lunedì 9 febbraio 2015

Sugli sci a tre anni

Premesso che non sono un medico ma solo una mamma amante della montagna, mi sono interrogata su quale fosse il momento opportuno per  iniziare a mettere sugli sci mio figlio.

La pediatra, come al solito interpellata per prima e che non a caso viene da una valle montana, mi ha spiegato che non ci sono controindicazioni da quando è stabile nel camminare, a patto di non fargli prendere freddo, che lo viva come un gioco, che non sia uno sforzo eccessivo e che i maestri siano preparati (e quindi sappiano che movimenti fare fare e quali no).

Sul web ho letto di tutto: dal consiglio di iniziare con lo sci alpino perchè il fondo "è noioso" (chiaramente scritto da chi non lo ha mai praticato e forse non ha neppure mai fatto sci alpino con dei bambini), da quello di aspettare almeno 6 - 7 anni per l'equilibrio (il che è veramente eccessivo, perchè più sono piccoli più i bimbi hanno il baricentro basso e sono stabili).

Durante il nostro viaggio in Svezia e Norvegia, in inverno, avevamo scoperto che lì iniziano a mettere gli sci ai piedi dei bimbi a due anni.

Gli sci club della nostra zona, prendono i bimbi "locali" dai quattro anni per lo sci alpino (il c.d. sci di discesa), talvolta anche tre, "turisti" dai cinque.
Francamente, però, visto che il nano ha poco più di tre anni e le piste da sci alpino sono diventate molto più affollate e pericolose di quando ero bambina io, per svariati motivi, non ce la siamo sentita.
Anche perchè, pur credendo che l'insegnamento precoce sia utilissimo per apprendere la tecnica al meglio, non vedo la necessità di essere "così precoci"!

Desideravamo, però, avvicinarlo alla montagna di inverno più che con sci giocattolo e bob e, possibilmente, dovertirci insieme e poter sciare un pò anche noi.
Soprattutto, volevamo farlo stare all'aria aperta e fargli sfogare tutta l'energia fisica che in questo periodo, più di prima, sembra aver bisogno di esternare.

E allora abbiamo scelto lo sci di fondo.
Siamo anche fortunati, perchè la maestra è una ragazza bravissima, nonchè una di famiglia (cugina), che ha inserito il nostro biondino in un corso per i bimbi della scuola materna del paesino di montagna vicino, la domenica nelle ore centrali (per sfruttare il sole).
Risultato?
Ieri era la terza lezione, da un'ora e mezza l'una, con 7-9 bimbi e un paio di aiutanti (ragazzine/i che si fermano dopo la loro lezione per aiutare e divertirsi) e il nano si è, come al solito, divertito tantissimo!!!


Le prima volta, al momento del saluto, è scoppiato a piangere, per poi smettere appena sono scomparsa dalla sua vista e mettersi a chiaccherare con gli altri bimbi (se vi state chiedendo come faccio a saperlo, sappiate che mi sono nascosta dietro una casetta per controllare!!! Cuore di mamma!)

E quando siamo andati a prenderlo aveva le guanciotte rosse, gli occhi luccicanti dalla felicità e ci ha accolto con un: "Mi sono divertito tantissimo! Ho fatto tante salite e discese a cagnolino e le capriole, è bellissimo!!"
Poi ci ha fatti mettere in fila dietro di lui e ci ha "insegnato", girandosi a controllare, dandoci consigli e facendo il maestro in tutto e per tutto!

La seconda  volta non voleva andare ma, dopo il solito piantino, il copione si è ripetuto.
Compresa la sua lezione finale a mamma e papà!



Ieri, pur avendo protestato per tutto il viaggio che non aveva voglia del corso ma solo di sciare con noi, non ha neppure pianto ed è partito salutandoci tranquillo.
E alla fine non voleva più tornare a casa!


Insomma, un'esperienza veramente positiva che continuerà almeno per altre tre lezioni (poi dipenderà dalla neve).
I pro: esercizio fisico all'aria aperta con altri bimbi, equilibrio e coordinazione, confidenza con la neve e divertimento, senza pericoli o rischi  (le cadute ci sono ma la velocità è molto contenuta, gli scontri con algtri sciatori nel fondo sono praticamente assenti e la postura è naturale), freddo non eccessivo (niente salite in seggiovia e  bassa quota).
Anzi, il nano dopo è sempre bollente!
Certo, non apprenderà la tecnica così piccolo (e lo scopo, in effetti, non è quello) però la voglia di sciare sì!

E noi intanto ci possiamo dedicare di nuovo un'ora intera allo sci di fondo, insieme, in un ambiente così...




 Con la vista sul nostro amato Monte Rosa!


Finita l'ora e trenta di lezione e di sci, noi siamo distrutti.
Il biondino?
Pronto per una passeggiata sulla neve, con la sua amata bici senza pedali, naturalmente!!


Quanto vorrei avere la stessa energia, soprattutto di lunedì!!!

