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giovedì 8 novembre 2018

Culla n. 7

Culla n. 7

La tua, quando sei nato. 3290 gr per 51 cm, una tutina taglia 0 color perla e un cappellino di cotone in testa.
Prima a righe verdi, bianche e azzurre, poi, quando ti hanno riportato in camera dopo il bagnetto, rosa e con la scritta “Born in 2011”.

Ti ricordo così, nei nostri primi momenti insieme.
Ti ricordo accoccolato come un ragnetto a me, pancia contro pancia, la tua testolina con il cappellino sul mio petto, pelle a pelle sotto una coperta ruvida come quelle dei rifugi o delle caserme, in una stanza in penombra accanto alla sala parto. E io incredula che ti guardavo e non ci credevo.

Ti sei pesato, l’altro ieri, e il nonno, come ogni anno, oggi ti misurerà, aggiungendo una tacca al muro.

I numeri sono così importanti, quando si parla di bambini.

Culla n. 7.

7 , come gli anni che compi oggi.

E come sette anni fa, io ti guardo dormire, con i tuoi boccoli biondi sparsi sul cuscino, la bocca un po’ aperta, il nasino a patata e la pelle del viso ancora così morbida, e sono incredula.

Perché è difficile credere di essere in parte artefice di tanta meraviglia. Perché è difficile immaginare che l’amore possa continuare ad espandersi ed aumentare, quando già mi sembra di scoppiare d’amore per te.  
Eppure succede.
Perché è difficile accettare che lo scorrere del tempo sembri a volte così monotono e faticoso e tiranno, giorno dopo giorno, e poi accorgersi che è passato in un lampo, trascinando nella sua corsa la tua crescita, con una scia di ricordi e un po'  di malinconia.

Non sono una madre perfetta. 
Non sono proprio la madre che vorrei essere.
Non sono forse la madre che meriteresti.

Quel che è certo, però, è che tu per me sei il figlio perfetto, 
proprio il figlio che avrei voluto avere, quello che forse non merito.

Sì anche quando ti sgrido e rimprovero e perdo la pazienza.
Perché sono umana e molto stanca ma il mio amore per te è sovra umano e di stanchezza non ne conosce.
E questo non devi dimenticarlo mai.

Culla n. 7

7, come gli anni che compi oggi,
7, come il mio numero preferito.

Auguri, bimbo mio.
Auguri a te, che ogni giorno cambi e sei più autonomo, eppure chiedi, ancora e sempre, coccole, baci e abbracci;
auguri a te, che hai la camera piena di giochi, dal Lego alle macchinine, alle spade di legno, ai giochi di società, eppure non perdi occasione per salire sul cavalcabile dei tuoi fratelli, infilarti nel tunnel di stoffa dell’Ikea o giocare con la mini palla dei piccoli, perché piccolo lo sei ancora anche tu, nonostante ormai tu sia un fratello maggiore e, vicino ai gemelli, tu possa sembrarmi già grande;
auguri a te, che un momento fai ragionamenti da adulto e domande che dimostrano maturità ed un altro piagnucoli come un neonato stanco o agisci senza pensare alle conseguenze, come tutti i bambini, come sei anche tu;
auguri a te, che sei il mio consulente di immagine e scegli con cura come vestirti ogni giorno ma che, giustamente, hai uno stile tutto tuo.
A te, che vorresti riavere la mamma ed il papà tutti per te e reclami attenzioni, eppure non dimentichi mai di salutare con un bacino i tuoi fratellini al nido, di coccolarli appena svegli, di salutarli con il sorriso all'uscita da scuola, di tenerli per mano al primo accenno di pericolo e di augurare loro la buonanotte, abbracciandoli stretti a te.

Auguri, bimbo mio.
Cresci, cambia, diventa chi vuoi essere.
Però, per favore, rimani anche, almeno un po' , come sei ora!


giovedì 4 ottobre 2018

Festa dei nonni: ricordando i miei

Ho letto su Wikipedia (sommo detentore della verità per chi ha fretta), che il fiore simbolo della festa dei nonni è il "Non ti scordar di me" (tra l'altro il mio fiore preferito), e che questa ricorrenza è nata in America ed è stata introdotta in Italia nel 2005, fissandola al 2 Ottobre, per celebrare l'importanza dei nonni nella famiglia e nella società in generale.

Foto dal web
Ora, io a queste feste credo poco.
Soprattutto se promosse da uno Stato come il nostro, che tenta di addossare ai nonni prestazioni di assistenza che sarebbe il primo a dover garantire, a giudicar dai testi di legge, dalle intenzioni dei politici e dal livello di tassazione che ci è imposta.
Molto ci sarebbe da scrivere, sul valore e sulla funzione dei nonni, sull'importanza del legame nonni - nipoti, sulle mie speranze quando guardo i miei figli e in merito al mio futuro ...ma non importa.

Oggi (sì, lo so, con due giorni di ritardo) ho deciso di concedermi il tempo di pensare con calma, almeno per un pò, ai miei nonni ed a quello che hanno significato per me.

Di nonni ne ho avuti, di fatto, solo due. E nessun nonno bis.
I miei nonni paterni, infatti, sono mancati entrambi giovani, quando ero ancora molto piccola.
Ho un solo ricordo della nonna, forse costruito attraverso racconti familiari, più che registrato personalmente, e poche fotografie.
Non è che fossero poco presenti, è solo che la loro vita è terminata troppo presto, rispetto a quando è cominciata la mia.
Io, però, sono qui anche grazie a loro.

