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lunedì 26 febbraio 2018

Scuola primaria: le mie prime impressioni

Scuola primaria: le mie prime impressioni



La pagella del primo quadrimestre della scuola primaria, la prima per il ricciolino, è stata consegnata ed è ora di un primo, provvisorio bilancio.

Il cambio di scuola e dunque i compagni quasi integralmente nuovi (solo una bambina già amica), non sembra aver pesato più di tanto sul ricciolino, che va a scuola abbastanza volentieri e non si lamenta, neppure quando all’orario ordinario aggiungiamo il doposcuola.
La classe è poco numerosa, gli alunni ben seguiti, le aule di grandezza adeguata, la palestra presente e gli insegnanti sembrano nel complesso volenterosi.

Il cambio del “servizio mensa”, invece, ha avuto effetti negativi: se prima era un momento di nutrizione e socialità che apprezzava e non chiedeva mai di saltare, ora lo eviterebbe sempre.
La ragione è  presto detta e duplice: la gestione per mezzo di una cooperativa, con inservienti che non sono le sue maestre, non amano particolarmente i bambini e, in mancanza di autorevolezza, usano la sottrazione di minuti di intervallo post pasto come arma di ricatto per ottenere il silenzio, peraltro senza andar troppo per il sottile (vi basti sapere che sono i bambini più grandi, a turno, a “segnare” gli altri che parlano e questo compito viene assegnato come se fosse un “premio” - secondo me un sistema diseducativo e sadico); una stanza “mensa” di dimensioni non adeguate al numero dei bambini e dall’acustica disastrosa, che rende effettivamente molto rumoroso il pasto, disturbando le inservienti (e gli stessi alunni).

Una combinazione disastrosa. È davvero un peccato, perché noi crediamo molto nel pasto come momento di socializzazione, scoperta di sapori e, anche, sano sfogo dopo ore di lezione ed immobilità faticose.

Quanto alla didattica, ci lascia alquanto perplessi che si sia ancora allo stampatello maiuscolo ed a “decine ed unità” , però confido (mio marito no, 
non posso parlare al plurale) che le insegnanti sappiano il fatto loro e che siano, semplicemente, cambiati i metodi che erano stati usati quando noi eravamo bambini.

Cosa non ci piace della realtà della primaria? Purtroppo tanto.
1- i compiti a casa;
io sono sempre stata favorevole, in linea di principio. 
Immaginavo, però, compiti alla portata dei bambini, ovvero che potessero eseguire da soli (con controllo finale del genitore e eventuale intervento per spiegare quanto nonno compreso), e commisurati al periodo festivo. 
Invece…. filastrocche da imparare a memoria tutte le settimane (che ovviamente il genitore deve leggere e memorizzare per poterla insegnare e chiedere ripetutamente), esercizi con “consegne” scritte in stampatello minuscolo (non ancora studiato a scuola) e termini troppo complessi ecc. 
Questi sono compiti per i genitori, non per gli alunni !
Non discuto la quantità, per ora mai eccessiva, ma il tipo di compiti sì, dunque.
Ed il momento in cui sono dati.
Mi sta bene durante le feste, già meno durante il fine settimana, decisamente troppo breve per tutti, bambini in primis.
Li disapprovo totalmente durante la settimana o “ come recupero”.


Non solo. 
Continuo a chiedermi perché insegnanti, che hanno una settimana lavorativa di 24 ore e ampi periodi di ferie, estive e invernali, abbiano giustamente  il diritto di dichiararsi stanchi e di riposare nel fine settimana e durante le feste, come qualunque altro adulto lavoratore, mentre ai bambini sia imposto di esercitarsi non stop, dopo aver trascorso a scuola più di otto ore al giorno per cinque giorni la settimana e in età in cui non vi è oggettivamente necessità di apprendere mnemonicamente un gran numero di nozioni varie.
Un aspetto purtroppo tipico del nostro sistema scolastico che gli insegnanti pare non intendano  proprio a modificare.

2- gli intervalli sempre all’interno dell’edificio, a meno che non si verifichi la combinazione magica: sole, caldo non eccessivo (altrimenti sudano troppo!), assenza di vento.
Stiamo parlando della Valle d’Aosta, non della Sicilia (a proposito, se qualcuno che legge ha figli che frequentano scuole nel Sud Italia, come va dalle vostre parti? meglio su questo fronte?), dunque la suddetta combinazione è praticamente inarrivabile.
Eppure pare che la popolazione abbia resistito e si sia moltiplicata nei secoli…strano vero?
Niente,siamo fermi alla tanto radicata quanto errata equazione: freddo/pioggia/vento = malanno del povero pupo.
Così i bambini rimangono nei corridoi, a sentirsi sgridare perché “corrono” o sono “troppo vivaci”. Gravissimi difetti per bambini di 6/10 anni, vero?!?
Ed alla fine, ovviamente, i bambini si ammalano lo stesso.
Non c’e peggior sordo di chi non vuol sentire

3 - scioperi e assemblee sindacali in orario scolastico, con conseguente “sospensione delle lezioni”. 
Sei mesi scarsi di scuola e ne abbiamo già collezionati alcuni.
Evidentemente il diritto allo sciopero degli insegnanti è prioritario rispetto al diritto alla istruzione dei nostri figli (che però, per quelli stessi insegnanti, devono svolgere i compiti a casa proprio in nome di irrinunciabili “esigenze didattiche” e per il bene della loro istruzione), nonché prioritario rispetto al diritto al lavoro dei genitori.
Inutile discutere con insegnanti chiaramente schierate (peraltro a favore della stessa forza politica contro cui scioperano e di cui discutono le scelte nelle assemblee) e con alcune mamme compiacenti.
Anche in questo caso, non c’e peggior sordo di chi non vuol sentire.

4 - le sostituzioni numerose di insegnanti. In questo caso non ci sono colpe, solo una serie di sfortunati e fortunati eventi: una maternità, un infortunio, un master e qualche problema familiare. Nulla di grave, i bambini sono andati avanti comunque e immagino che i prossimi anni andrà meglio.
Tuttavia, un po’ di dispiacere e disorientamento a sentire il ricciolino ed i suoi compagni, c’è.

Non vi ho parlato del “gruppo WhatsApp” , semplicemente perché ho inserito l’Alpmarito, non avendo io l’applicazione.
Tra mamme, sul web e non,  circolano storie terribili al riguardo.
Nel nostro caso, per il momento  è uno strumento ben gestito e nessuno ne abusa.

E voi, come procede l’esperienza della primaria con i vostri figli?
Che dite, andrà migliorando o peggiorando?



venerdì 7 aprile 2017

Le letture di Mamma Avvocato: "Cosa tiene accese le stelle"

"Cosa tiene accese le stelle" di Mario Calabresi, 

ed. Mondadori "Strade Blu", 2011, Euro 17,00, pag. 130


Di cosa tratti, lo dice il sottotitolo: "Storie di italiani che non hanno mai smesso di credere nel futuro"

L'autore, giornalista presso l'Ansa, la "Stampa" e la "Repubblica", dal 2009 e' direttore della "Stampa".
Ha scritto anche "La fortuna non esiste" e "Spingendo la notte un po' più in là ".

Il libro, che ho cercato dopo aver letto l'opinione di Paola (proprio colei che ha inventato l'appuntamento del venerdì con i consigli di lettura), è una raccolta di 14 storie, a cominciare da quella della nonna dell'autore, Maria, che nel 1955 a quarant'anni, riconquisto' la sua libertà riuscendo a leggere di nuovo la sera nonostante cinque figli ancora piccoli, grazie a quella che secondo lei, e molte altre donne della sua generazione, mia nonna compresa, è stata l'invenzione del secolo: la lavatrice. 
Più preziosa di una Fiat Seicento!
E poi il venditore di alici, l'astrofisico, gli ingegneri del Politecnico di Torino, dalla Valle di Susa alla Silicon Valley, i progressi straordinari nella lotta ai tumori infantili raccontati da Umberto Veronesi ecc.

