mercoledì 20 marzo 2013

Sfide quotidiane e strategie di sopravvivenza

Questo post partecipa al blogstorming di genitoricrescono: http://genitoricrescono.com/sfide-quotidiane-strategie-sopravvivenza/

Il tema di questo mese mi ha portato indietro nel tempo, e poi costretto all'autocritica.

Mio padre aveva adottato la tecnica del "conto fino a tre e poi le prendi" (tranquilli, non c'è bisogno del telefono azzurro): quando stavamo esagerando e non c'era più spazio per trattative, partiva l'avvertimento e poi iniziava a contare.
In certi casi, il tre si dilatava all'infinito (uno, uno e un quarto, uno e mezzo, uno e tre quarti, due ecc.), ed era quando noi iniziavamo ad obbedire ma non avremmo mai potuto concludere in tempo (ad es. riordinare il caos della nostra cameretta o finire gli spinaci nel piatto o prepararci per andare a letto). In questi casi, se persisteva la disobbedienza, semplicemente ci sollevava di peso e ci aiutava fisicamente a fare ciò che dovevamo (di "darle" davvero, neanche il gesto).
In altri ancora, il tre era davvero tre e se non si obbediva, scattava la punizione, sotto forma di sottrazione del giocattolo oggetto di litigio, dipartita prematura dalla festa ecc.: niente di grave ma efficace, anche perchè poi difficilmente tornavano sulle loro decisioni (di solito si trattava di casi in cui questo tipo di conteggio lo usava la mamma).
Poi c'erano i fatti gravi, quelle disobbedienze che provocavano danni fisici al fratello /sorella, episodi di malaeducazione non tollerabile (es., parolaccia a mamma o papà), rottura di oggetti di valore o, gravissimi, comportavano il mettersi in situazioni di pericolo (almeno ad insindacabile giudizio dei genitori!): correre sul marciapiede, uscire dalla porta senza la mano, affacciarsi al balcono ecc.
Lì, il tre era un limite invalicabile. Dopo, se lo si ignorava, pacca sulle mani/sberla sul sedere o ceffone.

Io, da mio padre, ricordo una sola sberla. Da mia madre forse un paio (anche se facevano meno male).
Evidentemente, non ne abusavano. Anche perchè lo scopo non era fare male.
Non serviva: bastava sentire il tono e guardarli per capire che sarebbero stati guai.

Ora, il nano è ancora piccolo e per ora mi sono limitata a qualche lieve pacca sulle mani e basta, dubito che saprei arrivare allo schiaffo e non ho nessuna intenzione di farlo. Però in un paio di occasioni ho contato fino a tre e poi gli ho tolto il gioco.
Piange, certo, ma capisce. Io, invece, rimango con il magone a lungo, anche se dopo ci coccoliamo.
Quando si lancia in capricci (per fortuna raramente), lo lascio sfogare, se riesco tenendolo in braccio. Poi gli passa da sè.

Le sfide quitidiane, comunque, sono altre, come far quadrare tutti gli impegni, riuscire a lavorare e stare con lui senza trascurare troppo il marito ecc.
In qualche modo per ora siamo sopravvissuti, anche se ho avuto qualche crisi isterica di cui mi pento ma è così, quando ci vuole ci vuole.
E poi lavoro. 
Andare in ufficio o lavorare da casa, ma lavorare, mi fa sentire utile, mi appaga, mi ricorda che sono anche una professionista, che esiste ancora quella parte di me.
E poi, lo sport.
Di solito una sera a settimana io, l'Alpmarito andiamo in palestra ad arrampicare DA SOLI e qualche sabato o domenica mattina siamo andati a sciare o a fare scialpinismo, anche solo per tre ore, da soli di solito o con amici. Perchè ora siamo genitori,  ma rimaniamo persone con interessi e passioni e una coppia, anche.
Un'altra sera a settimana invece,  portiamo anche il nano in palestra con noi. Arrampichiamo poco ma lui ride, corre, salta sui tappetoni, gioca con le prese e la palla, si rotola nella polvere e gongola..e poi dorme profondamente. E il weekend a giocare fuori o a camminare o in piscina, ogni volta che è possibile, così si sfoga.

E questa non è strategia, è sopravvivenza.