Ho avuto la fortuna di nonni materni eccezionali.
Mio nonno se ne è andato ormai da anni, ancora giovane, per colpa di una malattia bastarda che mi ha tolto quel poco di fede che nutrivo, ma c'è stato.
C'era, quando sono nata.
C'era, quando ho imparato a camminare,ad andare in bicicletta, quando ho preso la varicella al mio primo Natale, quando ho imparato a parlare.
C'era, soprattutto, all'uscita da scuola, per portarmi agli allenamenti di scherma ed in piscina, ad accogliermi sulla soglia a casa, a farmi compagnia quando i miei uscivano, per venirmi a prendere da amichetti, per portarmi in montagna o in campagna, per regalarmi fiori e lasciarmi fare danni nel suo orto.
C'erano i pomodori maturi, le fragoline selvatiche, le violette che mi portava.
C'era ai pranzi in famiglia del weekend, nelle ricorrenze ma anche praticamente tutti i giorni d'estate, per molti anni.
Mi ha insegnato moltissimo, mi ha aiutato tantissimo.
Eravamo molto diversi ma anche molto legati, come scrivevo ormai quattro anni fa, ricordandolo in questo piccolo spazio mio.
C'è ancora, nei miei ricordi, gesti, pensieri.
C'è, in me.

Mia nonna è una donna forte di carattere, che ha affrontato a testa alta molte difficoltà e dolori, molti lutti prematuri.
E' estremamente sensibile, un pò permalosa, molto dolce con nipotini e bis nipoti, sempre disponibile.
Lei è un pò il mio faro, il mio esempio e modello.
Non si ferma mai, non smette mai di fare, creare, rassettare, muoversi, esserci.
E io penso sempre a quanto tempo in più vorrei trascorrere con lei.
Ora ha occhi solo per i bis nipoti (cinque!) e, forse, è giusto così.
Lei c'era quando c'era mio nonno e ha avuto la fortuna di festeggiare con lei anche la patente, la maturità, la laurea triennale e quella specialistica, nonchè l'esame di abilitazione.
Lei ha tenuto in braccio il mio primogenito appena nato, subito dopo il papà e mia madre.
Lei ha tenuto in braccio la mia principessa appena nata, subito dopo il papà e mia madre.
Spesso, in occasione di compleanni e festività, accompagna i suoi regali con bigliettini meravigliosi, pieni del suo amore e della sua tenerezza.
Lei è colei che mi ha insegnato a fare a maglia (anche se l'allieva non è molto diligente, nonnina!), le basi dell'uncinetto (che però non è tanto nelle mie corde) ed il punto croce, che è rimasto una mia passione.
Lei stira in modo che i vestiti sembrino nuovi di zecca.
Lei legge talmente tanto da far impazzire la bibliotecaria, secondo me!!!

Un giorno mio fratello minore mi ha detto: "Tu e F. siete più fortunati di me. Voi avete vissuto più momenti accanto al nonno, avete costruito più ricordi di quanto ho potuto fare io."

E' vero e non dovremmo dimenticarci mai che l'affetto delle persone che amiamo, il tempo che trascorriamo con loro, è quanto di più prezioso ci sia nella vita.

Grazie nonni.
E grazie mamma, meravigliosa nonna per i miei bambini.


martedì 3 ottobre 2017

Ritrovarsi. 25 anni dopo.


Sono passati 25 anni.
25 anni da quando sedevamo in quei banchi bianchi, disposti a ferro di cavallo in un aula grande, la più grande della scuola, e super attrezzata.
25 anni dalla visione delle puntate dei documentari, dalle lezioni di programmazione con il linguaggio basico, dallo yoga nell’ora di religione, dalle spiegazioni sul corpo umano con il modellino gigante, dalle piantine sui banchi per insegnarci a prenderci cura di qualcuno o qualcosa, dal giradischi durante il pranzo, dagli intervalli lunghissimi per godere della natura, con il sole ma anche con la neve e la pioggia.

Eravamo tanti e diversi ma con due maestri molto speciali.
Due persone appassionate e piene di interessi, che hanno saputo trasmettere a tutti noi energia, curiosità, determinazione.
Che ci hanno tenuti uniti giorno per giorno.
Che ci hanno spronato a coltivare i nostri sogni.
Che ci hanno dato tempo e spazi, rispettando ognuno di noi e senza mai forzarci.
Che ci hanno dato fiducia.
Che hanno trasformato una realtà scolastica in una esperienza di crescita personale.

Perché non può essere un caso se dopo 25 anni ci siamo trovati in buon numero intorno ad un tavolo, a ridere, ricordare e raccontarci rispondendo alle domande della maestra (del tipo: “ sei soddisfatto della tua vita?”, mica roba scontata e con il richiamo perentorio a fare silenzio e ascoltare gli altri, mostrando quel rispetto e quella empatia che lei ha sempre considerato più importante di qualunque regola ortografica), scoprendo poi che per tutti quel ciclo scolastico era stato il migliore e che i semi piantati tanti anni fa, in modo lieve e inconsapevole erano germogliati nelle nostre scelte di adulti e nelle nostre passioni.
Dal nuoto, il rugby e lo sci di fondo, alla musica, dallo yoga e alle tecniche di respirazione alla scrittura, dalla valorizzazione dell’amicizia ai legami familiari.

E, pur nei diversi percorsi e nella lontananza geografica a cui la vita ci ha condotti, con qualche ruga e capello bianco (o senza più capelli!) ma in fondo sempre gli stessi, un po' ci siamo ritrovati.

