venerdì 24 ottobre 2014

"Bianca come il latte, rossa come il sangue"

"Bianca come il latte, rossa come il sangue" di Alessandro d'Avenia, 254 pag.



"Ogni cosa e' un colore. Ogni emozione e' un colore. Il silenzio e' il bianco..." 
E' questo l'incipit di questo romanzo e mi ha subito colpito, perché io ho da sempre l'abitudine di classificare cose, persone ed emozioni, persino azioni, in colori.
In effetti, mi sono sentita vicina ai protagonisti per tutto il libro.

Forse perché l'autore è praticamente un mio coscritto ed anche io ho frequentato il liceo classico.
Forse, più semplicemente, perché non ho dimenticato la paura del bianco dell'adolescenza, quel voler riempire la paura di rumori e suoni, il desiderio di scrivere e il timore di perdere ciò che non metti nero su bianco, dimenticando ciò che ho appreso.
Così come non ho dimenticato quel senso di estraneità della vita quotidiana da quella interiore, il senso di utilità e inutilità, a intervalli più o meno regolari, della scuola, che a volte mi prendeva.
E neppure l'amicizia e l'amore...insomma, tutto quello che fa di un ragazzo/a un ragazzo/a.
E credo anche di essere stata, almeno in parte e senza l'epilogo amoroso del libro, la Silvia di qualcuno.

L'unica figura che non mi ha convinto, di questo libro, e' il prof. Sognatore.
Nel mio percorso scolastico ho avuto molti bravi insegnanti, che mi hanno dato molto anche in termini di educazione alla vita.
Però un rapporto come quello che descrive il romanzo, mai, e stento a credere che sia possibile.
Forse non è nemmeno augurabile: ad ognuno il suo ruolo.

La scrittura e' scorrevole e semplice, i pensieri del protagonista a volte ripetitivi, per chi i sedici anni li ha superati da un pezzo, ma non per questo superficiali.
Anzi, ricordarli fa solo bene.

Certo, avrei fatto meglio a risparmiarmi la malattia ed il dolore della perdita, almeno nella scelta delle letture, visto che è un tema che, purtroppo, questo periodo mi ha toccato e mi sta toccando troppo da vicino.
Però senza non sarebbe un romanzo sulla crescita, sull'amore e sui tormenti dell'adolescenza.

Il difetto: il richiamo continuo a Dio, negli ultimi capitoli.
Per me, pensare ad una divinità non è di nessuna utilità e consolazione e più vedo malattie e dolore, più mi allontano inesorabilmente da una fede, che non sono mai riuscita ad avere.
Questo, che per me  è  un "difetto" della narrazione (anche perché la facilità molto), per altri lettori può comunque essere un punto di forza.

"Avevo bisogno dell'essenziale, e in montagna e' più facile trovarlo" 

" E' bello quando stai male avere una famiglia che ti sta vicina. Come fai se non hai una famiglia, una moglie, dei figli? Chi si prende cura di te quando stai male?...perché le cose, finché non ci sei dentro, non le capisci o non riesci a vederle. E allora i genitori ti sembrano due rompiballe professionisti, che stanno li' solo a vietarti di fare le cose che vorresti.
L'Elefante, sua moglie e i figli invece me lo hanno mostrato con chiarezza: da grande voglio una famiglia unita come la loro. Perché anche se stai male rimani tranquillo, e questo è il senso di una vita ben spesa: qualcuno cheti ama anche quando stai male. Qualcuno che sopporta il tuo odore. Solo chi ama il tuo odore ti ama davvero. Ti da' forza, ti da' serenità. E mi sembra un bel modo di mettere una diga ai dolori che capitano nella vita."

Durante l'anno scolastico Leo capisce che il miglior modo per sconfiggere un uomo o un popolo intero, e' bruciare i suoi sogni, anche attraverso i roghi di libri.
Rubando i sogni, si ruba la vita.
E su questo, credo non ci siano dubbi.
Molti libri lo dicono, molti lo dimostrano, come pure i fatto che la storia ci racconta. Eppure tanti, nel mondo, ancora ci rubano i nostri sogni.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Home made mamma.