E voi, che esperienze avete fatto con i vostri bimbi?

venerdì 6 febbraio 2015

"Mamma mia, non andare via !" , l'importanza della mamma.

Tempo fa abbiamo preso in prestito in biblioteca due bei libri dedicati alle mamme.




"La mamma più bella del mondo" e' la storia di una bimba, Luna, che perde la sua mamma al mercato e coinvolge altri venditori nella ricerca.
Il problema è che nessuna donna risponde alla descrizione della sua mamma, perché nessuna donna è abbastanza bella ed elegante....tranne la sua mamma!
La realtà è che per un bambino, la propria madre sarà sempre speciale, forse anche perchè con la sua innocenza e ingenuità, sa vedere oltre le apparenze ed i luoghi comuni.
Il lieto fine scalda il cuore e le illustrazioni sono veramente belle, curate e colorate.







"Mamma mia non andare via!

A mio parere è ancora più carino!
La protagonista è una mamma con una peculiarità, è una strega (di quelle buone!).
La sua bimba, in realtà, vorrebbe solo una mamma normale, che non tiri fuori ranocchie dalla tasca alle riunioni scolastiche, anche se Bice (così si chiama questa mamma) ce la mette tutta per sembrare "come le altre".
In ogni caso, le due "donne" sono molto legate e si vogliono tanto tanto bene.


Fino a che, un bel giorno, arriva una lettera che rende tanto felice Bice: le hanno assegnato un premio stregoso molto  importante!


Non sta più nella pelle dalla felicità ma...la sua bimba, Betta, non è dello stesso parere.
Perchè Bice si dovrà assentare da da casa per qualche giorno per andare ed ritirare il meritato premio al Congresso delle Streghe e sua figlia non è affatto felice di lasciarla, neppure per qualche giorno, ne' ha voglia di seguirla.

Per il bene della sua bimba, Bice, anche se a malincuore, si rassegna a scrivere un biglietto alle streghe che non potrà partecipare alla festa di consegna.
Solo che è così triste, perchè per lei è un riconoscimento così importante, che proprio non trova le parole.



Alla fine, decide che non sarebbe giusto rinunciarvi e, secondo me, che per la piccola Betta è arrivato il momento di accettare che una mamma è anche una donna che lavora e che merita delle soddisfazioni personali.
Betta lo capisce ma proprio non le va giù.
E allora, Bice si inventa un gioco per non farle sentire la solitudine. Perchè anche le streghe hanno il problema di trovare una baby sitter o degli aiuti!

Quale sarà la soluzione? Non ve lo svelo ma sappiate che coinvolgerò tutto il condominio e, al suo ritorno, mamma Bice ritroverà la sua bimba serena e felice!!!!



 Anche in questo caso, la Nord - Sud, casa editrice di questo libro, non mi ha deluso!
Il nano, invece, ha apprezzato più il primo albo, forse perchè la storia è più breve e meno complessa e lui è ancora piccolino.
Di questo, gli sono piaciute molto le illustrazioni.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Home made mamma.


giovedì 5 febbraio 2015

Mamma avvocato in cucina: Soufflè di patate!

Il soufflè di patate è uno dei miei piatti preferiti e mia madre lo prepara benissimo.


Ogni tanto, però mi cimento anche io, soprattutto se ho amici a cena.
Così, per cambiare un pò con un piatto che di solito piace a grandi e piccini, perchè coccoloso, e morbido.
E poi, a chi non piacciono le patate?

Ecco allora come lo preparo.

Soufflè di patate 

Ingredienti per quattro persone / una teglia come sopra

1 kg di patate
100 gr di burro
4 uova
1 bicchiere di panna
sale, pepe e noce moscata (io quest'ultima ultimamente non posso più usarla per l'allergia però se potete, mettetela)

Sbucciate e lessate le patate.
Appena cotte, passatele nello schiacciapatate, mettele in una teglia o terrina, che imburrate prima bene con 20 gr di burro (o quanto vi serve)  e incorporatevi 80 gr di burro, un pizzico di nome moscata, un pizzico di sale e pepe, 4 tuorli ed il bicchiere di panna.

Montate a neve i 4 albumi e poi uniteli dolcemente al purè ricco di cui sopra, con movimenti non rotatori ma dall'alto verso il basso.

Io così uso solo una terrina per il soufflè e la bastardella per gli albumi.

Infornate per circa 20 minuti , a 180 ° con l'opzione "dolci", se il vostro forno ne è dotato, se no comunque a fuoco moderato.
Sfornate e servite al momento.



La preparazione è facile (davvero!) e abbastanza veloce ed il risultato di sicuro effetto (nel mio forno gonfia poco ma è un problema dell'elettrodomestico, non del soufflè), l'unico neo è che andrebbe servito subito ben caldo.
Si possono sbucciare e lessare le patate un momento prima, così da infornare il tutto quando ci si siede a tavola per il primo.