Soprattutto, però, abbiamo ritrovato i noi stessi bambini e loro, C. e M., i maestri che hanno così positivamente influenzato la nostra vita.
Ora, con questa consapevolezza, se potessi viaggiare nel tempo, cercherei di fissare nella memoria ancora più particolari, perché quanto siano preziosi certi momenti, spesso lo scopri solo vivendo e lasciando sedimentare.

Al mio ricciolino ed a I., che hanno da poco iniziato la primaria con uguale entusiasmo, anche se purtroppo non insieme, auguro fra 25 anni di poter raccontare lo stesso delle loro rispettive classi e insegnanti!

P.s. Quanto a te, amica mia che mi leggi e che c’eri, accanto a me, noi non ci siamo mai perse, solo distratte un attimino, tra studi, matrimoni e maternità, proprio come i nostri maestri raccontavano che è successo a loro.




lunedì 8 maggio 2017

Il flusso dei ricordi



Domenica.
Colazione insieme, poi doccia e crema, mentre Lui corre ad aiutare una cugina con lavori edili.
Perché Lui ha quella  la generosità d'animo che fa anteporre ai propri bisogno, alle proprie urgenze, le richieste altrui. Anche se questo vuol dire ritardare i lavori della nostra, di casa, quando di tempo già non ce n'è. Lui è una di quelle persone che credono che prima o poi tutto il bene che fai torni indietro, dagli stessi o da altri, non importa. E anche se qualche volta sbuffo e protesto per il tempo e le attenzioni sottratte a noi, alla sua famiglia, e perché vedo il suo grado di stanchezza, la verità è  che amo questo aspetto di Lui.

 Io, leggings neri, calze bianche e la stessa camicia ampia a scacchi di lana di quando avevo 13 anni ed andavano di moda, 
Io, seduta su uno scalino, affronto scatoloni.

Taglio, apro. E tornano i ricordi.
Le prime settimane durissime, di straniamento, sonno, incredulità, paura. La fatica di adattarsi ai ritmo, il peso della responsabilità, quel sentirsi prigionieri dei bisogni di una creatura tanto piccola quanto tirannica nelle sue necessità. 
La casa invasa da parenti e amici, il sollievo di parlare con adulti e contemporaneamente la stanchezza di non poterli mettere alla porta per dormire almeno un po'. 
Il silenzio dei giorni di inverno sola, tra pioggia, freddo, cielo plumbeo, un paese che ancora non avevo mai vissuto veramente e mi appariva estraneo, il pensiero del lavoro accantonato, l'attesa della sera e del suo rientro.

E poi le tutine profumate di bucato, stese in fila ad asciugare come soldatini di pace, i colori pastello, le creme morbide e profumate, l'odore della sua pelle, l'emozione del primo bagnetto, i pugnetti chiusi e il facciano rilassato immerso nel sonno. 
Il sospiro soddisfatto dopo la poppata, i sorrisi, le faccette buffe ed i gorgheggi, la lallazione e i primi tentativi di di mettersi a carponi, la testolina ciondolante, gli occhioni aperti sul mondo, la manina dalle unghie sempre lunghe che stringe forte la mia, così ruvida e sgraziata al confronto.
L'amore, che ti assale come un'onda e ti fa quasi piangere di commozione, al solo guardarlo.

Mentre cerco e recupero biberon, ciucci, bodies primi mesi, riduttori e fasciatoio,
mentre il ricciolino di là dorme ancora, con gli stessi pugnetti chiusi e lo stesso faccino sognante, solo con una cascata di riccioli biondi sul cuscino in più,
mentre fuori piove, ancora, in questa primavera che somiglia all'autunno,
io mi immergo nei ricordi e mi domando come sarà, se sarò in grado, se ce la faremo.

Perché loro, Lei e Lui, saranno un Lei e Lui diversi, persone differenti dal fratello, da conoscere, amare e crescere. 
Perché Lui e Lei saranno Lui e Lei, due, in contemporanea. 
Perché ci sarà il ricciolino, ancora così piccolo ma nello stesso tempo già così grande.
Perché non ci sarà Lui grande da aspettare tutte le sere, in soccorso tutte le notti. 
In compenso, ci sarà un trasloco, un paese nuovo, un altro ciclo scolastico da iniziare, il lavoro da sperare e ritmi da riscrivere.

E io sono qui, che apro e chiudo scatole, con indosso gli stessi vestiti della tredicenne che ero ma con capelli bianchi che fanno capolino e nuove rughe sulla pelle e nella testa.
Ho paura, eppure non vedo l'ora.



mercoledì 20 luglio 2016

ORGOGLIO (e tanti ricordi)

Ieri è stata una giornata importante per la mia famiglia.
Una giornata che ci ha regalato gioia e orgoglio.

Ieri il mio fratellino si è laureato.

Ed è stato, semplicemente, orgoglio e felicità per la sua emozione, la sua gioia, il suo sollievo.



Nell'elegante scenario del Castello del Valentino di Torino, in un'aula moderna in cui si è respirata prima tensione e poi euforia, io, i miei genitori, mia nonna, mio fratello, le mie nipotine e, naturalmente, il ricciolino biondo, abbiamo ascoltato la discussione della sua tesi e, soprattutto, sorriso felici alla proclamazione!


