lunedì 21 aprile 2014

Una violetta in carta di giornale

Un anno dopo, il 20 aprile, ti scrissi una poesia.
Per ricordare, per sfogarmi, per affogare le lacrime.
Non fu l'unica, ma fu l'ultima.
Tante ne avevo scritte, nei mesi passati, come se mettere nero su bianco il dolore, come se cercare con cura le parole, potesse aiutare. Standoti vicino, in quei giorni, ho capito che non esiste un dio o, se esiste, e' sordo al nostro dolore e non ci possiamo fare affidamento.
Sono passati 16 anni ormai e il tempo che ho passato con te e' uguale a quello che ho passato senza di te.
Eppure non devo fare alcuno sforzo per rivederti, per ricordarti, e' come se fossi ancora qui, con me, ad aspettarmi fuori da scuola, in macchina, con un mazzetto di violette selvatiche in carta di giornale, perché rimangano fresche, vive.
Sei sempre stato presente, parco di parole ma ricco di gesti affettuosi, integro, onesto e pratico.
Eravamo così diversi, eppure così vicini, io che amavo leggere e studiare, tu che amavi la terra ed i lavori manuali, io che parlavo sempre, tu che mi insegnavi il valore del silenzio e dell'ascolto.
E forse non è un caso che io mi sia innamorata dell'Alpmarito, per molti aspetti simile a te, secondo me.
Avrei voluto che mi vedessi prendere la patente, avrei voluto che mi vedessi dopo la maturità ed alla laurea.
Che mi vedessi diventare avvocato, che fossi presente al mio matrimonio, che conoscessi questo tuo nipotino che porta il tuo stesso nome, non per tradizione ma perché lo sai, il tuo nome mi è sempre piaciuto, anche se a te non piaceva affatto.
Avrei voluto che mi vedessi in quei momenti, felice, perché solo questo ti importava, non i titoli di studio, le medaglie o i riconoscimenti.
Il mio e' un dolore egoistico, come sempre il dolore di chi rimane. Lo so, ma non posso farci nulla.
Perché mi manchi.
Perché ti voglio bene.