Il filo conduttore è la ricerca di speranza e possibilità di riscatto per un Paese che sembra sempre più affondare nell'apatia, nel senso di sconforto e nella stagnazione.
L'autore vuole raccontare che ci sono ancora italiani che ce la fanno, anche se più spesso all'estero che in Italia stessa. Italiani che non hanno smesso di sognare ed impegnarsi per crescere.

"In realtà molto di noi hanno ancora dei sogni. Quello che manca è l'ossigeno per raccontarli, persino a se stessi. A forza di scattare a vuoto, la molla si è inceppata. Il futuro non è un'opportunità e nemmeno una minaccia. Semplicemente non esiste. Il futuro è la rata mensile del mutuo o il bilancio trimestrale dell'imprenditore: nessuno ha la forza di guardare più in là e si vive in un presente perenne è sfocato, attanagliati dallo sgomento di non farcela. Sulle macerie della guerra, l'inconscio dei nonni riusciva a progettare cattedrali di benessere: quegli uomini avevano visto abbastanza da vicino la morte per immaginare la vita. Sulle macerie morali del turbo-consumismo, la cui crescita dotata ha ucciso i desideri (di fronte a tremila corsi di laurea o tremila canali televisivi l'impulso è di spegnere tutto),l'inconscio dei nipoti sembra paralizzato da un eccesso apparente di libertà e dall'assenza di punti di riferimento." Pag. 48

Non solo.
Le storie raccontate aiutano a ricordare che, seppur portati a sottolienare ciò che non va, molti passi avanti sono stati fatti rispetto al passato e non è vero che "si stava meglio quando si stava peggio", almeno dal punto di vista delle cifre sul crimine, la diffusione della povertà e le speranze di vita, anche se le ragioni dell'odierno pessimismo che aleggia come una cappa sul Bel Paese, forse sono proprio da ricercare nel periodo del boom economico ed il raffronto con i tempi attuali.

"Sono d'accordo con Moratti: oggi non c'è più violenza che in passato, non viviamo in una società in cui si aggredisce, si assalta e si uccide di più, ne siamo solo più informati...La vera differenza la fanno la televisione, Internet e la comunicazione globale, che moltiplicano all'infinito ogni singolo episodio di violenza e, di conseguenza, le nostre ansie e le nostre paure, provocando la sensazione che non esista altro e creando spesso meccanismi di emulazione. Questo senso di oppressione e di accerchiamento è da spiegarsi più con il mondo globale e l'informazione a ritmo continuo che non con un cambiamento della natura umana." Pag. 37

Paradossale che questa opinione, che condivido, la riporti proprio un giornalista, eh?

"Mi chiedi perché oggi c'è questo clima? È perché c'è la percezione che questo Paese non va avanti. Io sapevo che avrei guadagnato più di mio padre e anche lui lo sapeva, e questo lo faceva sentire bene, così i miei genitori avevano la ragionevole speranza che io e mio fratello saremmo vissuti meglio di loro. Oggi, invece, la sensazione è che i figli staranno peggio è che nel Paese non ci sia più spazio. Anche così si spiega il crollo del tasso di natalità: negli anni Sessanta c'erano 18 nati ogni 1000 abitanti, adesso siamo intorno a 10. Questa sensazione di asfissia è aggravata dalla quantità abnorme di burocrazia, tasse, costi e regole che gravano su ogni attività. Ma non è così in tutto il mondo, il resto del pianeta sta meglio di prima: il pil mondiale del 2010 è stato da record e ci sono sempre più Paesi che portano fuori dalla povertà centinaia di milioni di persone, dalla Cina all'India, dal Brasile alla Polonia, dall'Indonesia alla Turchia...." (intervista a Mario Deaglio, pag. 52)

Un libro che fa riflettere, su di noi e sul nostro atteggiamento di italiani, sulla nostra classe politica e sulla direzione che vorremmo far prendere alla nostra vita e lo fa raccontandoci storie che vale la pena di sentire, anche solo per cultura personale.

"Ma perché dovremmo andare su Marte, mi viene spontaneo di chiedergli. 'Because in there'. Soltanto tre parole in inglese:'Perché è lì' mi risponde. 'E perché queste visioni selvaggia sono le uniche a far fare salti immensi alla tecnologia e all'umanità: se penso a quante cose saremmo costretti a inventare, quanta ricerca verrebbe creata e a quanti passi avanti faremmo nella medicina come nella fisica, non posso che riempirmi di entusiasmo. Questo progetto sarebbe un incredibile volano di sviluppo....Abbiamo bisogno di grandi progetti, di grandi visioni e di stimolare la fantasia della gente. Dobbiamo tornare ad avere fame di avventura e di scoperte. Dobbiamo ricominciare a guardare in direzione delle stesse - si raccomanda mentre ci alziamo- perché significa alzare la testa, avere la vista lunga e immaginare altri mondi." Pag. 130

L'Alpmarito, dopo aver letto questo libro, mi ha detto che lui ha empre pensato che ci sia ancora speranza di crescita e miglioramento, purchè si abbia voglia di faticare ed impegnarsi. Il problema è che per far emergere le proprie capacità ed idee, bisogna uscire da questo paese, come ha fatto anche lui, purtroppo. Perchè qui nulla sembra andare nella direzione giusta, nonostante i formali cambi di Governo ed i proclami di ottimismo e tagli delle tasse (che poi puntualmente sono smentiti dai conti della  vita quotidiana)

E' dunque questo il mio consiglio di lettura per il consueto appuntamento con il venerdì del libro di Home Made Mamma.

martedì 7 febbraio 2017

Il paradosso dei cartoni animati "educativi"

La recente influenza mia e del ricciolino ha elevato per qualche giorno il numero di cartoni anonimati "subiti" e "sorbiti", portandomi a prendere coscienza di un paradosso.

I moderni cartoni animati sembrano tutti pensati per "educare" o, meglio ancora, "insegnare", a differenza di quelli degli anni '80, almeno per quello che ricordo io.

Immagine tratta dal web

Prendiamo, ad esempio, alcuni tra quelli apprezzati dal ricciolino:

- i "Super wings", in cui in ogni puntata viene indicata una parola o una usanza caratteristica di un paese del mondo e la "missione" degli aerei dovrebbe portare i bambini a imparare qualche nozione di geografia, ovviamente scelta senza un criterio logico facilmente rinvenibile;

- "Blaze e le mega macchine", in cui ogni avventura è il pretesto per introdurre nozioni sparse di geometria (es. il concetto di angolo e ampiezza dell'angolo), fisica (es. le leve), matematica (es. il concetto di maggiore o minore) ecc., in modo peraltro del tutto estemporaneo e, anche in questo caso, senza un filo logico che leghi le diverse puntate. In più, si cerca di insegnare vocaboli tecnici relativi al motore, ai diversi tipi di veicoli a motore e non ecc., operando trasformazioni alle macchine con la sola forza della "ripetizione del vocabolo giusto";

- "Dora l'esploratrice" , che personalmente non sopporto per quella sua vena di esagerato buonismo e le continue canzoncine senza capo nè coda. Il cartone vorrebbe insegnare l'inglese con l'unico metodo che sconsigliano tutti i manuali dedicati al bilinguismo che ho letto e tutte le insegnanti di lingue straniere che conosco: mischiando qualche vocabolo in lingua straniera e in frasi costruite e pronunciate in italiano, oppure inserendo frasette in inglese in un discorso in italiano. Anche in questo caso, senza che sia facilmente comprensibile quale sia il criterio logico seguito per scegliere il vocabolo o la frase della puntata;

- "La casa di Topolino" insegna a contare, a riconoscere concetti matematici, numeri e lettere e a cercare soluzioni alternative ai problemi, grazie ai fantastici "strumentopoli" di cui miracolosamente dispone Topolino ad ogni puntata;

- "Curioso come George" affronta temi quali l'ecologia (raccolta differenziata, difesa degli habitat degli animali selvatici, difesa dell'ambiente, gli orti sul tetto), la metereologia, l'astronomia ecc. partendo dai "pasticci" della scimmietta George che, da detto, cerca sempre di porvi rimedio e apprendere, aiutata da un illuminato "uomo dal cappello giallo" che non perde occasione per portarla a scoprire da vicino fenomeni fisici, naturali e scientifici.