Buon appetito!!

martedì 3 febbraio 2015

Tra il Carnevale in arrivo, nevicate, orchidee e arcobaleni

In questo periodo il tempo per scrivere e condividere è veramente poco. Il lavoro risucchia pensieri ed energie, ore e sogni notturni.
Eppure son desta.


E nel mezzo, vivo e qualche volta corro. Meno ma corro.


Nel mezzo, mangio. Pure troppo.

Nel mezzo, ammiro la natura e ...lavo le finestre!



 

Tra una nevicata ed uno sbocciare di candidi fiori.





Nel mezzo, anzi prima, il Carnevale ha avuto ufficialmente inizio.
E mentre la maggior parte delle persone disfava alberi di Natale e apriva calze della Befana,
noi assistevamo all'uscita di pifferi e tamburi.


Senza disdegnare un giro ai giardinetti, anche perchè la giostra che gira piace tanto al nano, ed è pure studiata per i disabili, perchè il gioco è un diritto i tutti i bambini.


Nel mezzo, andiamo a sciare
....ma questa è un'altra storia.

Sempre, ci passiamo a vicenda virus intestinali e raffreddori.

E a sorpresa, qualche volta, l'arcobaleno illumina il cielo e ci incanta.


venerdì 30 gennaio 2015

Arlington park e la gabbia della maternita'

" Arlington park" di Rachel Cusk, pag. 262, ed. 2007,Mondadori, Euro 17,50.




Ho cercato questo romanzo in biblioteca dopo aver visto un servizio in cui intervistavano alcuni scrittori contemporanei inglesi, tra cui l'autrice.
Sono rimasta molto colpita dalle sue parole, dall'ammissione che, dopo l'uscita dei suoi romanzi, abbia subito una sorta di isolamento e sia stata aspramente criticata da moltissime donne e madri.
Perché questo romanzo parla di donne che si sentono in trappola, depresse, "morte" dentro, soffocate dal marito, dai figli, dal quartiere borghese e tranquillo in ci vivono, dalle loro scelte di vita, talora inconsapevoli, talora lucidamente volute, eppure rivelatesi inadeguate.
Juliet, ad esempio, che pensa che tutti gli uomini uccidano le donne, piano piano, impercettibilmente ma inesorabilmente, rubando loro anima e sogni, soffocandole e soggiogandole, in un sottile gioco psicologico di denigrazione, in cui la maternità ha un ruolo fondamentale.
Lei, con una laurea e voti brillanti, lei che tutti pensavano sarebbe diventata "qualcuno", ora è  "solo" una madre ed una moglie, nonché una ordinaria insegnante.
E allora cerca disperatamente di allontanare le sue giovani allieve dagli uomini, proponendo loro la lettura di romanzi con figure femminili ribelli o, al contrario, fragili e spezzate proprio dalla scelta del matrimonio e della maternità.

Amanda e' fredda, forse incapace di provare amore. E la sua missione e' sopravvivere al figlio maschio, che in quante tale fatica ad amare, come Juliet, e crescere la figlia a sua immagine e somiglianza, per proteggerla dalla vita.

E poi c'è l'amica incinta del quarto figlio, che vede la luce dopo aver affittato una stanza libera della casa, scoprendo nelle inquiline che si susseguono una via di fuga e imparando a vedere sotto altra luce la sua esistenza, prima subita.

E Christine, che più che depressa pare sguazzare nel cinismo, nella cattiveria e nell'egoismo, ma ha almeno il pregio di non nascondersi dietro falsità e perbenismi e di chiamare le cose come stanno.

Cinque donne che hanno in comune il luogo di residenza e la condizione di moglie e madre, descritte, nei loro pensieri e nelle loro azioni, in un ordinario giorno feriale di ad Arlington Park, nella periferia benestante e collinare di Londra, quasi in un altro mondo.
Si incontrano, parlano e interagiscono con i propri figli, svelando la loro insoddisfazione e frustrazione e cercando, ciascuna a modo suo, la propria via di fuga, aspirando alla accettazione di se'.

Sentimenti che si possono comprendere, almeno in parte.
Perché dubito vi siano madri e mogli che non siano mai sentite, anche solo per un istante, quasi soffocate dai legami familiari.

"La famiglia era un luogo pericoloso in cui vivere: turbolento come il mare aperto sotto un cielo insidioso, con alleanze mutevoli, le raffiche di cattiveria e di bontà, le grandi onde battenti di malumore e mortalità, l'incessante alternarsi di calma e tempesta. Poteva arrivare un acquazzone o un raggio di luce rasserenante, ma alla fine non c'era più differenza! Il significato degli avvenimenti scompariva, se paragonato alla necessità di farcela, di sopravvivere." (Pag. 206).

Un romanzo forte, bellissimo, intenso, doloroso, triste, cinico, spietato e sincero, sulla condizione femminile e la maternità.
Da leggere con lo stato d'animo adatto, ma da leggere.
Non fosse altro che per rallegrarsi della propria felicità è ricordare che la vita va scelta giorno per giorno.
Ripensandoci, la mia malinconia post parto in confronto è stata una passeggiata!

