una coppia, anche.
Un'altra sera a settimana invece, portiamo anche il nano in palestra con noi. Arrampichiamo poco ma lui ride, corre, salta sui tappetoni, gioca con le prese e la palla, si rotola nella polvere e gongola..e poi dorme profondamente. E il weekend a giocare fuori o a camminare o in piscina, ogni volta che è possibile, così si sfoga.
E questa non è strategia, è sopravvivenza.
martedì 19 febbraio 2013
Rispetto: la responsabilità di dare l'esempio
Rispetto.
E’
un sostantivo che sa di altri tempi, altre epoche, altri comportamenti.
Perché
pare che siano pochi, oggi, ad avere rispetto.
Rispetto
per le idee e le opinioni, che non vuol dire non criticare e non discutere, ma
farlo e poi stringersi la mano e amici come prima; vuol dire avere l’apertura
mentale e la volontà di “ascoltare” davvero l’altro, non tappargli la bocca con
la prepotenza e la sopraffazione, non “lasciarlo parlare” passivamente; vuol
dire avere il coraggio di cambiarle, le proprie idee e le opinioni.
Quanti
sono oggi gli Stati, le famiglie e i luoghi di lavoro in cui questo rispetto
per le idee viene calpestato? Troppi.
Rispetto
per lo Stato, rispetto per il bene pubblico che è anche nostro, appunto,
rispetto per le Istituzioni (e ribadisco, non vuol dire non poter criticare) e
rispetto dello Stato verso i cittadini.
Perché
se gli atti vandalici e le proteste che sfociano in distruzione di tutto e
tutti e finanche lesioni, sono da condannare, altrettanto vale per le prese in
giro dei cittadini perpetrate da Enti pubblici, enti pseudo privatizzati e
politici di ogni schieramento.
Perché
il rispetto, deve essere reciproco.
Rispetto
per i ruoli e le “autorità”: insegnanti, professori, forza pubblica, “capi”
ecc.
Perché
se di fronte ai nostri figli mettiamo in discussione l’autorità del
professore/allenatore/maestro ecc., rischiamo di far venire meno il senso del
limite e di impedire a chi riveste tali ruoli di svolgere il proprio lavoro.
Poi, magari, nella nostra testa o al di fuori di quell’ambito possiamo essere
in disaccordo, ma di fronte ai figli, no.
Rispetto
per la donna e per l’uomo.
Che
non significa (o meglio, non solo) istituire un Ministro per le “pari
opportunità” o scrivere nella Costituzione che gli uomini e le donne hanno
“pari dignità sociale”.
Significa
rispettare le nostre diversità e riconoscere pari diritti e doveri, in ogni
campo.
Significa,
nella coppia, fare insieme o alternativamente tutte le attività quotidiane,
curare i figli, gestire le incombenze domestiche allo stesso modo, perché è forse
proprio questo rispetto “di tutti i
giorni” ad avere il maggior impatto sulla nostra vita.
E significa
che non deve essere sempre la “mamma” o la “donna” ad arrivare in ritardo a
lavoro per accompagnare i figli a scuola, a chiedere i permessi per guardarli o
portarli dal medico quando sono malati, a ricordarsi che non c’è più latte in
frigo o carta igienica in bagno, a segnarsi le date dei vaccini o le scadenze
delle bollette, a stendere il bucato o caricare la lavatrice /lavastoviglie anche
se sono le undici di sera e sei stanchissima, e..il senso è chiaro, mi pare.
Rispetto
nella professione / lavoro, perché non è tollerabile che nel 2013: giovane
donna, anche se in tailleur e con una ventiquattrore = segretaria; giovane uomo,
anche se in jeans e/o polo = avvocato/medico ecc. (giuro: è così e non importa
se dalla porta dello studio entra un cliente uomo e donna, giovane o vecchio!)
Rispetto
verso gli anziani, che hanno dato tanto ai noi e non meritano di essere
maltrattati, insultati, abbandonati quando hanno bisogno (anche se vanno ai 30 Km/h su una strada
extraurbana a scorrimento veloce!!!!E qui, non sono esente da colpa).