E dopo, mentre scattavamo foto e festeggiava con noi ed i suoi amici, ho fatto un tuffo nei ricordi, ripensando ad un giorno di 10 anni fa, autunnale anzichè estivo, in un'altra aula, in un'altra facoltà, con la stessa tensione ed emozione, quando ad esporre ero io.
E poi ancora indietro, a 12 anni fa quando, due anni esatti dalla successiva (nella stessa data in cui, guarda caso, ho superato anche l'esame di Stato e che mi avevamo indicato come DPP), ho conseguito la laurea di primo livello e ancora prima, quando a discutere la sua tesi è stato mio fratello maggiore.
Ho pensato a mia nonna, che penso mai avrebbe immaginato di vedere laurearsi sua figlia e tutti e tre i suoi nipoti.
Ho pensato ai sacrifici economici suoi e dei miei genitori, ho pensato alla fatica di noi studenti, tra libri, esami, burocrazia e viaggi infiniti dalla provincia "alla città".
Ho pensato che questo "pezzo di carta" che chiamano diploma di laurea, anche quando non serve a trovare il lavoro dei sogni, o non serve a trovare UN lavoro qualunque, è comunque una conquista che ti resta dentro.
Una soddisfazione grande, che ti porti dietro.
E tutto il cammino che ti ha condotto ad ottenerlo, merita rispetto e aiuta a crescere.

Quindi, fratello, che ancora non sai cosa vorresti fare "da grande" e se e quando questo diploma ti sarà "utile" economicamente e lavorativamente parlando, sappi che ieri è stato uno di quei giorni che ricorderai per sempre e noi con te.


E già che c'ero, io ieri ho sognato, in grande.



giovedì 8 ottobre 2015

I ricordi, emozionanti sui nostri figli


Io sono una maniaca delle foto e, da quando ci sei tu, mio ricciolino biondo, ancora di più.
Tu lo sai, a volte ti presti, altre scappi o protesti, stufo della mia macchina fotografica.
Così oggi, a letto con le placche in gola e la febbre, sfoglio e risfoglio gli album di foto, i foto libri e tutte le migliaia di foto che ho stampato, in questi tuoi primi quasi quattro anni di vita.
Sei entrato nei miei pensieri e nei miei ricordi ancora prima di nascere, quando eri poco più che un ammasso di cellule e ti chiamavo fagiolino.
Ricordo quando ho annunciato la mia gravidanza ai nonni, i miei genitori, ed alla nonna bis: eravamo in cucina, a casa loro ed io ero in procinto di partire per andare a Roma a sostenere l'esame da Notaio.
Ricordo l'annuncio a mio fratello ed a mia cognata, il viaggio a Roma, il terrore che i metal detector e lo stress da esame potessero danneggiarti, tu che eri solo da cinque settimane dentro di me e ancora fuori non si vedeva e non lo sapeva nessuno.
Ricordo le nausee, i mal di schiena, la prima volta che io ed il tuo papà abbiamo sentito il tuo cuoricino battere veloce.

Ti ho strapazzato non poco, in pancia. Ho continuato a nuotare tre volte a settimana, anche quattro, fino alla 39 settimana, sono andata in udienza persino il giorno della fatidica "scadenza", ho fatto 500 km ad andare e 500 a tornare per un funerale in famiglia e pochi di meno per partecipare ad un matrimonio, alla trentottesima settimana.
Eppure tu stavi comodo, visto che hai aspettato 15 giorni dalla scadenza per nascere.
Ricordo il calore del tuo corpo sul mio, la stanchezza e l'incredulità di quando sei nato, la mia preoccupazione che fossi "tutto intero", che mi ha fatto dimenticare anche di chiedere se eri maschio o femmina, perché noi non avevamo voluto saperlo.
Ricordo la prima volta che ho cercato di cambiarti, insieme a mia madre, tu con la tua tutina grigia morbida ed un berretto di cotone rosa, perché quello azzurro lo avevano sporcato facendoti il bagnetto.
Ricordo le notti angosciose in ospedale, quando non sapevo cosa fare di te, per te, volevo solo
dormire e sentirti sereno, accanto a me, e invece camminavo con te urlante per i corridoi, cercando di capire come nutrirti, come calmarti.
Ricordo quando ho scritto il tuo nome per la prima volta, sul modulo per la denuncia della nascita, al primo piano dell'ospedale.
Ricordo il tuo colorito giallognolo per l'ittero, la tua testolina pelata fino ai 18 mesi, il tuo primo bagnetto, la tua prima volta in piscina, a 5 mesi, e la tua prima passeggiata in montagna sul porte- enfante, sempre a 5 mesi. Ricordo la bronchiolite a quattro mesi, L'antibiotico e l'aereosol, i pianti disperati delle prime settimane, quando il mio latte non bastava mai e tu avevi fame, fame da morire, mentre tutti ci dicevano che erano coliche.
E quando alla fine ho ceduto alle "aggiunte" e da un giorno all'altro, sei rinato: niente più ittero, niente più pianti disperati ad ogni ora, niente più perdite di peso. Ricordo il mio senso di colpa misto a sollievo.
Ricordo il tuo primo Natale, con la tutina ed il cappellino rosso, in braccio al prozio ed alle nonne bis, commossi.
Ricordo il tuo primo compleanno, la prima volta che ti sei tirato in piedi, aggrappandoti alla testiera del nostro letto, a nove mesi e quando hai iniziato a camminare, a 10 mesi, senza mai gattonare prima.
Ricordo l'orgoglio di guardarti crescere, di vederti forte e sano, di portarti in giro, per mano.
Il tuo primo viaggio in aereo, la prima volta al mare, la prima nevicata, il primo sorriso, le prime parole ed il primo omogeneizzato, ma anche la prima volta in bici, la prima giornata di asilo nido, la prima volta che hai dormito dalla nonna, la prima volta sugli sci, le serate in palestra di arrampicata, la prima giornata alla scuola dell'infanzia ecc. ecc. ecc.
Perché, con te, ogni prima volta e' un ricordo prezioso che mi è rimasto dentro.
Ma non basta.
Nel mio cuore ci sono una multitudine di altre immagini, istantanei di momenti con te che ho avuto la fortuna di vivere, gesti che so essere tuoi, espressioni buffe, pianti, modi di muoverti e parlare che non dimenticherò mai, sensazioni che non si possono spiegare ed emozioni di mamma che solo un altro genitore può capire.
E basta una foto, il suono di un carillon, il colore di un vestito, un odore, a risvegliare istantaneamente la mia mente ed il mio cuore, facendomi pensare a te e ringraziare la vita.
Perché tu esisti.