La scrittrice e' nata nel 1967 e ha scritto cinque romanzi. Vive a Brighton con il marito fotografo e le figlie.

lunedì 26 gennaio 2015

Colloqui con le maestre: piccole soddisfazioni e qualche dubbio.

La scorsa settimana, per la prima volta, ho partecipato, da mamma, ad un colloquio con le maestre.
In realtà, già all'asilo nido c'era stato l'incontro finale ma più che altro si parlava con le maestre volta per volta, senza un appuntamento fisso a ciò dedicato.

Devo ammettere, perciò, che ero molto curiosa ed emozionata di parlare con le insegnanti della materna, anche perché il rapporto con loro, seppur buono, e' molto meno forte che quello che avevo instaurato con le educatrici, visto che hanno più bambini da guardare e meno tempo.

La maestra mi ha detto, innanzi tutto, che il mio biondino e' educato e rispetta le regole e poi che  ha un'ottima proprietà di linguaggio: la cosa mi ha sollevata ed inorgoglita.
Sollevata perché a casa, e' una sfilza di capricci, con alti e bassi ma comunque frequenti...altro che i terribili due anni, qui la fase dell'opposizione non accenna a passare!
In più, se quando usciamo o siamo da amici il biondino si comporta bene (ovviamente per un bimbo di tre anni), quando è a casa e/o dai nonni e' un continuo agitarsi sulla sedia come una tarantola (con frequenti cadute, peraltro), togliersi e mettersi bavaglini e "bavaglioni", far cadere posate, rovesciare bicchieri, chiedere, avanzare cibo e continui capricci.
È una consolazione, seppur magra, sapere che almeno a scuola si comporta bene!

Inorgoglita perché mi fa piacere che mio figlio si esprima con proprietà di linguaggio, soprattutto considerando che spesso anche perfetti estranei, quando mi sentono correggere il biondino in giro, mi lanciano frecciatine, del tipo: "Signora, cosa pretende? Il congiuntivo a tre anni?"
Io non pretendo, suggerisco solo la forma esatta, ovviamente, ma cerco di farlo sempre e di lodarlo quando si esprime bene.
E tanti amici e conoscenti, quando era piccolo, mi facevano notare che mi rivolgevo a lui con un linguaggio "da adulto", perché io non ho mai amato nomignoli o espressioni "infantili" e non le uso spesso.
A quanto pare, i miei sforzi e le tantissime letture con me e l'Alpmarito, sono serviti a qualche cosa!!

In più, dopo l'iniziale difficoltà al distacco, pare che il nano si sia inserito bene alla scuola materna e partecipi volentieri alle attività proposte.
Certo, sembra che preferisca giocare con uno o due bambini per volta, anziché in gruppo.
Questo, però, lo avevo già notato in casa e, d'altra parte, non mi stupisce, visto che anche io e l'Alpmarito siamo più da "pochi ma buoni" che da grandi compagnie.

Tutto molto positivo, dunque. Ciò che mi da' da pensare e' che mi è stato fatto presente che il biondino tende a tradurre istantaneamente ai compagni le canzoni e le espressioni in francese delle maestre, dimostrando si' piena comprensione, ma vanificando la valenza istruttiva dei momenti in lingua.
Inoltre, rifiuta di rispondere in francese, come d'altronde fa anche a casa, se oltre al papà ci sono anche io o altre persone.
Ora, io non so proprio come muovermi.
Devo insistere affinché usi il francese e non traduca agli amichetti o devo lasciare che, a scuola, si arrangino le maestre, ed a casa, vada come deve andare?
La maestra non mi ha chiesto di fare nulla di preciso e io ho già provato a parlare con il nano ma sembra non sia servito.

Da quando frequenta la materna, poi, mio figlio, prima molto pacifico, si è fatto più aggressivo verso i maschietti, imparando a difendersi.
Con le femminuccie, però, noi gli abbiamo vietato anche una semplice spinta, per cercare di instillargli il rispetto per l'altro sesso ed evitare che possa far male a qualche bimba, visto che tranne qualche eccezione sono più piccoline (intendo proprio di statura) e meno abituate alla "battaglia".

Ora, però, e' da un po' di tempo che arriva a casa con segni di morsi, graffi e lividi di una amichetta, che peraltro adora, che quando lui vuole stare solo o rifiuta le sue proposte di gioco, a volte si sfoga così.
Conosciamo i genitori e sappiamo bene che non sono affatto maneschi e che la sgridano ed infatti, anche lei ha cominciato a farlo solo alla materna, mentre al nido, dove era già con il nano, nulla.
Come fare?
Aspettare che passi il periodo e se la risolvano da soli o dire al mio biondino che qualche volta può difendersi anche se si tratta di una bimba, per giunta più piccolina?