In aggiunta, ci sono tutti quei cartoni che cercano di spiegare ai bambini alcune regole di vita civile e trasmettere valori come la forza dell'amicizia, l'importanza della solidarietà, della pace, dell'aiuto reciproco e della collaborazione, come "Gli orsetti del cuore", "La dottoressa Peluche", lo stesso "Curioso come George", i "Paw Patrols" ecc.

Ora.
Sia chiaro che non ho nulla da eccepire sulle intenzioni degli inventori/sceneggiatori di tutti questi cartoni animati, sicuramente nobili e condivisibili.

Ciò che mi disturba è:
- il metodo, che manca del tutto o io non comprendo e che, secondo me, andrebbe rivisto da pedagogisti o insegnanti competenti.
Ditemi voi che senso ha cercare di spiegare il concetto di ampiezza dell'angolo in una puntata e poi alla puntata successiva tornare a parlare di come riconoscere un numero, oppure indicare sul mappamondo il Congo senza mai aver mostrato ai bambini neppure dov'è l'Italia;

- la pretesa di rendere il cartone "interattivo" (comune ad alcuni), ponendo domande ai telespettatori e poi complimentandosi dopo qualche secondo per una risposta che potrebbe non essere stata data o esserlo stato in modo sbagliato e che comunque non è stata percepita, oppure incitando i bambini a ballare o ripetere vocaboli più e più volte a voce alta, sempre poi complimentandosi per "aver aiutato" il protagonista.
Mio figlio ora ha cinque anni ma ha capito da un pezzo che il teleschermo non registra le sue risposte e mi ripete ogni volta quanto gli  sembrino sciocche e inutili tali domande. E ai "ringraziamenti" del protagonista risponde con un sonoro: "Uffi, hai fatto tutto da solo, non lo capisci ?!"

- il lessico fantasioso, che contrasta con i termini tecnici ed i vocaboli in lingua straniera che si vorrebbero insegnare.
Solo per dirne una, perchè la dottoressa Peluche non  può segnare i sintomi sul grande libro delle "malattie" anzichè della "bua" e dare alle malattie stesse dei termini corretti o, quanto meno, usare espressioni realmente esistenti? Cambierebbe il senso dei cartoni? O forse gli ideatori sono convinti che i bambini si esprimano tutti così? E voi, davvero volete un figlio che parla di "bua" e "sgonfitosi"? Per sdrammatizzare le pratiche mediche ed avvicinare i bambini alla medicina, è proprio necessario arrivare a questo punto? Non basta usare delle perifrasi?
Davvero desideriamo bambini che sappiano come funziona un motore ad elica ma chiamino "bue" le malattie?

- in ultimo, ma primo per importanza, l'assoluta ignoranza della consecutio temporum e delle regole grammaticali basilari della lingua italiana.
I congiuntivi sono perfetti sconosciuti, le espressioni con "a me mi" si sprecano, i condizionali sembrano non essere mai pervenuti e così via.
Basterebbe aggiungere quella esagerata cadenza romana e le frasi smozzicate alla Totti per ottenere una replica su scala animata dei programmi di intrattenimento televisivo che instupidiscono gli italiani (o forse li rispecchiano, ma cerco di essere ottimista).

Una delle poche eccezioni mi pare proprio "Curioso come George" (però il ricciolino lo guarda mentre io lavo i piatti, dunque potrei essere semplicemnete stata troppo distratta io).
Sono arrivata al punto di rimpiangere "Masha e l'orso" e "Peppa Pig" (magari incorrono negli stessi errori ma non me ne ero accorta perchè all'epoca in cui andavano per la maggiore in casa nostra non ascoltavo con attenzione?).

Fatemi capire: anche i cartoni animati sono diventati un pretesto per "stimolare" l'apprendimento nei bambini della matematica, della logica e delle lingue straniere e poi si "cade" nell'imbarbarimento della lingua italiana?

Un paradosso che non mi piace per nulla.

Ditemi che non sono la sola, per favore!





mercoledì 30 novembre 2016

Blog Generation: la mia opinione e un saggio per saperne di più.

Prendo spunto da un saggio che ho finito da poco di leggere per affrontare un argomento che in questo periodo mi ha fatto molto riflettere: il senso ed il valore dei blog.

BLOG Generation" di Giuseppe Granieri, ed. Laterza, 2005, Euro 10,00, pag. 169

Ho letto questo libro per cercare di capire qualcosa di più sul mondo dei blog, in cui bazzico ormai da un po' di anni.
In realtà, ho subito scoperto trattarsi non di un manuale ma di un saggio, una specie di piccolo trattato sociologico sul ruolo dei blog e dei motori di ricerca.
Seppur rivolto ad un pubblico che conosce Internet ed i blog, e' una lettura molto scorrevole ed interessante, che consente di capire l'importante collocazione che ormai i blog hanno assunto nella società e, soprattutto, nella comunicazione.
Lo sguardo è rivolto soprattutto agli Stati Uniti, considerando che il fenomeno dei blog negli USA e' esploso prima e con numeri maggiori che nella "vecchia" Europa. Tuttavia, quasi tutte le considerazioni dell'autore si applicano anche ai weblog nostrani.
Particolarmente interessante l'analisi dei rapporti politica-blog e mondo dei mass media-blog, in cui si mette in luce il timore e la diffidenza che molti giornalisti dei media tradizionali mostrano nei confronti dei blog, senza coglierne le potenzialità (tanto da cercare di denigrarli pubblicamente con dichiarazioni discutibili, come è avvenuto anche recentemente in una trasmissione televisiva, in cui, se anche c'era del vero nella sostanza, c'è stato comunque un errore nei modi) nonché le differenze tra giornali e siti web di informazione e blog, in primis la citazione delle fonti che spesso nei primi manca, la maggiore trasparenza dei secondi ed il modo in cui i blogger esprimono le proprie opinioni mettendoci la faccia, senza nascondersi dietro un'imparzialità e una professionalità talvolta solo apparente.
E poi il fatto che il web ed i motori di ricerca consentano quella memoria storica di fatti, episodi e dichiarazioni a cui attingere per ricostruire vicende o opinioni che i giornali da soli non hanno o addirittura ignorano e che costituisce un potentissimo strumento nelle mani di blogger e lettori di ogni genere che abbiano voglia di documentarsi ed esprimersi su qualunque tema. 
Uno strumento che ha consentito spesso di smascherare le ipocrisie di politici, imprenditori, giornalisti e personaggi dello spettacolo.
Cio' che io personalmente ho trovato più illuminante è la parte dedicata a descrivere le regole che i blog si sono auto imposti ed il concetto di autorevolezza sul web.
Infatti, malgrado per certi versi si tratti di un piccolo mondo a se', le dinamiche descritte nel libro si producono anche tra i blog di mamme, di viaggi, di hobby creativi o di bibliofili che frequento e leggo, con qualche eccezione.
Non mancano infatti i blogger scorretti, che tendono a copiare i post altrui o quelli che, ignari del senso stesso di scambio e condivisione della blogsfera, tendono a chiudersi in modo autoreferenziale, senza mai citare fonti di ispirazione o altri blog e senza mai commentare altri "diari virtuali", ergendosi su un piedistallo che, però, stando all'autore del saggio, e' destinato a crollare presto.
"Per la logica stessa che governa le relazioni tra i blogger, ciascun individuo, scrivendo degli argomenti che gli interessano e leggendo ciò che attira la sua attenzione, finisce per frequentare più o meno assiduamente un numero variabile di piccoli mondi. E in ognuno di questi assume il ruolo che le sue conoscenze, le sue idee, la sua capacità di espressione e la sua visione dell'ambiente gli consentono, ottenendo una reputazione più o meno maggiore." Pag. 64
Al di fuori della Rete, i gruppi, le piccole comunità, i piccoli mondi di cui parlavamo prima, tendono ad associarsi sulla base di interessi in comune e di affinità, e spesso sono abbastanza omogenei anche come modo di pensare e come comportamenti. Gli individui in contatto con ambienti differenti, come i fortunati che vivono nell'universo a relazione multipla del Web, hanno dunque maggior familiarità con modi di pensare diversi e con comportamenti differenti, il che gli offre maggiori possibilità di selezionale e sintetizzare alternative.
Gli individui connessi con gruppi diversi mediano la comunicazione tra vari piccoli mondi, questa mediazione è un capitale sociale che porta con se un vantaggio competitivo. In cui i mediatori possono elaborare progetti che integrano le diverse maniere di pensare o di comportarsi. Persone abituate a lavorare in due o più gruppi, a differenza di chi lavora in uno solo, sono più capaci di comprendere come convinzioni e pratiche di un gruppo possano creare valore nell'altro (e sanno cometradurle nel linguaggio dell'altro gruppo). Sanno creare analogie, mentre spesso la mentalità di chi vive in un unico gruppo è abbastanza renitente a comprendere le differenze. Per dirla con Burt, "Non e creatività che viene dal profondo dell'abilita intellettuale. E' creatività che viene da un modello di import- export". Per sua natura dunque, quando c'è qualcosa che merita, la blogsfera lo fa emergere: e' un sistema in cui il valore totale è superiore alla somma delle parti.
Il Web, oggi, è una palestra per le idee." Pag. 65
Ciò che io ho imparato ad apprezzare, scrivendo e frequentando altre/i blogger, è perfettamente riassunto nel passo sovra riportato.
Stimoli continui provenienti da persone diverse, con hobby ed interessi differenti ma nello stesso con una affinità di fondo con il mio modo di pensare, la possibilità di confronti civili con persone che vivono realtà familiari, di coppia, lavorative e geografiche lontane dalle mie, dalle quali apprendere, oppure molto simili, in cui trovare un eco e un appoggio nel momento del bisogno.
E poi la possibilità di approfondire la conoscenza senza costrutti sociali rigidi, con tempi magari dilatati ma sempre congeniali a ciascuno, adatto ad una vita spesso frenetica ma non per questo necessariamente fatta di rapporti superficiale.
Infine, la scoperta di tanti talenti, di tante persone a loro modo eccezionali ed una maggiore apertura mentale e curiosità.
Non poco, a mio parere!
Ciò non toglie, ovviamente, che i rapporti personali del mondo "fisico" tradizionale abbiano molti altri vantaggi e pregi.
"Unendo la capacità cognitiva di milioni di persone ad un potentissimo strumento di connessione, (la Rete) ha realizzato un modello che incrocia la libertà del dibattito tipica dello spirito ateniese con la valutazione individuale dell'auctoritas latina. I sistemi di filtro consentono di accedere alle opinioni di individui che non vivono nel nostro stesso spazio fisico e di avere un confronto comunque diretto. La memoria della Rete e le logiche di costruzione distribuita della reputazione, ci permettono di stabilire rapporti di fiducia spesso più saldi di quelli che si riescono a costruire in una taverna o una piazza, perché il mondo reale ha solo la profondità della parola detta e non quella della ricerca nella conoscenza collettiva e, soprattutto, non tiene traccia della storia intellettuale dei nostri interlocutori. Infine, il ruolo degli esperti, che sul Web fanno da hub cognitivi lavvode ad Atene spiegavano il mondo alla gente." Pag. 147
In una realtà moderna in cui, come spiega l'autore all'inizio del saggio, non conosciamo quasi più niente direttamente perché ci troviamo costantemente alle prese con problemi e notizie sempre più complessi, che coinvolgono un numero crescente di paesi e persone connesse tra loro, laddove noi abbiamo un'esperienza diretta, in prima persona o per racconto altrui, di un numero assai limitato di fatti; in una realtà moderna in cui e' sempre più facile manipolare l'opinione pubblica e distorcere le informazioni, forse i weblog sono uno dei pochi aiuti che abbiamo a disposizione.