Con questo post, dico la mia sul tema del mese delle Stormoms, #Ricordidimamma.Trovate qui tutte le informazioni per fare altrettanto e scambiare ricordi!


lunedì 10 agosto 2015

Oggi come allora, sul sentiero dei ricordi.

Le prime volte che ci sono stata ero una bambina piccola.
Vi ho trascorso intere settimane d'estate, anno dopo anno, con il mio fratellone e due o tre amici, sia "vacanzieri" sia "del posto".
Costruivamo dighe di sassi nelle guie, per poi farci il bagno, facevamo pic - nic sul roccione, quello piatto piatto lungo lungo che facevamo a gara a trovare, giocavamo a carte stesi su una coperta, saltavamo da una roccia all'altra, spesso a torso nudo e, ovviamente, scalzi.
La nonna, a sorvegliarci, leggere e giocare con noi.

A volte ci andavamo a piedi, la lunga strada stretta tutta curve che ci pareva un viaggio nel viaggio, le rarissime auto a cui fare attenzione, gli scherzi ed i giochi.
Altre era il nonno a portarci o a riportarci indietro, andando o tornando da una giornata di pesca, su e giù per il torrente.

C'erano occasioni in cui si saliva anche per i sentieri, oppure momenti di freddo, fame o temporale che ci spingevano a trovare riparo del baretto della frazione, con i giochi di legno (la trottola!) e le torte sempre buonissime. O il gelato. Aspettando il ritorno del nonno e, quindi, il rientro in auto.

Alcuni giorni si saliva un pò sul sentiero, fino ad arrivare, con il nonno, alla grande cascata con la guia profonda.
Ci sono foto di me, mio fratello maggiore e mio nonno alla cascata, altre più recenti di me, mio fratello maggiore e pure il mio fratellino, sempre con il nonno, alla cascata.
E poi c'è la foto di quando ci sono tornata con il mio ragazzo, quello che ora è mio marito.
Non ho foto di quando, l'ultima volta, la cascata con il roccione in pratica non c'era più, devastata dall'ennesima strada poderale.

Eppure la frazione è rimasta la stessa e la rete dei sentieri, i borghi, il bar, il torrente, le guie e il roccione piatto, ci sono ancora.
E rivederli, questa volta con mio figlio, mio marito e mia madre, è stata pura emozione.

Pensando a te, nonnino.

Il ponte di pietra di Fondo, Traversella (TO), Valchiusella, quasi casa tua.



Salendo verso Tallorno, dove la tua famiglia aveva un alpeggio.



E poi arrivare a Tallorno, fare un pic nic con un amichetto del centro estivo del ricciolino, incontrato per caso, scoprendo che ha genitori simpatici ed una sorellina adorabile.




guardando le mucche..

Fermarsi a cercare di indovinare qual era il tuo alpeggio, girare per il borgo, in gran parte ristrutturato 

E poi fare il bagno nel torrente, ancora.
































Tornare indietro e al bivio, lasciar rientrare nonna e nipote per la comoda mulattiera e salire io e lui, quasi di corsa, lungo il Sentiero dei Mufloni (segnavia n. 13) alla Pera diij Cros



Un luogo dove si respira l'immenso del cielo, l'anima della montagna, a picco sul vuoto.

Infatti, ci sono 136 incisioni, tra cui tre coppelle, 12 figure cruciformi, 57 figure antropomorfe preistoriche oltre a 35 segni non classificabili.

E meditare un pò.


Non c'è luogo migliore per lo yoga.

Poi di nuovo giù, di corsa davvero, fino a Fondo, al gelato nello stesso bar, lasciando che i ricordi si sovrappongano, con un velo di dolce malinconia.



Correre con il vento, sentendosi volare (anche se probabilmente a sguardo esterno è tutt'altro= e pensare che forse la corsa in montagna mi è più congeniale di quella su strada...se solo si potesse fare unicamente in discesa!!!

























 E il giorno dopo, risvegliarsi con un male ai muscoli delle cosce che mai nessuna corsa 
sull'asfalto.




I ricordi felici della nostra infanzia ce li portiamo nel cuore, non intaccati dal tempo. Se poi si associano a luoghi bellissimi che hanno conservato, almeno in gran parte, il loro fascino, allora è magia.

venerdì 3 ottobre 2014

"La casa nel bosco" e "Yoga per mamma e bambino"