Soprattutto: perché le maestre non vigilano? È' normale? Sono semplicemente troppi bimbi per poche insegnanti e fasi dell'età?



venerdì 23 gennaio 2015

Tra caffè e prime letture a tema "calcio"

"Il primo caffè del mattino" di Diego Galdino, pag. 271, ed. Sperling&Kupfer


Io amo il caffè. Per me è una necessità.
Senza il mattino non riesco a partire, senza dopo pranzo non riesco a digerire, spesso senza un caffè a metà mattina e/o metà pomeriggio mi addormenterei in ufficio.
Se esco a cena, da amici o al ristorante, non posso terminare il pasto senza caffè.
Eppure non sono una purista del caffè, nè una grande inteditrice.
Vi basti sapere che lo bevo con dentro il miele di acacia, se sono a casa, due bustine di zucchero, se sono fuori, preferibilmente della moka, mentre se è espresso, deve essere  lungo (intendo mezza tazzina, non tazza grande o brodaglia diluita).


Questo per dirvi perchè il titolo di questo romanzo mi ha attirato subito, tanto più visto che ricordavo di averne letto una recensione positiva grazie al Venerdì del Libro (chiedo scusa ma non ricordo di chi, mentre mi farebbe molto piacere confrontare le mie opinioni con le sue).

E devo dire che non mi ha deluso.
E' un romanzo d'amore leggero ed ironico, nulla di impegnativo ma senz'altro carino e piacevole.

Massimo, barista romano, single e sempre al lavoro dietro al bancone del suo esercizio, perde una anziana amica, la sig.ra Maria e, quasi per caso, scopre che proprio una giovane francese, Geneviève, entrata nel suo bar con fare timido ed uscita offesa ed arrabbiata,  ne ha occupato l'appartamento.

Tra un caffè e l'altro, una incomprensione e l'altra, Massimo se ne innamorerà  e cercherà di risolvere i segreti che nasconde.
Intorno ai protagonisti ruotano Dario, l'anziano aiutante ed amico del barista, la sorella e confidente Carlotta e il popolo dei clienti affezionati del bar, romani e milanesi, artigiani e pensionati.

Unica nota negativa? I romani!!!
E sì, mi duole dirlo ma l'immagine dei romani che ho in testa io (che a Roma ci sono stata varie volte e vi ho pure amici e cugini) e credo non solo io, buoni e simpatici sì, ma anche un pò troppo strafottenti e maleducati e, soprattutto, esageratamente superbi, viene confermata dalla lettura del libro.

Praticamente, ad ogni pagina l'autore, seppur con ironia, tesse le lodi di Roma, che è sempre definita come "la città più bella del mondo", e dei romani, esaltandone gli aspetti positivi.
Il che è decisamente fastidioso ed esagerato!

In appendice al romanzo, si trova un piccolo "dizionario" dei caffè, anche se il marocchino descritto e' un pò diverso da quello che ho sempre bevuto io in Piemonte, dove è stato inventato (alcuni dicono ad Alessandria, altri a Torino, patria del "bicerin").

E voi, di che caffè siete?
Io personalmente mi riconosco abbastanza nella definizione dell'autore:
"Caffè lungo: ..per chi vuole prolungare il piacere e magari sorseggiare un istante di più quel momento di pausa aggrappato al bancone come fosse un'asse di legno dopo il naufragio. Il nostro naufrago non vuole prendersi il ceffone dell'espresso, forse perché ne ha già passate troppe, ma una piccola scossa elettrica non se la mancare."

Il classico caffè espresso? "Per l'uomo o la donna che non devono chiedere mai, rappresenta la forza, la volontà di affrontare la giornata di petto, senza timore...i veri duri lo prendono amaro e lo bevono alla goccia, nascondendo l'ustione dietro la consueta maschera da Clint Eastwood."


***

A Natale ho avuto occasione di regalare libri a grandi e piccini.
Tra gli altri, per un maschietto di seconda elementare che non ama tanto leggere ma adora il calcio, ho scelto questi due titoli.
L'intento era quello di aiutarlo a trovare il libro giusto per dare via alla passione per la lettura.



Almeno a prima vista, il regalo è stato apprezzato e alla prima occasione mi informerò se li ha già letti e come li ha trovati.
Prima di impacchettarli, io li ho leggiucchiati e trovati abbastanza ben scritti e con storie simpatiche.
Il secondo, tra l'altro, è il primo di una serie sul calcio che il destinatario ha subito riconosciuto.

Che dite, ho scelto bene?Voi li conoscete/li avete in casa?

Con questo post, partecipo al Venerdì del Libro di Home made mamma.

giovedì 22 gennaio 2015

Direttamente dal Canavese (Piemonte)..."supa d' coj", zuppa di cavoli

Per la serie "mamma avvocato in cucina", oggi voglio parlarvi di una ricetta che per me ha il sapore di casa e di tradizione.
E sì, perchè è una ricetta antica che nasce proprio in Canavese e che la mia nonna  prepara ogni anno, insieme a mia madre, il giorno di Ognissanti  (1° novembre).

