venerdì 1 marzo 2013

Il treno dei ricordi ed il ricordo dei treni

Ieri sera, bloccata ad un passaggio a livello dietro alla mia "vecchia casa", ho guardato i treni passare e ho pensato.
Ho pensato a quanto ho odiato e odio i treni: la sporcizia, il caldo infernale d'estate e il gelo umido dell'inverno, perchè aria condizionata e riscaldamento funzionano solo nei vagoni di prima classe - quando va bene - , il senso di soffocamento, con i finestrini sempre bloccati (per me, che amo andare in cima alle montagne e stare attaccata ad una parete di roccia...), i vicini che urlano e ciaccottano quando vorresti solo dormire, la musica degli altri sparata nelle loro cuffie e nei tuoi momenti di riposo, la mancanza cronica di posti a sedere, gli ombrelli sgocciolanti sulle tue gambe e su quelle degli altri passeggeri, l'affollamento da carro bestiame, anche e soprattutto in piedi, bimbi annoiati che strillano e salgono in piedi sui sedili, figli della maleducazione di genitori che non si esimono dal fare lo stesso, uomini e donne orgogliosi di renderti partecipe di lunghe conversazioni telefoniche con amici, consorti, amanti, madri, di cui non potrebbe importarti di meno, scritte ovunque e di qualunque tipo, perchè i beni pubblici non sono di nessuno, vero?
E soprattutto, le coincidenze che non esistono, neppure più sulla carta, i ritardi cronici, spesso più lungi del tempo di viaggio "previsto", perchè di garantito sui treni non c'è nulla, neppure l'obbligo di pagare il biglietto, basta essere rom o stranieri senza un soldo in tasca perchè il controllore non si sforzi neppure di chiedertelo, il biglietto, figurarsi di farti la contravvenzione, le fermate improvvise ed impreviste nel bel mezzo del nulla, le obliteratrici rotte, le attese infinite e le giustificazioni che non bastano mai.
Ho ricordato a quanto è stato diverso viaggiare per qualche giorno con i treni in Svezia e Norvegia, la pulizia, la gentilezza, la puntualità maniacale, del tipo, "attenzione, il treno è in ritardo di 3 minuti, ci scusiamo per il disagio" ed era davvero così, solo così e lo leggevi negli sgurdi mortificati di addetti e controllori.
Ho ricordato i tragitti, di solito a piedi, da e per la stazione, con lo zaino, la borsetta e/o la valigia colma di cibo, vestiti e affetti.
Ho rammentato le attese del mattino, alle 6.08 a.m., quando nel gelo dell'inverno o nella frescura dell'estate, altre facce stropicciate dal sonno attendono con te e tutto intorno è buio e silenzio.
Ho pensato ai colleghi di corso, agli amici vecchi e nuovi, agli incontri casuali, a mio marito, all'epoca non ancora tale, ai libri letti e riletti, sottolienati e studiati, all'MP3,
compagni di un pezzo di vita,
ogni tragitto, un piccolo viaggio.
Ho pensato alla stanchezza e al peso della domenica sera, quando il treno riportava in città per la settimana di studio studenti nostalgici, ho pensato alla stanchezza e alla leggerezza del venerdì sera, quando il treno riportava a casa, lontano dalla libertà dell'assenza dei genitori, ma vicino ai luoghi del cuore, stipati come sardine, in piedi tra un sedile e l'altro.
Ho ricordato gli scioperi dell'ultimo minuto, i guasti improvvisi, gli autobus sostitutivi, quando c'erano, e si salvi chi può.
E ho capito perchè ora sono disposta a rinunciare a vestiti, cene fuori, tempo per leggere, pur di viaggiare in auto, anche se il prezzo del carburante aumenta.
Ho capito perchè per diletto ho viaggiato in nave, in aereo, in auto, a piedi ed in bicicletta, ma ho fatto solo un viaggio in treno e NON in Italia.
Di treni, all'università e molto oltre, ne ho avuto abbastanza e li evito, almeno finchè posso.