E voi, cosa ne pensate?

giovedì 27 ottobre 2016

La scuola "giusta": noi siamo stati fortunati

Un paio di giorni fa, ascoltando l'ennesima brutta notizia di educatrici arrestate per maltrattamenti ai bimbi a scuola, mi è venuto spontaneo pensare alla materna frequentata dal ricciolino biondo, per quello che sarà il suo ultimo anno, visto che ormai è tra i "grandoni".

Non che sia possibile un confronto con quella realtà, essendo scontato che nella quasi totalità delle scuole dell'infanzia e dei nidi non accada nulla di simile, ovviamente.


Però ogni tanto mi raccontano particolari di altre scuole materne dove, ad esempio, le maestre non accompagnano i bimbi in bagno, non puliscono loro il sederino, non li cambiano di abiti se si sono bagnati o sporcati (e non parlo dei bimbi di cinque anni ma anche di quelli di tre), non tagliano gli alimenti ai pasti, impongono ai genitori di mandare i figli senza scarpe con i lacci, senza gonne, senza maglie o pantaloni con bottoni, senza collant ecc ecc., per fare meno fatica ed in più non lasciano entrare i genitori nelle aule per prendere o portare i piccoli (non ho capito perché, mi auguro sia una questione di igiene).
Tutte richieste e rifiuti che sarebbero state impensabili nella scuola che io ed i miei fratelli abbiamo frequentato anni fa e, fortunatamente, anche in quella del ricciolino e che vengono motivati con la scusa che le maestre sono educatrici laureate, non assistenti o bidelli.

Proprio la scorsa settimana c'è stata la seconda riunione con le insegnanti dall'inizio dell'anno, con la spiegazione di quello che sarà il "tema dell'anno", le informazioni sulla programmazione ed i progetti che cercheranno di attuare e l'elezione dei rappresentanti di classe.
La riunione per me è stata anche l'occasione per poter parlare, prima, con le maestre di mio figlio.

In questi due anni e una manciata di giorni, non sempre mi sono trovata in sintonia con tutte loro o ho capito il loro approccio educativo.
Spesso il primo ed il secondo anno il ricciolino è tornato a casa con vari graffi e lividi, a volte causati da compagni/e di scuola, altre dalla sua irruenza nel gioco.
Talvolta, però, mi sono scontrata con le maestre perchè non era possibile capire chi fosse il responsabile e cosa fosse accaduto oppure mi veniva riferito che non sapevano nulla perchè non avevano visto o che "ciò che succede a scuola, lo risolviamo noi a scuola".
Io ho sempre ritenuto che i genitori abbiano il diritto di sapere e che l'azione aggressiva andasse punita, la reazione del bambino che si difende, invece, no.
A meno di non essere davvero eccessiva, si intende.
E ho sempre pensato che, mentre una o due sviste siano normali, visto che i bimbi sono tanti e le maestre poche, non fosse però ammissibile non accorgersi di nulla più volte.

In questo, non ho mai trovato l'appoggio delle educatrici, che puniscono chi inizia e chi reagisce allo stesso modo e, addirittura, a volta soltanto il secondo, perchè sono intervenute tardi e dunque non hanno visto l'intera scena e la violenza "è sbagliata a prescindere" (che è anche vero, però io non credo sia sia corretto, nè per la vittima nè per l'aggressore, porgere sempre l'altra guancia).

Una situazione che mio figlio percepisce come ingiusta quanto noi genitori, come ha detto più volte.

E' successo che, di fronte a questa "strategia" delle maestre, il ricciolino abbia iniziato a chiudersi con loro, a non chiedere il loro aiuto, reputato inutile e/o addirittura controproducente, scegliendo piuttosto di difendersi da solo e poi subire la sgridata o il momento di "time out" con frustrazione.
E' successo che dallo scorso anno il ricciolino che mai prima, era stato aggressivo e mai lo è stato al centro estivo, con i cuginetti o nello sport, abbia spinto intenzionalmente due bimbi senza motivo e adesso, stufo di subire, reagisca quando viene spinto o graffiato da altri.

E questo non mi è piaciuto per nulla e a nulla è valso parlarne con le educatrici.
Almeno fino all'ultimo colloquio, forse. Ma questo me lo dirà il tempo.

E' tuttavia questo l'unico appunto che mi sentirei di muovere alle maestre, fino ad oggi.
Certo, ci sono altre piccole scelte che io non farei (come non fare lavare loro di denti dopo pranzo, un pomeriggio a settimana dopo la merenda far vedere un cartone animato, dispensare caramelle come premi in alcune occasioni, la recita di fine anno che devono organizzare e fare le mamme dei bambini "grandoni" - !?!?- ecc.), però si tratta di questioni di poco conto che so che non influiranno nè sulla salute nè sulla educazione del ricciolino e che, secondo me, rientrano nel giusto ambito di libertà di organizzazione della didattica e del proprio lavoro che spetta alle maestre.