Forse perchè la mangio una volta all'anno, forse perchè è preparata con pazienza ed amore dalle donne di famiglia, forse perchè è uno dei pochi piatti tradizionali che non contiene ingredienti a cui sono diventata allergica, è uno dei miei piatti preferiti in assoluto.

Oggi, con il permesso della nonna, voglio dividerla con voi, per ringraziarvi dei tanti graditi complimenti al mio ultimo post.
Le giornate fredde e nevosi di questi giorni, infatti, ben si prestano a questa ricetta.
Mi perdonino i puristi del piemontese se ho scritto il nome scorrettamente (ogni suggerimento è ben accolto).

Supa d'coj


Ingredienti:

ossa per fare il brodo di carne (noi le teniamo da parte apposta)
1 cavolo di grandezza media, preferibilmente il famoso (e buonissimo) cavolo verza di Montalto Dora (TO)
600 grammi di salsiccia
formaggio grattuggiato
mezzo miccone di pane raffermo (vecchio di almeno 2 giorni) 

1. Togliere al cavolo la parte dura delle foglie, lavare il resto delle foglie e farlo bollire per 5 minuti (buttando dentro le foglie quando l'acqua bolle). Ottenuto il brodo di cavoli, metterlo da parte.
2. Far bollire le ossa per 1 ora e poi tenere il brodo ricavato.
3. Disfare la salsiccia e farla cuocere per 30 minuti, sempre disfandola per bene, solo con un po' d'acqua.
4. Tagliare il pane a fette di 2 o 3 centimetri.
5. Mettere in un contenitore di coccio (importante, anche se non so perchè) un mestolo di brodo di carne, uno strato di foglie di cavolo, 1 di salsiccia, 1 di formaggio grattuggiato, 1 di pane, 1 mestolo di brodo.
Usare il brodo di cavolo dopo aver finito quello di carne o alternarli (il primo mestolo, però, di carne).
Proseguire così, a strati, fino a finire gli ingredienti, mettendo per un ultimo 1 strato di pane.

6. Far cuocere sul gas a fuoco basso basso per 1 ora, passando sempre la forchetta intorno e nel mezzo (toccando il fondo della zuppa), per evitare che la zuppa si attacchi sui bordi o sul fondo.
7. Passarla nel forno perchè si formi una bella crosticina, aggiungendo ancora un pò di formaggio grattuggiato e qualche pezzetto di burro (che non guasta mai!).

BUON APPETITO!





Questa volta ammetto che non l'ho fatta io, neppure ci ho provato, però giuro che il prossimo anno mi darò da fare!!!!

p.s. Per chi fosse interessato ogni anno, a novembre, a Montalto Dora (TO) si svolge la tradizionale sagra del cavolo verza e naturalmente...si mangia!!!

lunedì 19 gennaio 2015

Hai un blog? E perché? E intanto sono due anni.

A dicembre il mio blog ha compiuto due anni.
Non c'è stato il tempo per un post speciale e, sinceramente, non ne ho neppure sentito la necessità.
In compenso, ho riflettuto molto sul senso del mio scrivere, sul web, sui rapporti allacciati grazie al blog.
Le considerazioni di tante altre blogger, prima di me (recentemente, Francesca di Patato Friendly e Olga di Mammaholic) si sono mescolate alle mie, come pure le interessanti critiche e osservazioni sulle mamme blogger di Loredana Lipperini, nel suo bellissimo "Di mamme c'è n'è più d'una", e le domande di amiche e conoscenti.

Quindi non stupitevi se questo post sarà un po' confuso (d'altro canto, lo sto scrivendo mentre controllo il mio biondino che fa il bagnetto e ogni tanto lo insapono, dopo un lunedì di inferno e un fine settimana di faccende domestiche e lavoro d'ufficio, quindi non è che vi possiate aspettare tanto, eh? Vi ho avvertite/i).

La realtà è che neanche lo so, perché ho un blog.

So perché l'ho aperto, però.

Perché mi sentivo sola e avevo bisogno di condivisione, di scambio, di gridare al vento la mia voce.
Perché ho sempre amato scrivere e desiderato farlo e a volte gli atti giudiziari ed i pareri non bastano.
Perché volevo lasciare una traccia dei miei pensieri in quel momento che senza dubbio è stata la più grande rivoluzione della mia vita: la maternità.
Trovarsi da un giorno all'altro da stare fuori casa dodici ore al giorno, tra lavoro, piscina e palestra, sempre in mezzo a colleghi, amici, familiari e clienti a badare ad un neonato, con difficoltà di allattamento, chiusi in casa h24, lavorando da sola nei momenti di calma, e' stato un tale terremoto emotivo che ho avuto bisogno di uno sfogo.
E poi a me piace leggere, "studiare", documentarmi, prima di affrontare qualsiasi sfida o impegno e ho fatto lo stesso quando si è trattato del diventare mamma.
Così ho letto tanti articoli e blog, tra cui quello famosissimo di Chiara, ormai abbandonato (no, non mi piace più, per le ragioni che capire leggendo il post) fino a decidere di aprire il mio.

