sabato 24 agosto 2013

Dodici anni fa, come in una favola

Si incontrarono appena scesi dalla cabinovia. Come al solito, faceva freddo e c'era una nebbiolina bassa che oscurava la vista.
Lei era pronta a salire ed iniziare il suo turno di lavoro, aveva fretta di arrivare prima del pranzo dei colleghi dipendenti. In spalla, lo zaino da 60 litri che si era comprata con lo stipendio del suo primo turno, anni prima, rosso e nero, come i colori della Valle d'Aosta e riempito all'inverosimile con vestiti di ricambio, un paio di libri e necessario per la toilette, scarpe da ginnastica e, ovviamente, ramponi, imbrago e picca...il ghiacciaio poteva essere un innocuo nevaio o essersi trasformato in una insidiosa pista di pattinaggio crepacciata, non si poteva mai sapere, le condizioni cambiavano in poche ore. Ai piedi, gli stessi scarponi di oggi, nuovi.
Lui era stanco, aveva appena finito il suo turno di due settimane, uno dei tanti di una stagione estiva impegnativa. Aveva la barba lunga, il viso con un po' di acne, una giacca a vento vissuta e un vecchio zaino, pieno, e due luminosi occhi azzurri.
Si scambiarono un saluto ed un commento su come era andata e quali amici erano su a lavorare, non si conoscevano ancora e lei aveva fretta, perciò imboccò presto il sentiero, mentre lui saliva in cabinovia.
Lei si dimenticò all'istante di lui.
Lui no e nel corso dell'inverno successivo chiese più volte al fratello di lei, con cui aveva lavorato nello stesso rifugio, di andare a sciare con lui e portare anche sua sorella. Il fratello però, non la porto' mai, neanche lo disse, a lei, con la scusa che aveva già la sua compagnia di amici.
E poi fu di nuovo estate, quella della maturità, per lei.
Diplomata, salì a fare il suo primo turno e dovette ridiscendere il giorno successivo, con l'elicottero del soccorso: congiuntivite virale ad ambo gli occhi, impossibile aprirli per lo strato pus, un dolore atroce in testa e negli occhi che nemmeno il parto, il terrore di aver subito danni irreparabili alla vista, la notte passata in un incubo continuo. La vergogna di non poter scendere con le proprie gambe e il dispiacere per i problemi di riorganizzazione cagionati al capo. La permanenza in altitudine che peggiora lo stato fisico complessivo e rende più difficili le guarigioni.
Eppure, fu quello il motivo per cui, qualche settimana dopo, si trovo' a lavorare con lui.
Furono chiacchiere, battute, domande, confidenze, fu fatica, poche ore di sonno ma tante risate, furono pasti consumati e coperte piegate insieme, fu la compagnia dei dipendenti, i quattromila svettanti davanti a loro, il ghiacciaio con l suo fascino irresistibile, il freddo, le notti stellate ad inventare le costellazioni.
Fu il rifugio, a cui lei era salita la prima volta a quattro anni, a piedi, con il suo zainetto e la sua bambola del cuore, 1800 mt di dislivello e sei ore di cammino. Il rifugio da cui era partita per il suo primo trekking d'alta quota sulle Alpi, base per tutti i successivi 4000, quelli raggiunti e quelli mancati, che qualche volta bisogna saper tornare indietro.
Furono i suoi occhi azzurri ed il suo saper preparare bene uno zaino da montagna.
Furono piccoli gesti di attenzione e gentilezza, come quel pail azzurro dimenticato da qualche cliente, regalato proprio a lei.
Fu amore.
Lui e lei non fecero progetti, non pensarono a lungo termine; la cuoca e i colleghi, ormai amici, scommettevano in un fuoco fatuo.
Sono passati dodici anni ed il rifugio ha cambiato gestione e personale ed è stato in gran parte ristrutturato.
Per lei,però, non è cambiato niente.
Per loro, e' ancora amore.