Anzi.
Penso sia importante che i bambini imparino fin da piccoli che viviamo in una società con un complesso di regole e norme che possono anche non piacerci ma che dobbiamo rispettare.
Che comprendano che persone diverse hanno approcci diverse, compiono scelte educative diverse e non sempre in sintonia, che tuttavia vanno accettati.
Che capiscano che non sempre si può scegliere, che ci sono tanti sistemi e ambienti a cui bisogna adeguarsi, pur guardando a tutte le regole con spirito critico.
Penso sia importante imparare a confrontare e giudicare ma anche guardare le cose da altri punti di vista, mettersi nei panni degli altri, ascoltare le motivazioni e rispettare anche ciò che non si condivide, quando è necessario.

Dunque, sono stata fortunata. Siamo stati fortunati.
Magari restano ferme sulle loro posizioni, però con le maestre del ricciolino si può parlare quando e quanto si vuole, senza prendere appuntamenti, senza formalismi, senza problemi.
Il ricciolino ed i suoi compagni entrano ed escono da scuola contenti.
La mattina posso accompagnare mio figlio in classe, come gli altri genitori, posso osservare l'interazione dei bambini tra loro e con le maestre, vedo l'affetto e l'attenzione con cui queste ultime liaccolgono, anche quando hanno altri 18 bambini scalmanati da guardare, tra cui alcuni piccolissimi in lacrime perchè la mamma è appena andata via.
Arrivando fuori orario, si può rimanere basiti dalla confusione ma, in realtà, basta una parola per capire che le maestre hanno la situazione sotto controllo ed è un caos produttivo.

L'entusiasmo, l'allegria e la voglia di fare si respira sempre.
I progetti sono tanti, le uscite sul territorio a costo zero altrettante, i lavoretti e le iniziative infiniti.
Ed io, di questo, sono molto grata alle maestre.

Perchè non mi è difficile immaginare che per loro non sia facile arrivare la mattina con il sorriso e tenerselo tutto il giorno, lasciando fuori dalla scuola preoccupazioni, ansie o dolori. 
Perchè le risorse sono sempre poche e le istituzioni concedono sempre con difficoltà ed estrema parsimonia.
Perchè i bimbi sono tanti e loro poche e quando una maestra è malata il primo giorno di assenza non viene neppure sostituita (misura introdotta dalla c.d. "buona scuola" di cui ancora non mi capacito).
E se non è facile guardare uno o due figli, figuriamoci tenerne sotto controllo 15/18 contemporaneamente.
Perchè non si tirano mai indietro. Sbucciano la frutta, consolano, abbracciano, sgridano, insegnano, puliscono i sederini, piantano fiori e/o verdure in giardino, fanno pulizie extra, aiutano le mamme nel momento del distacco o a far affrontare altre tappe di crescita ai bimbi.
Perchè il loro lavoro è importante e si vede che lo fanno con impegno.
Anche se sono umane e qualche volta, ai miei occhi, sbagliano.

Dunque sì, non sono d'accordo con loro su un aspetto, ma per tutto il resto e nel complesso, io mi sento fortunata di averle trovate e non posso che pensare all'angoscia ed alla preoccupazioneche, in questo stesso momento, stanno provando genitori di bimbi meno fortunati di me.





venerdì 8 luglio 2016

Le letture di Mamma Avvocato: "Maternità. Il tempo delle nuove mamme"

"Maternità. Il tempo delle nuove mamme. Testimonianze, appunti e riflessioni" a cura di Laura Ballio e Giusi Fasano, ed. Le opere del Corriere della Sera, febbraio 2016, Euro 7,90, pag. 335.

Un libro difficile da definire, che nasce dal blog del Corriere della Sera, la "27esimaOra" e dalle inchieste de "Il tempo delle donne".

 

Non un romanzo, non una biografia e neppure un saggio. Piuttosto una raccolta/inchiesta sulla maternità di oggi, con dati, contributi e riflessioni di giornalisti, blogger, donne comuni, professionisti, medici, maestri e perfino presentatrici/ attrici e scrittrici, da Umbero Veronesi a Michelle Hunzicher e Ambra Angiolini, da Silvia Avallone a Chiara Gamberale, passando per Emma Bonino, Veronica Pivetti e Dacia Maraini.

Tanti anche i temi trattati: la conciliazione famiglia- lavoro, l'insegnamento, la disparità di trattamento in ambito lavorativo, il congedo parentale, la tutela della maternità sul lavoro, la "nuova" paternità, la discriminazione sessuale, la scelta della maternità e della "non maternità" , i modi diversi di intendere "il materno", mamme e tecnologia, i millenials, la menopausa e la maternità surrogata.

Un caleidoscopio di riflessioni che fanno pensare, aiutano a guardare alle parole ed ai concetti con diversi punti di vista, suggeriscono possibilità.

A parte una impostazione politica di fondo che in parte non condivido (la prefazione di Valria Fedeli, ad esempio, che ho trovato eccessivamente autocelebrativa, mi ha lasciata perplessa) e alcuni interventi in tema di maternità surrogata che personalmente mi fanno rabbrividire, forse perché io sono troppo liberista per certi versi, e' un libro che secondo me merita una lettura, per approfondire e capire le diverse sfaccettature della maternità.

"Interessante l'annotazione sulle obiezioni delle aziende americane a dotarsi di un top management femminile: il modo di fare network. Trascurano le relazioni con quello che definiscono un 'club di vecchi ragazzi', non partecipano a cene sociali e non giocano a golf." Pag. 32

Pag. 43: "Un altro grande mito infranto dalla crisi è quello del partit time. Dal 2000 al 2013, secondo i dati ISTAT gli occupati a tempo parziale sono aumentati del 40 per cento: da poco meno di tre milioni a quattro milioni di persone. Tre part time su quattro sono al femminile, un rapporto rimasto sostanzialmente costante nell'ultimo decennio. Il problema è che negli anni della crisi è nettamente aumentato il part time involontario. Le donne insoddisfatte del l'orario ridotto erano il 34 per cento nel 2000 e sono diventate il 58 per cento - quindi la maggioranza- nel 2013. Cosa non funziona in quella che doveva essere la soluzione di tutti i problemi della conciliazione? Spesso la difficoltà sta in una distribuzione oraria che non aiuta. Prendiamo il settore del commercio, dove il part time femminile è particolarmente diffuso. Sovente il lavoro è concentrato in orari in cui nidi e materne hanno già chiuso da ore. In questa condizione l'orario ridotto non aiuta le donne (né gli uomini) nella gestione familiare. Da rilevare poi il fenomeno del lavoro nero legato al part time. Sono purtroppo numerosi i casi di dipendenti a orario ridotto che in realtà lavorano a tempo pieno. Soprattutto in settori "maschili" per la verità, come l'edilizia. Ma a ben guardare, la principale cartina al tornasole di un modello che non ha funzionato e un'altra. Mente in Europa l'aumento del part time fa crescere l'occupazione delle donne, ciò non avviene in Italia. Negli ultimi dieci anni, nonostante un incremento del part time femminile superiore agli altri Paesi UE, il nostro tasso di occupazione femminile è rimasto inchiodato al 45 per cento o giù di lì. Non si può dimenticare, poi, che gli effetti positivi del part time sul l'occupazione femminile hanno un prezzo. In termini di maggiore "segregazione". E' così che gli economisti come Luisa Rosti chiamano il fenomeno per cui le donne sono costrette ad accontentarsi di bassi livelli di carriera in settori meno pagati degli altri.

...una società che teme la maternità più della mediocrità, e premia il tempo più del risultato, escludendo le donne dai percorsi di carriera, spreca la risorsa più preziosa delle economie moderne: il capitale umano."

