domenica 23 giugno 2013

Fare gruppo, appartenere:anche no, grazie.

L'uomo e' un animale sociale. Non sarò certo io a negarlo, anzi, sono profondamente convinta che le emozioni, le esperienze, i viaggi più belli, si vivano in compagnia, condivedendoli. Non sentirsi soli e' ancora più importante nei momenti difficili o quando si devono affrontare sfide o sostenere pesi che sono troppo, per una persona senza supporti.
Mi piace il confronto, il dialogo, lo scontro, anche. Non per niente ho aperto un blog!
Eppure non sono d'accordo con questa convinzione diffusa che sia così indispensabile "fare gruppo", "lavorare in team" e via dicendo.
Io do il massimo quando lavoro da sola, quando faccio sport da sola, quando devo cavarmela da sola. È non voglio spingere mio figlio a fare parte di nessun gruppo, senza, ovviamente, volerlo isolare.
Credo che coltivare le proprie idee, le proprie opinioni, rispettare i propri gusti ed i propri valori, inseguire i propri sogni, sia infinitamente più importante che essere parte di un gruppo, anche se dovesse significare sentirsi isolati.
Non voglio appartenere a nulla o nessuno che non sia a me congeniale, che mi richieda uno sforzo che vada oltre l'adattamento e somigli all'omologazione.
Certo, nell'adolescenza era diverso, ma ora so che uguaglianza e rispetto non coincidono con "omologazione", con l'essere "tutti uguali".
Anzi, ho timore delle divise, dei grembiuli identici, del vestirsi troppo alla moda, della negazione cieca della diversità, quando non scelti, quando imposti.
Sarò esagerata ma, per me, hanno il sapore del totalitarismo.
La diversità non è un limite, e' una ricchezza, per ciascuno di noi e per la società in generale: che mondo sarebbe se tutti la pensassimo allo stesso modo, se tutti ci vestissimo in modo identico, avessimo la stessa casa, svolgessimo lo stesso mestiere? Un mondo triste e monotono, annientante.
La diversità e' libertà di essere se stessi.
Mi piacerebbe insegnare questo, a mio figlio.
E anche che non si può essere sempre parte del gruppo, che certe volte e' meglio essere esclusi, che non tutti i gruppi sono uguali e che si può vivere anche nuotando contro corrente, purché non si rifugga dagli altri, purché non si nasconda la paura di legarsi ad altri dietro la scusa di non voler essere al servizio di nessuno.
Perché "chi fa da se' fa per tre" e' una verità, in questo mondo, ed è inutile negarlo, ma darsi una mano gli uni con gli altri e' un imperativo morale e così rispettare delle regole comuni: senza, c'è anarchia e privazione della libertà individuale.
Il che non significa menefreghismo, indifferenza o intolleranza. Significa star bene con se stessi, per saper stare bene anche con gli altri.
Forse la penso così perché sono stata cresciuta come un' individualista, anche se da genitori generosi e solidali con gli altri; forse perché mi viene più facile creare un gruppo a mia immagine o stare da sola, che piegarmi alla volontà ed alle scelte altrui, se non le condivido pienamente.
Forse perché, anche se ormai ho superato i trent'anni (ma di poco), non ho ancora imparato a mediare e continuo a vedere il mondo in bianco e nero. Troppo trasversale negli interessi per essere a lungo parte di un solo gruppo, migro da uno all'altro e mi sta bene così, in fondo, anche se non mi spiacerebbe chiacchierare con qualche altra mamma ai giardinetti.
Spero solo che il nano dimostri di avere un carattere sufficientemente forte da non soffrire troppo, da non sentirsi inadeguato o solo quando, inevitabilmente, si troverà ad essere un pesce fuor d'acqua in qualche gruppo. O, in alternativa, che riesca con facilità a sentirsi parte di qualunque aggregazione gli interessi, che vi trovi se stesso.
Questo post partecipa al blogstorming di http://genitoricrescono.com/ , tema del mese: fare gruppo, appartenere.

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