Rispetto
per i bambini, che passa attraverso asili nido, spazi gioco adeguati, prati e
cortili in cui sia consentito giocare a calcio e ridere, ritmi di vita che
tengano conto di loro, delle loro esigenze.
E
ancora: atteggiamenti, programmi televisivi, vestiario non da adulti
“miniaturizzati” ma da bambini davvero.
Rispetto
per le sconfitte e per le vittorie.
Perché
vincere piace a tutti e rinforza l’autostima, ma è attraverso le sconfitte che
si cresce e si diventa più forti.
E
per vivere, vi vogliono forza e coraggio, anche il coraggio di accettare un
rifiuto, una porta sbattuta in faccia, un (uno? Cento!) curriculum cestinato
senza risposta, la fine di un amore.
Rispetto.
Ho
sempre pensato che il mio primo figlio sarebbe stata femmina e immaginavo che avrei dovuto insegnarle a
lottare, dimostrare quanto vale, essere sempre più intelligente, attenta e
studiosa degli uomini, per raggiungere il suo personale obiettivo, valorizzare
il fisico ma ricordare che la bellezza è effimera e soggettiva, invitarla a
camminare a testa alta con orgoglio in un mondo di uomini pieni di preconcetti.
Invece
ho un maschietto e quando l’ho realizzato (dopo la nascita), mi sono sentita
sommergere dalla responsabilità: responsabilità di educare un futuro uomo,
insegnandogli che non esistono mestieri da uomo e incombenze da uomo e altri da
donna, che i sentimenti possono essere manifestati pur avendo un pisellino, che
è lecito piangere.
Soprattutto,
responsabilità di insegnarli che essere più forti fisicamente non vuol dire
poterne abusare ma, al contrario, avere il dovere di controllarsi e non fare
del male agli altri.
Spero
di dimostrarmi all’altezza di quest’arduo compito che per me passa dall’esempio
dei genitori e dei familiari.
Perché
i fatti, più delle parole, in questo campo fanno la differenza.
Questo post partecipa al blogstorming di genitori
crescono: tema del mese, “Rispetto!” http://genitoricrescono.com/tema-mese-rispetto/
http://genitoricrescono.com/blogstorming/cosa-e-il-blogstorming/
http://genitoricrescono.com/blogstorming/cosa-e-il-blogstorming/
lunedì 7 gennaio 2013
ESSERE VS. APPARIRE
Fin da bambina, mi sono sentita dire spesso che, pur non essendo essenziale l'apparenza, anche questa aveva la sua parte e che, soprattutto in occasioni "formali" o sul lavoro, l'apparenza era importante.
Crescendo, ho imparato che, per quanto ci sforziamo di dare valore all'essere e non all'apparire, il modo in cui appariamo è il nostro "biglietto da visita", soprattutto in ambito professionale, e non solo.
Ho scoperto che "sembrare" felice e allegra, positiva o sicura di sè, anche quando dentro di senti giù e l'ansia e l'insicurezza ti divorano, è una carta vincente, persino in amore: aiuta, e non poco.
Se sembri sicura e positiva, infatti, attiri ottimismo e ispiri fiducia.
Certo, ci vuole abilità a nascondere i propri reali sentimenti e pensieri e non sempre e possibile, ma a volte è essenziale provarci.
L'apparenza non è importante solo per l'effetto che produce sugli interlocutori ma anche per una sorta di "effetto onda": ti permette di "specchiarti negli altri" e modificare la percezione di te stessa, così da cambiare davvero il tuo "essere".
Purtroppo, ciò vale sia in negativo che in positivo.
Credo che la nostra apparenza, intesa come "immagine", sia uno strumento, che dobbiamo imparare a gestire e, soprattutto, a controllare, affinchè non ci sfugga di mano, rendendoci prigionieri della gabbia che ci siamo costruiti con le nostre stesse mani o, peggio, che altri ci hanno cucito addosso.
