venerdì 10 maggio 2013

Libro-terapia: "Non buttiamoci giù"



Nick Hornby
Non buttiamoci giù


Vorrei saper scrivere una recensione che sia insieme sintetica ed incisiva, che sappia trasmettere tutta la bellezza di questo libro ed il mio entusiasmo per la sua scoperta.
Vorrei essere capace di spingervi a uscire di casa, recarvi nella prima libreria che incontrerete sul vostro cammino e comprarlo, per poi tornare a casa, sedervi su un divano con una tazza di thè o caffè e leggerlo d’un fiato.
Vorrei, ma non trovo le parole.
Qusto romanzo mi ha lasciato letteralmente senza parole, ieri sera, quando l’ho finito (dopo tre sere di seguito in cui faticavo a staccarmi), esattamente come nel 2005, la prima volta che l’ho letto.
Perchè? Perchè è un concentrato di saggezza e divertimento, umorismo, ironia e tragicità.
Perchè è scritto a quattro voci, quelle dei quattro protagonisti, spesso in forma volutamente sgrammatica e con tante espressioni di dubbia finezza (tradotto: è piano di parolacce) ma è vero e sincero, frasco e rivelatore.
Sembra di esserci davvero, al bar con quei quattro.
E’ la storia di quattro aspiranti suicidi, che nulla hanno in comune se non l’aver avuto l’idea di suicidarci, tutti e quanti contemporaneamente e nello stesso modo.
Non temete: non vi deprimerete, semmai il contrario.
Perchè non c’è nulla di scontato nei dialoghi e nelle riflessioni dei protagonisti, nulla di scontato nella trama della storia.
Perchè immedesimarsi nella altrui infelicità, spesso è la migliore delle terapie.
Secondo me, è il libro perfetto per quei giorni, quei momenti, in cui l’umore è a terra o non riuscite a dormire per le preoccupazioni (non pensate, però, che vi aiuti a prendere sonno!).


“Fino ad allora, buttarsi era sempre stata una scelta teorica, una via di fuga, il gruzzoletto in banca nel caso di vacche magre. E poi all’imporovviso, il gruzzolo è sparito...o meglio, non l’avevamo mai avuto.” (pag. 211).

“E’ forse per la prima volta negli ultimi mesi ho ammesso giustamente una cosa, una cosa che sapevo che era nascosta proprio giù, nei miei visceri, o in un angolo del cervello....insomma, dentro a un posto dove potevo ignorarla. Quello che ho ammesso era: non avevo voglia di suicidarmi perchè odiavo la vita, ma perchè l’amavo. E il nocciolo della questione, per me, è che questo è il sentimento di un sacco di gente che pensa di uccidersi: credo che anche Maureen e Jess e Martin si sentano così. Loro amano la vita, ma gli è andato tutto a culo completo, ed è per quello che li ho incontrati, ed è per quello che non ci siamo ancora divisi. Siamo andati sul tetto perchè non trovavamo anocra la via per tornarci, nella vita, e  ritrovarsi tagliati furoi così...bè, cazzo, capo, è roba che ti distrugge. Quindi non è tanto un gesto di nichilismo, quanto di disperazione. E’ eutanasia, non omicio.” (pag. 264/265).