"La casa nel bosco" di Gianrico e Francesco Carofiglio, ed. Rizzoli, pag. 185
Due fratelli, i due autori, si trovano costretti a sgomberare la casa dove, per tutta la loro infanzia, trascorrevano i mesi estivi con i genitori.
Ormai la vendita e' conclusa e la questione non è più rimandabile.
L' incombente costituisce l'occasione per stare un po' insieme, per ricordare tanti episodi apparentemente banali di una infanzia comune, resi però unici dal fatto di essere i ricordi della LORO infanzia.
E forse, alla fine, sarà anche l'occasione per conoscersi/ riscoprirsi, trovando di nuovo quella intimità e quel legame che li aveva legati da bambini.
Una narrazione a due voci tutta incentrata sui dialoghi, che smuove i ricordi di ciascuno di noi, con frequenti richiami agli odori ed ai sapori della terra dei protagonisti.
Il cibo, infatti, fa un po' da filo conduttore della narrazione, tanto che il romanzo si conclude con le ricette, appartenenti alla tradizione popolare o familiare dei protagonisti, di "sette primi piatti per sette giorni".
Un libro breve, che si legge in fretta e che, in qualche modo, lascia qualcosa, forse soltanto per la sua forza evocativa di ricordi personali, anche se non l'ho trovato all'altezza della serie dell'Avvocato Guerrieri ne' de "Il bordo vertiginoso delle cose", di cui avevo già parlato.
Insomma, consigliato solo se non nutrite grandi aspettative o vi serve un pretesto per un tuffo nostalgico nell'estate della vostra infanzia.
****
"Yoga per mamma e bambino" di Francois B. Freedman, ed. Il castello
Per restare in tema con il post di ieri , torno a parlare di yoga.
Anzi, di libri sullo yoga che consentono a noi mamme di coinvolgere anche i nostri bimbi, trasformando lo yoga in una occasione per stare insieme, stare bene e divertirsi.
Dopo il libro Illustrato di qualche tempo fa, Yoganimo , ho scovato in biblioteca questo "manuale", adatto sia ai bimbi piccolissimi (per aiutare le loro mamme a rilassarmi e ritrovare elasticità), sia ai più grandicelli (secondo me, anche oltre i tre anni indicati), con posizioni più complesse e impegnative (ma sempre a portata di bimbo).


Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Home Made Mamma


mercoledì 11 giugno 2014

#parto da qui. Praticamente, la gestazione di un elefante.

Sei nato a 41 settimane + 5, praticamente la gestazione di un elefante. Gli ultimi giorni sono stati stancanti, tra un monitoraggio infinito e l'altro. Era un mese che non dormivo più di 5 ore per notte, per l'ansia, per il mal di schiena.
Tu nulla, ti facevi beffe di noi e della nostra voglia di sapere, di conoscerti, di scoprire se eri una fagiolina o un fagiolino.
Finalmente, alle 23.30 del 7 novembre, quando mi ero appena addormentata, si sono rotte le acque. E io che temevo di non accorgermene!!
Doccia, vestizione e via in ospedale, come insegnato al corso preparto. Ricovero in tutta tranquillità, in assenza di contrazioni (anche quelle preparatorie, del resto, erano state rare e quasi inesistenti).
Ci informano che c'è ancora tanto liquido e se non partirà da solo mi indurranno il parto solo in serata. Il tuo papà torna a casa a riposare, io resto a rigirarmi nel letto di un rumoroso ospedale.
Verso le sette del mattino, la prima contrazione, non troppo forte.
Mezz'ora dopo,un'altra. Aumentano di intensità e frequenza ma senza fretta. Chiamo il tuo papà, che si presenta verso le 10 e vaga per il reparto maternità per un bel momento senza trovarmi, perchè io, intanto, mi sono rifugiata sotto la doccia da almeno un'ora, mentre qualcuno passa ogni tanto a controllare se sto bene e portarmi asciugamani puliti.
Alle 11.30 vado in sala monitoraggio perchè ora le contrazioni si succedono quasi senza posa: si inziza a fare sul serio.
Dopo un pò chiedo l'epidurale.Risposta: "E' troppo presto!"
La richiedo dopo mezz'ora: "Oh, no, è troppo tardi, ormai è dilatata!"
Poco dopo sento che devo spingere. Via, sala parto.
Tutto bene finchè, di colpo, l'ostetrica si zittisce e dice all'infermiera di chiamare subito il medico. Passa un attimo e richiama, più agitata.Ha cambiato voce.La sento dire che non c'è più battito. Oppure lo spiega al tuo papà o lo dice al telefono, non so. So solo che si ferma tutto, anche le contrazioni.
Poi le mani del tuo papà spostano la cintura per il monitoraggio, trafficano sul pancione...il battito torna. Mi fanno un nodo stretto, il medico arriva tutto bardato, ci guarda e se ne va. Operazione scongiurata. Per fortuna c'è il tuo papà.
Peccato solo che io non senta più nulla, per lo spavento. Alla fine, non so come, si riprende e all'01.50 p.m., finalmente, nasci tu.
L'ostetrica ti porta subito nella stanza a fianco per il ceck up: non ricordo di averti sentito piangere, so solo che chiedo all'ostetrica: "E' intero, ha tutto?" Lei sorride e mi rassicura.
Io sono sfinita dalla fame e dal sonno, il tuo papà ha una faccia stravolta, tu sembri un ranocchietto e mi accorgo di non aver chiesto se sei maschio o femmina, me lo dice il tuo papà.Non mi capacito: sei uscito da me, davvero?
Ci lasciano in una stanza vuota, sul letto, tu nudo ma con il cappellino di cotone a righe azzurre e verdi acqua, sul mio petto, con una coperta di lana sopra.Ho freddo e sonno.
Ti guardo, tu mi guardi, con gli occhi spalancati.
Incredulità totale.
Mi madre poi, mi dirà che gli sono sembrata di colpo piccola e indifesa, tornata bambina.E così mi sono sentita.
Alla fine ci addormentiamo, mentre il tuo papà e la nonna ci vegliano a turno.
Dopo ore tranquille, vengono a prenderti e vai con il papà a fare il bagnetto. Torni vestito, con la tutina più piccola, quella che ti hanno regalato gli zii, grigia e beige, ed il cappellino di cotone rosa, con scritto "Born in 2011". L'infermiera ha insistito per mettertene uno pulito e ti è toccato quello di riserva.
Ti presenti al mondo così.