Pag. 44: "...la spesa pubblica per la famiglia è pari al 2 per cento della spesa totale della pubblica amministrazione e appena all'1 per cento del Pil, a fronte degli interventi per gli anziani che, tra pensioni e spesa per la salute, corrispondono al 20 per cento del Pil. In altre parole per 1 euro speso a favore della famiglia se ne dedicano 20 agli over 65. Il basso livello di spesa per la famiglia colloca l'Italia al 22esimo posto tra i Pesi UE per la quantità di risorse destinate a questo capitolo di interventi pubblici ..."

Con questo post partecipo all'appuntamento settimanale con il venerdì del libro di Homemademamma.

 

martedì 10 maggio 2016

Wonder mamma, a quale prezzo?

Domenica sera, in occasione della festa della mamma, hanno trasmesso il film "Ma come fa a fare tutto?" con Sarah Allison Parker.

Quando era uscito al cinema avrei voluto andarci, ma non avevo potuto, così ho colto l'occasione domenica.

A costo di farmi dare della pazza, devo confessare che ho quasi pianto, guardandolo.

Perché rappresentava perfettamente la realtà di molte mamme, di molte donne, una realtà dura e scomoda.

Certo, le madri che conosco io non prendono un aereo ogni tre per due per andare dall'altra parte del continente, piuttosto si spostano da un lato all'altro dell'Italia o anche meno, stando via qualche notte oppure girano l'Europa o, più semplicemente, fanno le pendolari ogni giorno, in treno, auto o autobus che sia.

Il concetto, però, e' lo stesso. Perché se per partecipare ad una riunione o ad una udienza o per ricevere il cliente o vendere un prodotto, ti perdi la recita della scuola o la lettura della buonanotte, che l'ufficio sia a Milano o a New York poco cambia.

Ed al di là della figura di "mamma che non lavora" del film, certamente esagerata (non so voi, ma io di mamme casalinghe che passano intere mattinate tra palestra ed estetista, non ne conosco proprio; quelle che conosco io hanno ritmi più rilassati delle "mamme che lavorano" ma non battono la fiacca e spesso curano orti, fanno volontariato, assistono parenti o investono in una passione, quale che sia), il continuo confronto fra mamme e' una realtà.

La gara a chi fa meglio, dalla torta alla educazione, esiste. E ciascuna invidia l'altra, senza conoscerla davvero. Senza essere disposta a fare davvero cambio, se potesse.

La discriminazione delle donne sul luogo di lavoro o in termini di carriera, di cui parla la mamma single del film, e' purtroppo una realtà diffusa a cui ci siamo abituate, anche se non dovrebbe essere così, e non solo se il capo e' uomo.

Soprattutto, però, ciò che mi ha scosso del film e' stato vedere riflessi, sullo schermo di una TV, sensi di colpa, difficoltà organizzative, incomprensioni di coppia, che ciascuna mamma, prima o poi, vive.

Perché le pressioni che subiamo, in quanto "femmine", fin dall'infanzia, sono enormi.

Forse è sempre stato così. Forse è il rovescio della medaglia della maggior (non certo totale) libertà di autodeterminazione che ci siamo conquistate nei secoli. Forse anche gli uomini vivono, seppur in modo inferiore, queste pressioni.

Non lo so.

So solo che, in qualche modo, dobbiamo imparare a liberarcene. Dobbiamo capire che siamo tutte sulla stessa barca e che se la smettessimo con egoismi sterili e lottassimo tutti per più servizi per l'infanzia, per l'uguaglianza di stipendio e per cambiare la mentalità degli uomini e delle donne che abbiamo a fianco e che cresciamo, forse qualcosa cambierebbe.

Invece parli di centri estivi comunali aboliti per mancanza di fondi, cerchi solidarietà e ti senti rispondere: ah già, comunque a me non serve, tanto io sono a casa e poi poveri bambini, e' come continuare a mandarli a scuola!

In questi casi, mi viene da gridare come una pazza, come la protagonista del film.

Mi viene da mollare tutto.

In fondo una scelta bisogna sempre farla: o si ridimensionano tempo e risorse da dedicare al lavoro o quelle da dedicare alla famiglia. Le ore del giorno sono sempre 24 e noi siamo umane.

E' una scelta sempre difficile, sempre sofferta, spesso temporanea e rinegoziata quotidianamente.

Però, chi ha detto che all'una o all'altra strada intrapresa debba accompagnarsi anche riconoscimento o disvalore sociale? Non basta la difficoltà della scelta in se'?

Non ho risposte, solo domande e bisogno di mettere nero su bianco i miei pensieri e, se vi va, sentire la vostra voce.

P.s. E magari anche un pretesto per mollare un ceffone alla mamma che mi ha dato quella risposta!

 

mercoledì 27 gennaio 2016

Perchè sono contro il D.L. sulle unioni civili (ma a favore del matrimonio anche tra persone dello stesso sesso).

In questi giorni si fa un gran parlare del D.L. sulle unioni civili che dovrà essere discusso a breve in Senato, il cui testo viene commentato e proposto in mille varianti diversi, non si sa quanto inventate e quanto no.


E io non capisco.
Non capisco il perchè dell'accanimento contro le unioni tra persone dello stesso sesso, quali che la religiosità, le credenze o lo stile di vita di un individuo, possano essere poste in discussione e scardinate dalla presenza di quelle diverse dalla loro.
Senza contare che spesso, chi si oppone, è anche chi parla di uguaglianza, tolleranza, accoglienza, perdono a qualunque prezzo.

Soprattutto, però, non capisco il motivo per cui dovremmo creare l'istituto della "unione civile" e della "convivenza di fatto", non capisco perchè dovremmo estendere diritti e obblighi agli uni ed agli altri.

Esiste il matrimonio religioso e quello civile.
E il matrimonio civile, con tutti i diritti ed obblighi che ne derivano, potrebbe essere esteso alle persone dello stesso sesso, con una legge ad hoc.

Semplice, efficace, chiaro.

E invece no.
Si discute di creare, accanto al matrimonio civile ed a quello religioso, l'unione civile e la convivenza di fatto.
Si propongono diversi diritti e doveri che deriveranno dall'uno e dall'altro, si stabiliscono diversi modi di "registrazione", di "scioglimento", di "regime patrimoniale".

Si moltiplicano e complicano le situazioni, all'infinito.

Perchè dobbiamo modulare tanti tipi di unione diversi con tanti diritti e doveri diversi?
Perchè c'è chi vuole che il termine "matrimonio" sia solo destinato a persone dello stesso sesso che si scambiano un anello, quello "unioni civili" a tutti coloro che non vogliono feste, anelli, fiori, ecc., ma solo una firma e due testimoni?
Perchè c'è chi pretende diritti e doveri e riconoscimenti sociali senza assumere nessun obbligo reciproco, senza parlare di "unione"?

Vi svelo un segreto: anello, festa, fiori, lunghe cerimonie, musica ecc. non sono obbligatorie per sposarsi.
Bastano due testimoni, un ufficiante pubblico ufficiale, la lettura degli articoli del codice civile e quattro firme, due per i coniugi, due per i testimoni.
Fine.
Certo, se poi non si ha il coraggio di tagliare fuori parenti di sesto grado e amici per non "deludere" o si vuole a tutti i costi un abito da migliaia di euro e piuttosto non ci si sposa, questo è un altro discorso. Un discorso di intelligenza, che purtroppo non si insegna.

E allora, perchè anzichè scrivere una nuova legge in cui si parla di "unione civile", riscrivendo di fatto le conseguenze derivanti dal matrimonio? Perchè non estendere il matrimonio civile alle persone dello stesso sesso?
Perchè scegliere l'unione civile? Perchè non si vuole passare attraverso le fasi della separazione e de divorzio? Perchè non ci sono le pubblicazioni prima del matrimonio ? 
Perchè, se così fosse, non modificare anche su questi punti l'istituto del matrimonio già esistente?
Ci vuole troppo coraggio?!?! 
Strano, perchè mi pareva che qualcuno lo avesse sbandierato a lungo, il suo coraggio, e del menefreghismo, quando si tratta di imporre tasse e balzelli e  tagliare servizi, ha fatto il suo modus operandi.
Davvero c'è qualcuno che pensa seriamente che la differenza, nella vita quotidiana, la faccia l'uso di un termine o di un altro? Che ai nostri figli freghi qualcosa?
Oppure aboliamo il matrimonio civile e parliamo solo di unione civile, come si vuole, senza ingarbugliare e complicare, duplicare e riscrivere tutto.