Il mio discorso potrebbe apparire cinico, ma io per prima vorrei che tutti noi sapessimo guardare all'essenziale e non fermarci all'apparenza, vorrei che tutto potessimo essere noi stessi senza se, senza ma e senza maschere, nel lavoro, nella vita e negli affetti.
Non credo sia possibile però.
E allora, quando è proprio necessario, cerco di apparire al meglio (apparire al peggio, proprio no, non ho mai sopportato chi esagera le proprie emozioni e condizioni negative per ispirare pietà e ricavare un tornaconto), anche se non lo sono.
La discordanza tra l'essere e l'apparire, però, per quanto mi riguarda è relegato ad aspetti superficiali e mai alla sfera "privata",agli amici, agli affetti, alle mie convizioni di fondo, ai valori in cui credo, ai sentimenti.
Su quelli, appaio come sono.
Anche quando non vorrei e mi farebbe comodo il contrario.
Gli amici mi dicono che sono trasparente, diretta e sincera al limite del decente e che è una "cosa bella".
Io non sono certa che sia una dote positiva, in questa società in cui tutto, a prima vista è apparenza (ma so per certo che non è così, perchè per fortuna conosco persone splendide che sanno valorizzare chi "è" e non chi "sembra").
Ma sono così e ormai, da adulta, ho imparato ad accettare questa parte di me e a non tentare di cambiarla.
Se penso a mio figlio, vorrei che non avesse mai bisogno di apparire diverso da quello che è, che potesse essere se stesso sempre, senza "piegarsi" alle richieste del mondo. Cercherò di insegnargli quello che ho imparato io, con l'esempio prima che con le parole, e di imparare a mia volta da lui.
E' così piccolo ma mi ha già mostrato di sapere cogliere l'essenza delle persone e delle cose ed ignorare l'apparenza meglio di me, con quella apertura mentale e assenza di preconcetti, tanto meravigliosa quanto pericolosa, che solo i bambini sembrano ancora possedere.
Questo post partecipa al blog storming di : http://genitoricrescono.com/tema-del-mese-essere-vs-apparire/
giovedì 20 dicembre 2012
Io AMO le tradizioni e non me ne vergogno
Io amo le tradizioni, i riti, le feste comandate.
Ogni volta che lo dico, mi sento accusare di essere noiosa, ripetiva, conformista, come se ricordare e preservare fosse passato di moda, qualcosa di cui vergognarsi.
Invece, io amo ritrovare ogni anno gli stessi addobbi, gli stessi gesti, le stesse parole.
Amo riviviere le feste con gli stessi amici, meglio ancora se con l'aggiunta di qualche nuovo amico o conoscente in più.
Le tradizioni fanno parte della mia identità, sono una coperta calda in una casa accogliente, in cui rifugiarsi con fiducia e speranza.
Quest'anno più che mai, con il clima un pò abbattuto, sconfitto, che respiro nelle strade e tra i discorsi della gente, non vorrei cambiare nulla delle mie tradizioni, dei riti festivi della mia famiglia.
E invece, proprio qualche giorno fa ho scoperto che questo Natale sarà un pò diverso, perchè cambieranno i momenti e le occasioni di incontro.
Ma non importa.
Natale per me è stare con la mia famiglia, mangiare le lasagne del papà, aprire i pacchetti sotto l'albero e vedere il sorriso dipingersi sul volto di chi amo, per un regalo "giusto" o per un bigliettino che ha colto nel segno.
E' ricordarsi di telefonare agli amici più cari, quelli che magari non vedi da tempo ma che sono sempre nei tuoi pensieri e quando alzi il telefono e li senti è come essere sempre stati insieme.
E' spostarsi da una casa all'altra, da un pezzo di famiglia all'altra, per stare un pò con tutti, per condividere la gioia di ritrovarsi ancora insieme e ricordare chi non è più con noi, ma solo fisicamente.
Amo la scelta dei regali per le persone vicine (non quelli fatti un pò per "dovere", che ogni anno limito sempre di più), gli auguri fatti e ricevuti per strada, anche a chi non si conosce bene, perchè IO CREDO negli auguri che faccio..