Non avevo e non ho tante aspettative.
Non ho pensato ad una linea editoriale, a eventuali guadagni, a pubblicità o statistiche.
Ho pensato solo a scrivere, di tutto un po', come mi veniva, curando un minimo di anonimato e, ovviamente, cercando di non cadere mai in offese o maleducazione.

Il blog mi ha dato tanto: conoscenti e amiche virtuali, che però sanno essere a volte più vicine di quelle in carne ed ossa; riflessioni; appuntamenti fissi, come il venerdì del libro, incentrati sulle mie passioni, condivisione, aiuto, supporto morale, cultura e conoscenza di altri modi di vivere (basti pensare ai blog delle mamme Expat, come quelli di Mamme nel deserto e Valentina).
Recentemente il blog mi ha dato la carica, con il gruppo "runningformammies".
Mi ha insegnato qualche parola e nozione di informatica (non troppo, a dire il vero, ma la colpa è mia), mi ha consentito di incontrare dal vivo qualche nuova amica e leggere libri interessanti.

Soprattutto, però, mi ha dato la possibilità di vivere anche una vita parallela e virtuale non falsa, non "sintetizzata" in piccoli post o tweet su Facebook o simili, che mi dicono poco.
Perché sul blog, sono sempre e comunque io.

So che procedendo in questo modo, senza un "tema di fondo" ed una scaletta, senza programmi e rubriche fisse, il mio blog non raggiungerà mai neppure  livelli minimi di popolarità.
E mi dispiace, certo che mi dispiace.
In fondo, chi scrive, un po' narcisista lo è e tutti amiamo le lodi e i complimenti, io compresa.

Eppure non sono disposta a scendere a patti con me stessa e con la mia libertà di scrivere per ottenere consensi, ne' tanto meno oggetti, campioncino o qualche soldo.
Sia chiaro, non critico chi lo fa, chi scrive post sponsorizzati o ha trasformato un blog in una vetrina.
È ovvio che ciascuno di noi ha i propri gusti, esigenze e bisogni e magari c'è chi vuol fare del web un mestiere o dedicarsi ad un'unica passione, chi ama fare shopping e chi vuole promuovere la propria attività.
Nulla di male, soprattutto se si è pure bravi/e a farlo.

A me, però, piace leggere di esperienze di vita, emozioni, libri, sport e sentimenti, magari da mamma, non pubblicità, visto che ne sono già circondata (e c'è pubblicità e pubblicità, perché un conto è un post sponsorizzato ogni tanto, magari di prodotti in cui si crede davvero, giochi o creme che si usano, in blog che parlano anche di molto altro, un altro e' un continuo annuncio pubblicitario, più o meno mascherato da storia).

Non ho voglia di scrivere in modo sintetico perché le persone non hanno tempo di leggere, perché va di moda essere brevi e concisi, quasi fossimo diventati tutti incapaci di mantenere l'attenzione per più di dieci minuti.
Io non sono così e me ne frego della lunghezza dei miei post, così come della frequenza.
Se ho qualche cosa da scrivere, scrivo. Se no, evito.
Quando ho tempo scrivo. Quando non ne ho, evito.
Anche perché prima vengono il lavoro, il mio biondino, l'Alpmarito, la famiglia, lo sport, le letture, gli amici e la casa, in ordine sparso e non di priorità (che cambiano a seconda dei momenti e delle esigenze).

Quando leggo i blog altrui, cerco di commentare sempre, magari anche brevemente, perché so quanto sia bello sapere che altri sono passati nel tuo salotto virtuale e, pur non facendolo per ricevere a mia volta visite e commenti (che tanto non sarebbero veramente interessati, e' ovvio), nello stesso tempo mi infastidisce chi non interagisce mai.
Perché se seguo con costanza qualche altra blogger e' perché mi pare di sentire un'affinità, perché vorrei conoscerla e condividere pensieri e quando mi accorgo che si tratta di una volontà non ricambiata, di un dialogo sempre e soltanto a senso unico, rimango delusa.

Ammiro le "amiche virtuali" che riescono a mantenere impegni fissi, che siano rubriche di cucina o di libri, di viaggio o di creatività.
Ammiro chi si inventa graduatorie, giochi, scambi di link o oggetti, interviste e molto altro, perché io non ho ne' il tempo ne' la costanza.

Già vivo con l'agenda in mano e le scadenze in testa, perché nel mio lavoro l'organizzazione e' scontata, non ho voglia di farlo anche in questo spazio di evasione, anche se un po' mi dispiace.
Vorrei essere Wonder Woman ma è inutile.
Sono umana.
E allora seguo le altre.