Si vuole dare "riconoscimento alle coppie di fatto".
Francamente, io non sono d'accordo. 
Vivere in società vuol dire accettarne le regole, anche quando non ci piacciono.
Non si possono cambiare regole per costruirle ad hoc sulle esigenze di ciascuno.
E allora, se la coppia vuole che la sua unione sia riconosciuta dallo Stato e dalla società, si sposa (con matrimonio civile o concordatario, non importa), adeguendosi alle regole di quello Stato.
Se non vuole, non si sposa e nulla deve pretendere.

L'idea di dover godere tutti di diritti, senza sottostare ad alcun obbligo, senza seguire il cammino di regole prestabilito, senza dover render conto a nessuno, solo perchè si convive, più o meno stabilmente, mi sembra la definitiva dimostrazione del livello di egoismo e superficialità a cui siamo giunti.
Tutti vogliono poter decidere della sorte di chi vogliono, subentrare nel contratto di locazione di chicchessia, prendersi permessi per visitare in carcere o assistere chi gli pare.
Però non vogliono dover passare per un Tribunale in caso di separazione o divorzio, nè obbligarsi reciprocamente, nè sentirsi legati.

Perchè un conto sarebbe riconoscere diritti ai conviventi di fatto che non hanno e non potrannno mai possedere i presupposti per contrarre matrimonio civile (estendendo lo stesso anche alle persone dello stesso sesso) - e su questo potrei essere d'accordo e lo sarei senz'altro a un punto di vista morale -  un altro estenderlo a tutti.

Alla fin fine, l'impressione che ne ho io, è che ad essere discriminati siano sempre i soliti: coloro che le leggi le rispettano da sempre, anche quando sono scomode.
Senza contare che nessuno sembra preoccuparsi delle ripercussioni economiche di queste decisioni.
Perchè, nel caso vi sia sfuggito, l'INPS e il SSN non hanno soldi per tutte le pensioni di reversibilità e le prestazioni assistenziali che verrebbero richieste, ad esempio.

Peraltro, in tutto questo, noi avvocati non ci rimetteremo, professionalmente parlando.
Perchè se è vero che per alcuni non serviranno separazione e divorzio, quelle stesse persone si rivolgeranno agli avvocati quando litigheranno per dividersi casa, mobili, conti correnti, pensioni, figli , sfrattare inquilini, comprendere il regime patrimoniale altri ecc., che ci siano unioni di fatto e convivenze regolate o no.
Eppure, io lo trovo assurdo, inutile.

E mi chiedo quando si porra la stessa attenzione ai problemi veri e quotidiani: l'immigrazione, le frontiere, il livello di tassazione, la sicurezza degli edifici pubblici, la burocrazia soffocante, le spese sanitarie sempre più ingenti a carico delle famiglie, la mancanza di asili nido, ecc. ecc. ecc. 





lunedì 11 gennaio 2016

Eleganza, formalismo e incongruenze modaiole

Un giorno una conoscente, il cui nipote esercita la professione di avvocato a Milano, mi aveva riferito che, andando in udienza in un Tribunale della provincia di Torino e in quello della Regione in cui vivo, aveva notato la "mancanza di eleganza" dei legali e dei giudici o, almeno, un "livello di eleganza" inferiore a quello a cui era abituato.
E so che anche altri colleghi e colleghe "di fuori" hanno esternato lo stesso pensiero.
Parallelamente, io stesso e molti miei colleghi, avevamo notato, nei Tribunali delle grandi città, delle "mise" per noi audaci e dei completi alquanto stravaganti, del tipo da rivista di moda, più che da negozio reale.
Ci riflettevo giusto questa mattina, mentre mi muovevo tra i vari uffici giudiziari in mezzo ad una forte nevicata e la neppure rigida temperatura di 0 gradi.
Perché quando nevica o fa freddo, in quel luogo i colleghi, semplicemente, si adeguano, indossando giacche a vento o piumini e stivali o scarpe tecniche, insieme al tailleur o al completo gessato o preferendo pantaloni un po' più sportivi o gonne con collant 50 denari.
D'altro canto, c'è chi scende da vallate innevate per tre mesi all'anno e magari ha dovuto spalare la neve del vialetto prima di partire oppure sa che potrebbe capitare di montare le catene o aiutare qualcuno a farlo, o ancora, semplicemente, e' disposta a barattare l'eleganza, ma meglio sarebbe dire (secondo me) il formalismo, con gambe integre, anziché rischiare una rovinosa scivolata sul ghiaccio.
Perché i gessi, indubbiamente, tanto eleganti non sono.
Anni fa, in Norvegia e Svezia, a dicembre, avevo notato in vetrina tantissimi stivali e scarpe, da uomo e da donna, in cuoio, da abbinare a completi e gonne ma foderati e con delle sorte di mini rampocini (cioè delle punte di ferro) sul tallone. Le usavano in tanti.
Nel teatro di Oslo, dove eravamo andati di pomeriggio a vedere lo Schiaccianoci, c'erano degli spogliatoi con armadietti chiusi a chiave, nel guardaroba, dove il pubblico, prima di entrare a teatro, poteva svestire se' ed i bambini e cambiare le scarpe.
Ho visto madri arrivare con dopo sci e zaini sportivi e uscire dal guardaroba con tacchi alti e borsetta, figlie con tute da sci trasformate in piccole principesse con le ballerine ai piedi. Lo stesso per gli uomini.
Forse il concetto di eleganza viene troppo spesso confuso con quello di formalismo?
Quale è la persona vestita in modo inappropriato, in occasioni simili?
E comunque, spiegatemi come mai se ad indossare maglioncino e pantaloni di velluto e' una persona molto influente o benestante (o anche solo il magistrato), viene guardato con benevolenza o ammirazione, perché capace di stravolgere i formalismi, mentre se è una persona normale, viene considerato "poco elegante"?
Forse in Italia si dà troppa importanza all'apparenza, anziché alla sostanza, per quanto creda anche io che certi abbinamenti non si possano vedere e che come noi, pochi altri sanno vestirsi con altrettanto gusto!
Solo che il gusto e' soggettivo e noi spesso ce ne dimentichiamo e giudichiamo con troppa facilità.
Talmente soggettivo che io, ieri, in un rapido giro di tre negozi di abiti femminili, non ho trovato nulla che mi piacesse e spesso mi chiedo con che coraggio certi colleghi indossino completo rigati che sembrano pigiami del nonno, abitini leopardato con decolte' abbinate e costumi hawaiani.
Salvo poi, nel contempo, ammirarli per la sicurezza di se' che dimostrano e la padronanza con cui li indossano.
Come le donne con tacco 12 sui cubetti di porfido o quella collega che questa mattina, controcorrente, viaggiava con un cappottino nero al ginocchio, sotto la minigonna nera e una maglia scollata, gambe nude e stivali neri, con il tacco alto, i capelli sciolti alla neve.
Ecco, non so cosa non darei per poter uscire così in un giorno come questo e non per piacere o piacermi e sentirmi bene (che poi, alla fine, e' l'unica cosa che conta) ma perché per farlo senza prendersi una bronchite, una tonsillite o almeno un raffreddore, bisogna avere un fisico bestiale!
Voglio dire, io mi vesto in modo invernale (ma senza troppi strati per non sudare) e sto male da un mese!!!
Comunque, donne, chi di voi li usa, illuminatemi: che senso hanno i vestitini invernali in lana, senza maniche, magari con il collo a dolcevita?
O quelli in cotone, sempre senza maniche, magari scollati, ma inequivocabilmente invernali?
Sarò ignorante, ma io non ho capito, come si usano? Con una giacca o maglia aperta sopra, anche dentro gli uffici, dove magari ci sono 20 gradi, tanto per crepare di caldo, peggio che ad agosto?
Oppure senza nulla sopra durante il lavoro, a gelarsi le spalle?Non avete freddo?!?
Soprattutto, però, cosa ci mettete sotto? Perché io, con la lana a pelle, a meno che non siano giusto gli avambracci, passo le ore a grattarmi come una ossessa, manco avessi i pidocchi su tutto il corpo!!!
(Ditemelo, che magari trovo la scusa per comprarmi il vestitino, ovviamente senza maniche e di lana, che ho adocchiato ieri e spiegarlo a mio marito!)
Misteri della moda (e di certi ambienti di lavoro).

venerdì 6 novembre 2015

"Born to Run"

"Born To Run" di Christopher McDougall, ed. Mondadori, serie Strade Blu, pag. 384


Ho letto questo libro grazie alla segnalazione di Drusilla (se non sbaglio) e mi è piaciuto moltissimo.