Mamma Avvocato

Con questo racconto (in versione "non sintetica"), partecipo alla bellissima iniziativa di FrancescaGabMaria Elena: Parto da qui !
Se volete partecipare anche voi, affrettatevi, avete tempo fino a domenica!!


lunedì 21 aprile 2014

Una violetta in carta di giornale

Un anno dopo, il 20 aprile, ti scrissi una poesia.
Per ricordare, per sfogarmi, per affogare le lacrime.
Non fu l'unica, ma fu l'ultima.
Tante ne avevo scritte, nei mesi passati, come se mettere nero su bianco il dolore, come se cercare con cura le parole, potesse aiutare. Standoti vicino, in quei giorni, ho capito che non esiste un dio o, se esiste, e' sordo al nostro dolore e non ci possiamo fare affidamento.
Sono passati 16 anni ormai e il tempo che ho passato con te e' uguale a quello che ho passato senza di te.
Eppure non devo fare alcuno sforzo per rivederti, per ricordarti, e' come se fossi ancora qui, con me, ad aspettarmi fuori da scuola, in macchina, con un mazzetto di violette selvatiche in carta di giornale, perché rimangano fresche, vive.
Sei sempre stato presente, parco di parole ma ricco di gesti affettuosi, integro, onesto e pratico.
Eravamo così diversi, eppure così vicini, io che amavo leggere e studiare, tu che amavi la terra ed i lavori manuali, io che parlavo sempre, tu che mi insegnavi il valore del silenzio e dell'ascolto.
E forse non è un caso che io mi sia innamorata dell'Alpmarito, per molti aspetti simile a te, secondo me.
Avrei voluto che mi vedessi prendere la patente, avrei voluto che mi vedessi dopo la maturità ed alla laurea.
Che mi vedessi diventare avvocato, che fossi presente al mio matrimonio, che conoscessi questo tuo nipotino che porta il tuo stesso nome, non per tradizione ma perché lo sai, il tuo nome mi è sempre piaciuto, anche se a te non piaceva affatto.
Avrei voluto che mi vedessi in quei momenti, felice, perché solo questo ti importava, non i titoli di studio, le medaglie o i riconoscimenti.
Il mio e' un dolore egoistico, come sempre il dolore di chi rimane. Lo so, ma non posso farci nulla.
Perché mi manchi.
Perché ti voglio bene.



venerdì 4 aprile 2014

Yoga per bambini....illustrato!!!

Alle elementari non ho frequentato l'ora di religione cattolica, come altri 14 bambini su una classe di 28 (stranamente per l'epoca)
In sostituzione, grazie ad una maestra originale e ad una palestra scalcinata, facevamo yoga.
Ho imparato il saluto al sole, una tecnica del rilassamento, tante posizioni distensive ma, soprattutto, ho acquistato consapevolezza del mio corpo e sperimentato l'elasticità delle membra (che, ahimè, ora ho perso).
Non ho mai dimenticato quel periodo e, negli anni, quando la tensione e lo stress erano eccessivi, sono tornata a praticare in casa, grazie ad un libro videocassette tutorial ed i miei ricordi. Frequentare un corso di yoga e' ancora uno dei miei desideri più costanti, però per ora ho privilegiato altro.
Così, quando in biblioteca ho trovato questo libro cartonato e plastificato (quindi a prova di bimbo) coloratissimo e accattivante, non ho resistito: e' stato amore a prima vista!

Le immagini sono talmente belle e ben fatte che si commentano da sole!!! (Avrei voluto metterne di più ma mi astengo per rispetto del diritto d'autore)
Purtroppo dubito che ne esista una versione italiana però non scoraggiatevi, e' scritto in un francese molto semplice e in più delle parole si può tranquillamente fare a meno!!
Peccato che il nano non ne sia stato così entusiasta o meglio, non abbia resistito oltre due posizioni, ma credo sia semplicemente perché è ancora piccolo ed era la prima volta.
Riproverò fra qualche mese, magari d'estate fuori sull'erba, per potenziale gli effetti benefici della pratica e divertirlo e divertirci ancora di più!
Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Home Made Mamma ( Venerdi' del libro: das Auge vom Bodensee).

venerdì 21 marzo 2014

"Il bordo vertiginoso delle cose"

Gianrico Carofiglio, " Il bordo vertiginoso delle cose", ed Rizzoli, 2013, 315 pagine.

Carofiglio e' un autore che ho conosciuto e apprezzato attraverso i romanzi della serie dell'Avv. Guerrieri, che sentivo in qualche modo vicini alla mia realtà, per affinità di professione, seppur ambientati in un'atmosfera così diversa e dai ritmi molto più lenti e "allungati" rispetto a quelli cui siamo abituati ad altri latitudini (non fosse altro che per ragioni di clima ed orari).

Non avevo idea di cosa aspettarmi da questo romanzo così diverso, dal titolo particolare, così ho iniziato la lettura con poche aspettative, temendo un senso di straniamento, quasi una delusione.

Lo straniamento c'è stato, la delusione no.

La trama non è particolarmente ricca di avvenimenti ma la scrittura poetica, quasi sospesa, suggestiva e riflessiva, che già mi era piaciuta negli altri romanzi, e' la stessa, la scelta accurata di lessico e sintassi, idem, in un libro che ti prende per mano e ti conduce per le strade di Bari, sfondo di un lungo percorso a ritroso nel tempo e nello spazio,alla ricerca, insieme al protagonista, Enrico (che si rivolge al lettore in seconda persona singolare) del te stesso studente e adolescente, rievocando un anno di vita e frammenti di esperienze.