Ogni anno ci sono giorni o attimi in cui vorrei fare tabula rasa di tutte le tradizioni e cambiare, seguire l'astro del momento e magari partire per un posto lontano.
Capita sopratutto a Capodanno e a natale, quando quasi ti senti obbligato a festeggiare, anche se non sei al massimo.
Eppure, ogni volta mi fermo riflettere e capisco che non è dalle "tradizioni" che vorrei fuggire, ma dalle "convenzioni".
E poi, so già con certezza, che me ne pentirei.
Da quando c'è il nano, poi, preservo le mie tradizioni perchè possano costituire la base delle sue, con la speranza che comprenda che la magia del Natale è soprattutto nella voglia di stare insieme, al di là dei problemi contingenti, delle incomprensioni, delle invidie, delle gelosie e dei desideri di ciascuno.
Io amo le mie tradizioni, che sono un pò le tradizioni della maggioranza degli italiani e un pò solo nostre, e così deve essere.
Questo post partecipa al blogstorming "Tra tradizione e memoria", http://genitoricrescono.com/blogstorming/cosa-e-il-blogstorming/.
Ogni volta che lo dico, mi sento accusare di essere noiosa, ripetiva, conformista, come se ricordare e preservare fosse passato di moda, qualcosa di cui vergognarsi.
Invece, io amo ritrovare ogni anno gli stessi addobbi, gli stessi gesti, le stesse parole.
Amo riviviere le feste con gli stessi amici, meglio ancora se con l'aggiunta di qualche nuovo amico o conoscente in più.
Le tradizioni fanno parte della mia identità, sono una coperta calda in una casa accogliente, in cui rifugiarsi con fiducia e speranza.
Quest'anno più che mai, con il clima un pò abbattuto, sconfitto, che respiro nelle strade e tra i discorsi della gente, non vorrei cambiare nulla delle mie tradizioni, dei riti festivi della mia famiglia.
E invece, proprio qualche giorno fa ho scoperto che questo Natale sarà un pò diverso, perchè cambieranno i momenti e le occasioni di incontro.
Ma non importa.
Natale per me è stare con la mia famiglia, mangiare le lasagne del papà, aprire i pacchetti sotto l'albero e vedere il sorriso dipingersi sul volto di chi amo, per un regalo "giusto" o per un bigliettino che ha colto nel segno.
E' ricordarsi di telefonare agli amici più cari, quelli che magari non vedi da tempo ma che sono sempre nei tuoi pensieri e quando alzi il telefono e li senti è come essere sempre stati insieme.
E' spostarsi da una casa all'altra, da un pezzo di famiglia all'altra, per stare un pò con tutti, per condividere la gioia di ritrovarsi ancora insieme e ricordare chi non è più con noi, ma solo fisicamente.
Amo la scelta dei regali per le persone vicine (non quelli fatti un pò per "dovere", che ogni anno limito sempre di più), gli auguri fatti e ricevuti per strada, anche a chi non si conosce bene, perchè IO CREDO negli auguri che faccio..
Ogni anno ci sono giorni o attimi in cui vorrei fare tabula rasa di tutte le tradizioni e cambiare, seguire l'astro del momento e magari partire per un posto lontano.
Capita sopratutto a Capodanno e a natale, quando quasi ti senti obbligato a festeggiare, anche se non sei al massimo.
Eppure, ogni volta mi fermo riflettere e capisco che non è dalle "tradizioni" che vorrei fuggire, ma dalle "convenzioni".
E poi, so già con certezza, che me ne pentirei.
Da quando c'è il nano, poi, preservo le mie tradizioni perchè possano costituire la base delle sue, con la speranza che comprenda che la magia del Natale è soprattutto nella voglia di stare insieme, al di là dei problemi contingenti, delle incomprensioni, delle invidie, delle gelosie e dei desideri di ciascuno.
Io amo le mie tradizioni, che sono un pò le tradizioni della maggioranza degli italiani e un pò solo nostre, e così deve essere.
Questo post partecipa al blogstorming "Tra tradizione e memoria", http://genitoricrescono.com/blogstorming/cosa-e-il-blogstorming/.

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