Non è un manuale sulle tecniche di corsa, anche se contiene dei suggerimenti utilissimi.

Non è un romanzo, perché anche se c'è un preciso filo logico, ci sono molte storie nella storia.
È una biografia, un romanzo, un libro motivazionale, un insieme di racconti ed un trattato di biologia e antropologia, tutto insieme.

È la storia di un personaggio quasi mitologico, Caballo Blanco, di allenatori "illuminati", di una popolazione messicana che vive isolata nei canyons correndo, i Tarahumara, di "pazzi" ultramaratoneti, di grandi uomini e grandi donne, di scoperte scientifiche e filosofiche, di evoluzione della specie umana e di arte della corsa, di gare e lotta per la sopravvivenza in ambienti bellissimi ma anche ostili, di consigli sull'alimentazione e di movimento come scuola di vita.

Il tutto scritto da un giornalista corrispondente di guerra per l'Associated Press e collaboratore di "Men's Health" , spinto ad un viaggio in Messico da infortuni legati alla corsa amatoriale, che passerà da correre tre volte alla settimana pochi km a finire una gara di 80 km in territorio estremo.
Scoprendo il segreto dei grandi corridori e, soprattutto, il segreto di una vita più felice e pacifica.

E niente: dovete leggerlo.

"Un anno dopo gli attacchi dell'11 Settembre la corsa di fondo è diventata improvvisamente lo sport all'aperto in più rapida espansione nel paese. Forse si tratta solo di coincidenze. O forse c'è un grilletto nella psiche umana, una risposta codificata che attiva la nostra prima è più grande abilità di sopravvivenza quando sentiamo che i predatori ci sono alla calcagna. La corsa (prima di avere l'età per cominciare a fare sesso) e' la principale fonte di piacere per i sensi e di sollievo contro lo stress. L'equipaggio mento necessario e il desiderio ci vengono forniti di serie: tutto quello che dobbiamo fare e' lasciarci andare e goderci il viaggio." Pag. 19


"..Come si accende l'interruttore interno che ci ritrasforma nei Corridori Nati che eravamo in passato? Quando dico "in passato" intendo non la storia della nostra specie, ma anche quella della nostra vita individuale. Ricordate quando eravate piccoli e vi urlavano di smetterla di correre, di andare piano? Facevate ogni gioco alla massima velocità, correvate come pazzi calciando le lattine vuote, giocando a nascondino o attaccando gli avamposti nella giungla del cortile del vicino. Metà del divertimento era dovuta al fatto che facevate ogni cosa a un ritmo di record, e con ogni probabilità quello è stato l'ultimo periodo della vostra vita in cui siete stati rimproverati per essere troppo veloci.
Era questi il vero segreto dei Tarahumara: non avevano mai scordato cosa vuol dire amare la corsa. Ricordavano che la corsa e' stata la prima delle belle arti dell'umanità, il nostro atto originario di creazione ispirata. ..." Pag. 127

venerdì 18 settembre 2015

La guerra raccontata da chi la vive.

Questo venerdì, ormai tradizionalmente legato ai libri con l'appuntamento ideato da Paola, vorrei consigliare la storia autobiografica di uno sniper dei SEAL, durante l'operazione Iraqui freedom ed in altri luoghi di guerra.

Non si tratta di un romanzo, ne' di una autobiografia vera e propria e lo stile dell'autore, anzi, dei coautori, non è sempre ineccepibile, tuttavia è un racconto talmente impressionante, vero, sincero e sentito che, a mio parere, merita di essere letto.

È facile parlare di regole di ingaggio, condannare nazioni e forze militari per i propri metodi, processare azioni ed intenzioni, stando comodamente seduti alla scrivania o al tavolo da cucina davanti alla propria cena o sul divano con amici e un bicchiere di vino, in Paesi non coinvolti dalla guerra.
Molto diverso e' combattere davvero per la propria Patria, affrontando la lontananza dalla propria casa e famiglia, per proteggere i cittadini di tutto il mondo.
Questo libro può aiutare a riflettere prima di atteggiarsi a perbenisti o limitarsi a seguire la massa e, certo, anche a criticare ciò che non si condivide, ma con maggiore coscienza e responsabilità delle proprie opinioni.
Tra l'altro, e' impressionante notare come la libertà di opinione ed espressione, negli USA, esista davvero, anche quando si tratta di scelte politiche - militari.

"American sniper" di Chris Kyle, con Jim Defelice e Scott Mcewen, pag. 350, ed. Mondadori

Immagine tratta dal web.


"Si dice che per uccidere il tuo nemico devi prendere le distanze da lui. Se questo è vero, in Iraq i ribelli ci resero le cose molto facili. La storia di quella madre che, incurante della presenza del figlio, tiro' la sicura della granata e' solo uno dei disgustosi episodi di cui sono stato testimone.Combattevano contro fanatici che avevano come unico valore la loro interpretazione distorta della religione. E per la metà del tempo si limitavano a sbandierare quanto fosse importante per loro la religione: la maggior parte di loro non pregava nemmeno. E moltissimi si drogavano per combatterci. Molti ribelli erano codardi, abituati ad assumere droghe per farsi coraggio. senza quelle sostanze, erano delle nullità. da qualche parte conservo un video in cui si vedono padre e figlia in una casa che stavamo perquisendo. i due si trovavano al pianoterra e, per qualche ragione, al piano di sopra scoppio una granata flash- bang.Nel video si vede il padre nascondersi dietro la ragazzina: temendo di restare ucciso, era pronto a sacrificare la figlia per salvarsi." Pag. 88

Dal libro e' stato tratto anche un film, molto bene fatto, crudo ma accurato e toccante. Io personalmente consiglio di vederlo.

"Nel frattempo, i pezzi grossi si beccavano promozioni e pacche sulle spalle per la parte che avevano avuto nella guerra. La gloria era tutta loro. Una gloria del cazzo. Una gloria del cazzo per una guerra che non avevano combattuto e per l'atteggiamento da codardi che avevano assunto. Una codardia che aveva sacrificato vite che avremmo potuto salvare, se solo ci avessero lasciato fare il nostro lavoro. ma questa è la politica: un mucchio di imbroglioni comodamente seduti al caldo che si scambiano congratulazioni a vicenda, mentre gente in carne e ossa ci lascia la pelle." Pag. 94 

Mi sembra di vedere i leader europei, tutti, pontificare, mentre la gente affoga, le forze dell'ordine lavorano senza sosta per recuperarli, i volontari fanno il possibile, i cittadini accumulano malcontento, a ragione, e i soliti noti si arricchiscono.

Chris Kyle e' stato ucciso nel 2013, a 39 anni, da uno dei veterani mentalmente disturbati che, da quando era tornato in PatrIa, cercava di aiutare.

Al suo funerale ed al passaggio del feretro, migliaia di persone si sono riversate in strada per rendergli omaggio. Il suo assassino e' stato condannato all'ergastolo.

"Quando qualcuno mi chiede in che modo la guerra mi ha cambiato, gli rispondo che il cambiamento più grosso riguarda il mio modo di guardare le cose. Avete presente tutte quelle banalità da cui vi fate stressate ogni santo giorno? Ecco: di quelle, non me ne frega più un cazzo. Invece di lasciarvi rovinare la giornata o addirittura la vita da questi problemino di poco conto, pensate che ci sono cose ben più gravi e ben più brutte che vi potrebbero capitare. Io le ho viste. Anzi: le ho vissute." Pag. 350

Se lo avete letto o avete visto il film, mi fate sapere cosa ne pensate? Sono curiosa!