Io ho sentito quella nostalgia e quel senso di stupore che mi prendono sempre quando mi capita di confrontare la me stessa di allora con quella di oggi, di rievocare la forza dei sentimenti (la prima cotta, le amicizie, le interrogazioni, le ansie prestazioni sportive) dell'infanzia e dell'adolescenza e di chiedermi come e' che sono diventata così, se era questo il futuro che immaginavo, cosa e' successo a quelli che sono stati compagni del mio percorso di crescita. Insomma, quella distanza e quell'aurea di mistero che neppure facebook può colmare, anzi, sembra amplificare, gettando qua e la' pillole di informazioni slegate le une dalle altre e non verificate.

 

Enrico sta prendendo un caffè al bar, una mattina, quando l'occhio gli cade su una notizia di cronaca nera: un nome, un mare di ricordi.

Fa la valigia spinto da una forza invisibile e parte, per tornare in quella che una volta era la sua città e ricordare, rievocare, cercare.

Risposte, soprattutto su se stesso, attraverso la supplente di filosofia, il compagno di classe che milita nella sinistra estrema, l'amica di sempre, il rapporto con i genitori, il fratello così diverso ma ugualmente caro, la prima macchina da scrivere tanto desiderata, le cotte dell'adolescenza ecc.

Di più non posso svelare senza rovinare il gusto di questa lettura, assolutamente consigliata.

 

"Qualcuno si chiede per quale motivo si studi la filosofia, cioè una disciplina che in apparenza non ha alcuna utilità pratica. Ebbene, la filosofia serve a 'non dare per scontato'. Nulla. La filosofia e' uno strumento per capire quello che ci sta attorno - per capire quello che ci sta dentro probabilmente e' più efficace la letteratura -, ma capiamo davvero quello che ci sta attorno se non diamo per scontato la verità che qualcun altro ha pensato di allestire per noi.

Fare filosofia - cioè pensare - significa imparare a fare e a farsi domande.Significa non avere paura delle idee nuove. Significa non fermarsi alle apparenze. Significa essere capaci di dire di no a chi vorrebbe imporci il suo modo di pensare e di vedere il mondo. Cioè a chi vorrebbe pensare per noi.....ve ne sto parlando perché e' un grande racconto sulla capacità di dire di no, che è una delle manifestazioni fondamentali del pensiero e della libertà."

Un concetto forse scontato ma così importante da ricordare a noi stessi, tutti i giorni, quando ci troviamo a camminare sul bordo vertiginoso delle cose.

 

Con questo post e questo romanzo, che consiglio di leggere, partecipo all'iniziativa del Venerdì del Libro di Home Made Mamma.

 

 

venerdì 14 febbraio 2014

Un colpo all'altezza del cuore" e una dittatura annunciata

"Un colpa all'altezza del cuore" di Margherita Oggero

Leggo sempre con piacere i romanzi della Oggero, un po' perché ambientati a Torino e/ o nella cintura torinese, cosicché posso ricordare luoghi e immaginare il modo di vestirsi, parlare, muoversi dei torinesi, le loro abitudine, il clima "che è proprio quello li'", sentendomi dentro al romanzo, un po' perché sono gialli/ polizieschi con pochi morti e nessun dettaglio macabro, che io proprio non amo.
E poi mi piace l'introspezione dei personaggi, la "normalità" dell'insegnante investigatrice Camilla Baudino e del commissario, la verosimiglianza delle loro vite.
Questo libro e' uno degli ultimi usciti (se non l'ultimo anno 2012) e riprende proprio la serie dedicata a Camilla ed al commissario.
Entrambi in crisi sentimentale, entrambi non ancora pronti per passare ad un "noi", la loro affettuosa amicizia fa da sfondo a due delitti apparentemente lontani che però non possono non intrecciarsi, uno a Chivasso, uno a Torino, in pieno centro.
Così il libro, all'inizio, corre su due binari: a Torino, la professoressa e l'amico ispettore, a Chivasso, una sorta di coprotagonista, la dottoressa Francesca Gariglio, ed altri investigatori. Sarà l'amicizia tra Francesca e Camilla ha unire indagini e vicende.
Non svelo di più.per nono rovinare la lettura.
Non mi è piaciuto quanto i precedenti della serie dedicati a Camilla e non mi ha convinto del tutto, forse anche perché letto subito dopo "La verità sul caso Harry Quebert" di cui ho parlato lo scorso venerdì e che mi aveva entusiasmato veramente molto, però lo consiglio, soprattutto a chi ha già letto i precedenti (altrimenti iniziate dal primo) e/o ama Torino o ci vive, perché ben scritto come sempre e piacevole.
Con questo post, partecipo al consueto appuntamento settimanale: il Venerdì del Libro di Home Made mamma (www.homemademamma.com).

Nel frattempo, non posso che piangere perchè le notizie politiche che leggo questa mattina non lasciano spazio a dubbi: questa è una DITTATURA, del c.d. "Presidente della Repubblica" in primis, di tutta la calsse politica poi.
Ed il fatto che siano in tanti, troppi, a sedere in quelle aule, non significa che non lo sia.
Fino a ieri pensavo che fossero da ammirare quelli che restavano in Italia, invece di farsi tentare dall'estero per poi dire che al di là dal confine è tutto più bello, pulito, ordinato e bla bla bla...ora sto perdendo le speranze e vorrei non fare questo lavoro e poter fuggire.