E poi adoro mettere foto e vederne, rileggere a distanza di tempo i miei post e ricordare pensieri, sentimenti, pezzetti di vita trascorsa con il mio bambino.
Adoro raccontare esperienze che per me sono stati importanti o anche solo educative o curiose, perché magari possono essere di spunto per gli altri.

Ecco perché un blog.
Perché io, noi, voi, non sono/ non siamo una persona sola, ma abbiamo tanti lati, tante sfaccettatura diverse che è bello mettere in luce.
Perché mi piace scrivere e leggere in modo variegato ed incoerente, nel bene e nel male, a tutto tondo, come la vita vera.

venerdì 16 gennaio 2015

Leggendo...come l'ambiente in cui cresci influenza il tuo futuro e un incontro fortuito possa cambiare il tuo destino.

Nei giorni di festa legati al Natale ho letto molto.
Tra gli altri, ho finalmente finito due romanzi diversissimi tra loro, presi a piccole dosi per un mese, anche se per motivi differenti.

"Little Boy Blue" di Edward Bunker, ed. Einaudi, pag. 455, Euro 14,00




Faceva parte del "carico" di libri acquistati a settembre .
Ho impegato un pò di mesi a prenderlo in mano, perchè sapevo che, per come sono fatta io, l'avrei trovata una storia forte.
Però ne valeva la pena.

Perchè racconta la storia una educazione al crimine non cercata e non voluta.
Racconta il sistema carcerario americano, i meccanismi di imitazione e ribellione che si possono innescare quando un bambino, bisognoso d'affetto, trova solo repressione e abuso di potere.
Racconta il peso dell'infuenza dell'ambiente e del pure caso, sulla vita e la crescita di un bambino intelligente.
Forse, spiega il perchè dell'esistenza di molti "cattivi".


E lo racconta con una scrittura asciutta, corretta, accattivamente, sincera e dura di chi sa di cosa parla e sa come si scrive.
L'autore, nato a Hollywood il 31.12.1933 e morto a Los Angeles il 19.07.2005, è entrato per la prima volta nel duro e famoso penitenziario di San Quentin a 17 anni, passandone poi più di 18, nel corso della sua vita, dietro le sbarre.
Molto di questa vita è raccontato in "Educazione di una canaglia", romanzo bellissimo che, secondo me, merita di essere letto al pari di questo.

Per capire, riflettere, immaginare soluzioni.

Little Boy Blue, poi, mi ha colpita più di Educazione di una canaglia, perchè il protagonista è un
bimbo di 12 anni, Alex Hammond, molto intelligente, istruito e buono, che tuttavia si trova senza madre e con un padre che, pur volendogli bene, pensa di non poter badare a lui.
E così Alex vive in istituti di educazione para militari, dove manifesta la sua voglia di amore con episodi di rabbia e ribellione incompresi da tutti, fino ad una rocambolesca fuga con un tragico risvolto, che lo lascerà solo e darà inizio, secondo me per puro caso, ad una vita nel crimine non consapevolmente voluta.
Ed il lettore lo segue in questo cammino in istituti per malattie mentali, "scuole di disciplina" ed istituti di pena, mentre non è ancora che un bambino, quasi con incredulità e stupore, sperando fino all'ultimo che qualcuna comprenda e aiuti Alex.
E in effetti, a suo modo, qualcuno ci proverà.
Il tutto ambientato nella California della Grande Depressione.

Capite bene perchè ci ho messo un pò a finirlo, quasi un mese.

Lo consiglio vivamente, pur essendo difficile da digerire, anche perchè è difficile descrivere le complesse sensazioni che lascia ed il numero di riflessioni che continua ad alimentare anche dopo averlo finito.

Il secondo romanzo è di tutt'altro genere.

"Il giorno in più" di Fabio Volo, ed. Oscar Mondanroi, pag. 287, Euro 12,00

 


Una storia d'amore imprestatami da mia madre che ho faticato a proseguire, visto l'inizio lento e non  molto promettente.
Superato lo scoglio dei primi capitoli, si prende il ritmo e la narrazione scorre.
Non posso dire che mi sia piaciuto ma neanche che non mi sia piaciuto.

Il protagonista maschile è troppo infantile per i miei gusti, quello femminile troppo lontano dalle mie scelte di vita per immedesimarmi, la seconda figura femminile a mio parere non tanto credibile.
Però il lieto fine è assicurato e vi sono tante piccole riflessioni sulla vita e sull'amore condivisibili e originali, che sorprendono per la loro lucidità e per come sono rese.

Insomma, va bene come lettura di evasione non banale però secondo me c'è di meglio.
Se qualcuna/o  ha letto questo romanzo o altri dell'autore, sarei felice di sapere la sua opinione!

Con questo post, partecipo al Venerdì del Libro di Home made mamma (che mi sia mancato a Natale è evidente, visto che ora vado avanti a doppi post per recuperare!)